L’attività dell’associazione Luisa Berardi favorisce la convivenza e l’amicizia civica nel quartiere tra le famiglie italiane e quelle egiziane e marocchine

di Francesca LOZITO

Mariangela Simini

Lì dove la periferia mostra il suo lato più duro, proprio lì può fiorire l’amicizia civica. Quella solidarietà tra generazioni che non va a guardare il Paese di origine scritto sul passaporto. Da sette anni l’associazione Luisa Berardi opera qui, nata da una intuizione avuta inizialmente presso la parrocchia San Pio V e Santa Maria di Calvairate. La sede è negli ex bagni pubblici dello stabile Aler di via Etruschi, cinquanta i volontari. Il sostegno di tante persone per pagare l’affitto, attraverso feste e giornate promozionali.

«Siamo nati come spazio per mamme e bambini. Pian piano, però, le donne straniere hanno cominciato a chiederci di imparare la lingua», racconta la presidente dell’associazione Mariangela Simini. L’idea, allora, è molto semplice: fare una proposta che possa essere accolta dalle donne del quartiere: «Nella nostra zona vivono soprattutto famiglie egiziane e marocchine – prosegue Simini -. Non si può proporre loro di frequentare corsi serali: hanno famiglie, con tanti figli. E sono restie a prendere parte a iniziative in cui ci siano assieme donne e uomini». Per questo «abbiamo pensato che i corsi di italiano per straniere dovessero essere organizzati e proposti di mattina. E così stiamo facendo da sette anni a questa parte, come per tutte le nostre attività».

Ogni anno alle lezioni dell’associazione partecipano una quarantina di donne: «Il numero oscilla nel corso dell’anno a seconda di arrivi e partenze, gravidanze, impegni in famiglia… Quattro le classi che si formano, insieme a trame e relazioni che nascono tra le persone. «Un’esperienza di grande ricchezza – continua ancora Simini -. Non ci troviamo in un quartiere facile: qui si sente molto forte la crisi, la condizione di difficoltà in cui versano le famiglie. Nel caseggiato ci sono appartamenti sotto soglia, troppo piccoli per essere assegnati, e che vengono occupati lo stesso, abusivamente. Ci sono situazioni di conflittualità tra vicini, una multi-problematicità che lambisce il nostro volontariato». Di recente si è tenuta una manifestazione in cui sono scesi in piazza, fronteggiandosi, gli abusivi: la contrapposizione, paradossale, era tra occupanti di vecchia data contro quelli arrivati da poco.

Eppure, proprio in luoghi e situazioni così, bisogna continuare a seminare: «Istruzione, cultura e relazione: sono le parole chiave per i presupposti di convivenza – sottolinea la presidente dell’associazione -. In questa situazione difficile siamo persone che stanno cercando di crearla». E racconta di come ci siano giovani marocchine ed egiziane che si prendono cura di anziane italiane: «A volte non occorre aspettare un progetto istituzionale per fare relazione di vicinato. I volti e le storie delle persone sono migliori di quello che possiamo pensare». E usa un termine per spiegare come si sentono, tutte assieme, queste donne: «Io la chiamo sorellanza».

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