Il Prefetto dell’Ambrosiana riflette sui temi al centro del seminario del 17 marzo: «Mai come adesso parlarsi è necessario. E come crocevia tra nord e sud del continente la nostra città è spazio ideale per l’incontro»

di Annamaria BRACCINI

Monsignor Franco Buzzi

«Il contributo della cultura occidentale con tutte le sue complessità sociali e religiose»; il ruolo delle fedi «fondamentale» per il confronto; il dialogo, che seppure segnato da eventi mai come oggi drammatici, «ha ancora un suo spazio». E poi la vocazione di Milano, metropoli al centro del mondo con Expo quale «crocevia di culture e di libertà religiose».

Molti gli spunti di riflessione che si intrecceranno nel seminario “Si può ancora parlare di libertà religiosa? Esperienze a confronto tra vecchi e nuovi mondi”, promosso dalla Fondazione Oasis, presso la Biblioteca Ambrosiana, nell’ambito del progetto «Conoscere il meticciato, governare il cambiamento». Appunto monsignor Franco Buzzi, Prefetto dell’Ambrosiana, delineando il senso dell’incontro di cui sarà relatore, sottolinea: «È importante mettere a confronto le proprie esperienze, competenze e convinzioni per allargare lo spazio del dialogo. Mai come adesso parlarsi è necessario».

Nonostante l’innegabile escalation della violenza, esistono ancora possibilità di dialogo tra l’Occidente e il mondo musulmano, o meglio i diversi Islam?
Paradossalmente siamo in un momento favorevole perché, in tanti ambiti del mondo interessati alla religione islamica, stanno maturando conoscenze e processi attenti a una “modernizzazione”, se così la si può chiamare, della realtà musulmana. Ossia un tentativo di dialogo, prima inimmaginabile, con quella cultura di Occidente che, ricca di una sua fisionomia specifica, ha compiuto un cammino di educazione allo scambio intorno ai valori dei quali essa è depositaria, come la libertà religiosa.

Il cardinale Scola, proprio in Ambrosiana insignito del Premio “Sant’Agostino” per il dialogo interreligioso, parla di «meticciato di civiltà» ormai evidente. Milano è da sempre una “terra di mezzo”: basti pensare all’Anno Costantiniano e al dibattito sulla libertà di religione. Può essere anche crocevia di pace?
Non solo può esserlo, deve diventarlo sempre più. È nella vocazione, geografica e storica, della nostra città porsi come luogo di passaggio nel cuore dell’Europa. Appunto questa sua peculiarità di crocevia tra nord e sud del continente la rende spazio ideale per l’incontro in senso ampio. Fin dai tempi in cui era Patriarca di Venezia il cardinale Scola ha riconosciuto ed evidenziato, attraverso la sua profonda analisi politico-religiosa, la necessità di una maggiore conoscenza reciproca che, credo, può trovare in Milano terreno concretamente e spiritualmente fecondo. Le linee che l’Arcivescovo traccia, di grande rispetto per le culture portatrici di visioni diverse del mondo, hanno qui la possibilità di riconoscersi pur nella differenza.

Il cardinale nigeriano Onaiyekan, parlando alla nostra Chiesa, ha osservato che solo l’Islam può convincere gli estremisti a non tradire la loro fede. Il vescovo iracheno Warduni parla di latitanza dell’Occidente. Qual è la parola chiara da dire di fronte ai martiri e alle persecuzioni?
Anzitutto c’è un dovere di solidarietà verso i nostri fratelli cristiani, ma anche nei confronti degli appartenenti a tutte le religioni. Credo che esista un “Islam del cuore”, aperto e sensibile al tema della misericordia divina che diventa misericordia tra gli uomini. So che queste convinzioni sono forti in molti filoni della fede e della riflessione musulmana.

A pochi minuti dal Duomo c’è il quartiere multietnico di via Padova. Gli oratori sono frequentati da un 11% di ragazzini stranieri. Il dialogo di base c’è già, occorre solo “ascoltarlo”. Che responsabilità hanno, in questo, gli uomini di religione?
È una responsabilità imprescindibile. Gli uomini che praticano la religione, aderendo alle diverse tradizioni, ma tutti con verità e una scelta precisa e definitiva di vita, sono coloro che immediatamente avvertono l’esistenza di frange “impazzite” che nulla hanno a che vedere con le fedi cui si appellano, né con il Corano, né con la Bibbia. Su questo bisogna essere espliciti: la religione come tale apre il cuore a Dio, e quando si ha che fare con Lui seriamente è impossibile muovere guerra a qualcuno dei suoi figli.

 

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