Domenico Pompili, sottosegretario Cei e coordinatore dell’evento: «Quando la Chiesa intercetta un tema che riguarda tutti, si accredita come interlocutore credibile. Perché non difende se stessa ma si pone in uscita, verso le necessità più impellenti del vivere umano». E ancora: «L’intervento del Papa, come sempre, sorprendentemente intrigante». Rammarico per «la distrazione di molti giornali»

di Vincenzo CORRADO

monsignor Domenico Pompili

«La Chiesa non ha battuto cassa, ma ha battuto un pugno per dire che la scuola è bene di tutti e rappresenta una sfida decisiva per una società che non vuole invecchiare. Se si mostra poca passione per la scuola, si ha poca passione per l’uomo». È uno dei messaggi, forse il principale, che resteranno dell’incontro di sabato 10 maggio tra Papa Francesco e i 300 mila protagonisti del mondo della scuola – insegnanti, alunni e genitori – che hanno gremito piazza San Pietro e via della Conciliazione. Ne è convinto monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e coordinatore dell’evento, che ci offre una lettura della “grande festa” che ha rappresentato il “momento clou” del percorso, “La Chiesa per la scuola”, avviato nel maggio 2013 dalla Chiesa italiana per rilanciare nella società il dibattito sull’educazione e sulla scuola.

Quali sono i messaggi che giungono dal 10 maggio?
Il primo messaggio è un dato di fatto: la Chiesa può farsi interprete di un’istanza che ha un’ampia eco nella società civile come, ad esempio, il tema della scuola. La scelta della Chiesa di prendersi cura di un tema nevralgico – come lo è la scuola – è un modo per ricordare che il suo servizio è a beneficio di tutta la collettività. Quindi la prima conclusione da trarre dal 10 maggio è che quando la Chiesa intercetta, come in questo caso, un tema che riguarda tutti, si accredita come interlocutore credibile. E questo perché non difende se stessa ma si pone in uscita, verso le necessità più impellenti del vivere umano, oggi in modo particolare verso la scuola.

La grande partecipazione sembra confermare tutto ciò. Erano presenti in 300mila: di questi quanti appartenevano alle scuole paritarie e quanti alle statali?
Sicuramente la maggior parte dei presenti apparteneva al mondo variegato delle paritarie. Ma anche la presenza delle scuole statali non è da sottovalutare. La scelta di porre l’accento sulla scuola come tale dice, in fondo, che anche in ambito cattolico è ormai maturata la convinzione che bisogna smetterla con la guerra tra paritarie e statali, perché è una guerra tra poveri. Se chiudessero di colpo tutte le paritarie in Italia, si produrrebbe una crisi del sistema e un danno economico. Bisogna capire che oggi ci si deve unire. Perché un sistema integrato di scuola, all’altezza dei tempi attuali, suppone una pluralità di soggetti, come ha detto con efficacia il ministro Giannini. La scuola è bene comune, cioè pubblico, e deve essere garantita a tutti. È secondario poi chi sia a gestirla, se lo Stato o altre Istituzioni.

Momento centrale della manifestazione è stato l’incontro con Papa Francesco.

La presenza del Papa ha rappresentato il vertice dell’intero pomeriggio. E le sue parole sono state il momento più atteso, preceduto prima dall’incontro fisico – con quel lungo giro sulla jeep bianca – del Pontefice con i presenti, quasi a sottolineare anche plasticamente che la scuola è in primo luogo relazione. L’intervento del Papa è stato, come sempre, sorprendentemente intrigante. È emersa la passione per la scuola ‘perché ci educa al vero, al bene e al bello’, tre dimensioni sempre intrecciate. E poi l’augurio per ‘una bella strada nella scuola, che faccia crescere le tre lingue che una persona matura deve saper parlare in maniera armoniosa: mente, cuore e mani’. Papa Francesco, utilizzando immagini forti, ha toccato l’immaginario dei presenti suscitando il loro interesse. La sua capacità sta nel toccare i gangli vitali.

Cosa ne pensa della presentazione fatta dai media laici?
Chi ha scritto, ha interpretato il senso autentico dell’iniziativa: non era una piazza contro e tantomeno una rivendicazione per interessi di parte. C’è da rimarcare, però, la distrazione di molti giornali dinanzi a un evento che ha coinvolto 300mila persone e che ha rimesso la scuola al centro dell’opinione pubblica e del dibattito politico. Ci sono state delle clamorose assenze di notizie. Spesso si va dietro ad autentiche sciocchezze che riguardano la Chiesa, invece quando c’è un popolo che si muove, sembra non interessare. Chissà come mai!

Quale appello lascia al Paese questa manifestazione?
Investire nella scuola, nel futuro, nelle persone in definitiva. In un momento di crisi e di risorse limitate bisogna avere l’audacia di guardare un po’ oltre il proprio naso. La formazione delle persone è la prima risorsa del Paese. Solo quando le persone sono criticamente formate e hanno acquisito le necessarie competenze, si può sperare nello sviluppo. Diversamente, è impossibile pensare a un vero rinascimento.

Come procederà ora il percorso “la Chiesa per la scuola”?
Prima di tutto bisogna metabolizzare l’entusiasmo del 10 maggio. In concreto, a livello diocesano, dovrebbe emergere la centralità della pastorale scolastica che non è periferica rispetto alla capacità della Chiesa di essere dentro la vita di oggi. Nella scuola, infatti, s’incontrano tutti, indistintamente. Per la Chiesa, dunque, abitare questo spazio, che è fatto di relazioni, significa farsi prossima al contesto in cui la gente cresce. La scuola è una grande frontiera.

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