È scomparso a 95 anni il sacerdote ambrosiano che fu il primo direttore dell’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali. Il cordoglio dell’Arcivescovo e di quanti l’hanno conosciuto

Francesco Ceriotti

«Era una persona mite, di grande profondità spirituale»: così l’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, ha scritto nel messaggio letto all’inizio dei funerali di monsignor Francesco Ceriotti, già direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e presidente della Fondazione Comunicazione e Cultura, deceduto sabato 5 novembre a 95 anni. Nel messaggio inviato per le esequie, celebrate nella parrocchia della Santissima Trinità a Samarate, dicendosi «vicino al cordoglio» per la scomparsa del sacerdote, Scola ne ha ricordato il lungo ministero che fu «intenso e svolto sempre con passione e zelo nei tanti incarichi che gli vennero man mano affidati». Per l’Arcivescovo monsignor Ceriotti «fu molto appassionato e molto dedito al suo lavoro».

La biografia

Nato a Samarate (Varese) il 21 aprile 1921, Ceriotti venne ordinato sacerdote il 29 maggio 1943. Per molti anni svolse il proprio ministero sacerdotale nella Chiesa ambrosiana, dove si occupò anche di cinema e sale parrocchiali. Negli anni Settanta venne chiamato alla Cei, a Roma, dove di fatto costituì l’Ufficio per le comunicazioni sociali. Lo guidò per una ventina di anni, al termine dei quali il suo impegno nel campo della comunicazione non si fermò. Fu, tra l’altro, protagonista del Progetto culturale, presidente della Fondazione Comunicazione e Cultura, della nascita dell’Agenzia Sir, di Tv2000 – di cui assumerà la direzione ad interim per qualche tempo a 91 anni compiuti -, e di Radio InBlu. Nel 2013, in occasione del 70° anniversario di ordinazione sacerdotale, ricevette gli auguri di papa Francesco, con il quale concelebrò la Messa mattutina in Santa Marta.

I funerali

I funerali sono stati presieduti da monsignor Luigi Stucchi, vescovo ausiliare ambrosiano, che ha detto tra l’altro: «Don Francesco ha dovuto e saputo vedere molto, sia per la lunga vita e il lungo ministero, sia perché per questo servizio alla Chiesa è stato impegnato a vedere e a far vedere tante immagini nei film e con altri e nuovi strumenti di comunicazione». Stucchi ha sottolineato anche «la disponibilità e serenità, perfino la signorilità» di monsignor Ceriotti, che «ha saputo comprendere, accogliere e interpretare le vicende umane in tutto l’arco delle sue grandezze, ma anche delle amare sconfitte e tragiche esperienze».

Tra i concelebranti monsignor Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha sottolineato tre dimensioni del ministero sacerdotale di don Ceriotti. Innanzitutto la «grande e intensa umanità con cui ha interpretato il suo servizio. Tutta la sua vocazione è stata come un ampliamento e una risonanza di quei doni umani che aveva ricevuto e che ha saputo esprimere con una straordinaria attenzione a ogni persona, nelle situazioni concrete della vita». Poi «la sapienza»: monsignor Ceriotti «ha svolto tutto con uno sguardo che sapeva andare oltre. Sapeva leggere il contingente e l’immediato, sapeva discernere e consigliare, sapeva illuminare con uno sguardo profondo che si rifletteva sul lavoro e che contagiava e aiutava chi gli stava attorno». Infine «ha vissuto tutto con grande intensità spirituale e con grande senso ecclesiale». Nei giorni precedenti Giuliodori – che era stato il successore di Ceriotti alla guida dell’Ufficio Cei – l’aveva ricordato come «un maestro, un padre, un compagno di viaggio».

Il ricordo di Viganò, Pompili e Maffeis

«Uomo sereno, che nulla desiderava per sé, capace di relativizzare e d’ironizzare sulle situazioni. Attento e discreto, premuroso fino alla fine». Così monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione, ha tratteggiato il profilo di monsignor Ceriotti: «Don Francesco ha vissuto gli anni del grande impegno della Chiesa nel mondo del cinema con lo sviluppo, negli anni Sessanta, delle sale cattoliche, cercando di muoversi anche nel dedalo complesso e difficile della distribuzione. Il suo sguardo si allargò all’intero mondo dei mass media, fondando l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei e facendo crescere – e, in alcuni casi, nascere – tutti gli strumenti di comunicazione della Chiesa italiana». Tratto caratteristico era «il sorriso che non lesinava mai».

«Un uomo di comunicazione sempre sottovoce e sottotraccia- per monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti e già direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei -. Il suo equilibrio e la sua fede hanno creato un’attenzione per il linguaggio che ha fatto scuola senza protagonismo». «Don Francesco è stato, innanzitutto, un uomo buono. Ha comunicato con la sua umiltà e discrezione, con il suo accostarsi con interesse, pronto a riconoscere e valorizzare quello che gli altri facevano – così don Ivan Maffeis, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei -. Sapeva ascoltare e coinvolgere con la pazienza di chi ama camminare insieme».

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