Il progetto «Scuole della Seconda Opportunità», ispirato al modello di don Lorenzo Milani e promosso da Barnabiti e Caritas Ambrosiana per contrastare il fenomeno della dispersione scolastica

di Claudio URBANO

A volte per arrivare alla meta si può scegliere una strada diversa da quella tracciata. Per i ragazzi a rischio dispersione scolastica dei quartieri di Gratosoglio e Barona, alla periferia sud di Milano, la meta è superare gli esami di terza media, e sapere che magari si può continuare oltre. Il percorso alternativo è la Scuola della Seconda Opportunità, un progetto promosso dai Barnabiti attraverso la fondazione Il Sicomoro e realizzato, sotto il coordinamento dell’Ufficio Scolastico Regionale, dalla cooperativa di Caritas Farsi prossimo col nome di «Scuola popolare – I care»: una sorta di classe «speciale», da frequentare al posto di quella d’origine, con una piccola squadra di docenti ed educatori che si dedica esclusivamente a questi ragazzi. L’obiettivo è portarli, come tutti gli altri, a finire la scuola media.

Secondo un monitoraggio condotto nel 2013/14 dal Comune di Milano in collaborazione con le associazioni e onlus del terzo settore impegnate nel campo dell’istruzione, sono 8.096 i bambini delle scuole primarie e secondarie di primo grado a rischio: quasi il 9% degli alunni, cioè, avrà difficoltà a finire la terza media. L’idea di padre Eugenio Brambilla, ispirata a don Lorenzo Milani, è stata quella di rilanciare una sorta di «scuola popolare» per affrontare il problema della dispersione scolastica da un’altra prospettiva: cambiare aula per cambiare i ragazzi, si potrebbe riassumere. La scommessa è lasciare la propria classe, quella in cui proprio non si riesce a studiare, e proseguire la preparazione in un’altra, costituita ad hoc per chi è in difficoltà.

Nessuno sconto nella preparazione, né per gli studenti, né per i docenti, che invece decidono di rischiare una strada ben più impegnativa rispetto al semplice trascinarsi fino alla fine della terza media. Chi accetta la scommessa, prosegue gli studi sempre sotto la responsabilità della scuola d’origine, ma in una classe distaccata e con professori dedicati. Analoghi anche orario scolastico e programma didattico. A fianco degli studenti ci sono poi due educatori sempre presenti a lezione e uno psicologo, che seguono i ragazzi in quanto succede fuori dall’aula: dall’intervallo al rapporto personale con gli alunni, fino ai rapporti coi genitori.

Tutto è sorretto dalla convinzione che non ci siano studenti più o meno intelligenti o dotati di altri, e che se per alcuni il percorso scolastico non funziona, «il problema non sono loro, ma la situazione di difficoltà che, per diverse cause, si è instaurata tra loro e l’istituzione scuola – spiega Fabio Moretto, uno degli educatori -. Non neghiamo dunque i problemi, ma puntiamo a far capire a questi ragazzi che tutti hanno le risorse e la possibilità di riuscire». Concetta Alvino, preside della scuola media Arcadia. che per prima ha aderito al progetto, conferma: «Al contrario di quanto potrebbe apparire, queste sono classi di “serie A”, perché educatori e psicologi seguono i ragazzi in tutto il loro percorso di crescita personale, aiutandoli anche a recuperare la propria autostima. È un percorso che nell’ambiente scolastico, dove molti di questi ragazzi erano diventati leader negativi, non sarebbe stato possibile».

Partita nel 2001, a Milano la Scuola della Seconda Opportunità ha coinvolto finora circa 250 ragazzi, portandoli a ottenere la licenza media in oltre il 90% dei casi. Il progetto coinvolge quest’anno 27 studenti di sette scuole medie tra Milano e Pieve Emanuele, riuniti in due classi nei quartieri Gratosoglio e Barona.

Martedì 10 marzo, in un convegno organizzato a Palazzo Marino (vedi box) verranno illustrati tutti i risultati dell’iniziativa, con l’auspicio che la strada della «seconda opportunità» possa essere seguita anche da altre scuole.

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