Don Virginio Pontiggia, a lungo stretto collaboratore di Martini e oggi segretario della Giuria del Premio, spiega le modalità di valutazione delle opere e sottolinea la «popolarità» della partecipazione

di Annamaria BRACCINI

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«Credo che una prospettiva utile per comprendere le ragioni profonde del Premio sia di coglierne l’essenza, che è insieme commemorativa e rivolta al futuro: far conoscere al meglio il pensiero e la personalità di Martini come maestro di vita e di fede, riconoscendo il valore di studi e lavori relativi ad ambiti che gli furono cari», spiega don Virginio Pontiggia, segretario della Giuria del Premio.

«In questo contesto – continua -, mi pare importante sottolineare quella che definirei la popolarità della partecipazione al Concorso, che ha riscosso attenzione presso tutti gli strati sociali, le categorie e le età. A partire da chi ha avuto la fortuna di conoscere il Cardinale durante la vita e l’episcopato a Milano, per arrivare a persone che l’hanno solo sfiorato, ma ne hanno comunque seguito e apprezzato l’insegnamento. Si va così da studiosi che hanno presentato, soprattutto nella II sezione, opere davvero pregevoli, a partecipanti che, pur non vantando grandi titoli professionali o accademici, hanno sentito l’impulso di offrire anche solo le loro riflessioni o i ricordi personali».

Questa disomogeneità ha comportato qualche difficoltà alla Giuria?
Certamente ci si è trovati di fronte a diversi generi di lavoro: come confrontare, per esempio, un’opera pittorica con un progetto formativo o una composizione musicale, un romanzo con uno studio di contenuto biblico? Così pure abbiamo dovuto esaminare elaborati dalla consistenza molto differenziata. D’altra parte è stata la stessa struttura del Premio e le modalità della partecipazione scelte a favorire l’ampiezza delle proposte, e quindi se ne è tenuto conto.

Infatti alcuni lavori, pure stralciati dalla premiazione vera e propria, avranno una menzione speciale…
Sì, tre opere concorrenti alla I sezione ci sono parse chiaramente svettare su tutte le altre, sia per il legame intessuto dai tre autori con il cardinale Martini, sia per la conseguente accuratezza della documentazione. Si tratta del volume del giornalista Marco Garzonio Il profeta. Vita di Carlo Maria Martini, del saggio di don Damiano Modena Carlo Maria Martini. Il silenzio della parola e di quello del vaticanista Aldo Maria Valli Storia di un uomo. La frequentazione umana e professionale avuta dai tre autori con Martini, le loro riconosciute e indiscusse qualità di scrittura, la notorietà delle pubblicazioni avrebbero reso difficile un confronto con altri elaborati sulla base solo del concorso. La Giuria ha affidato quindi alla Fondazione Carlo Maria Martini il compito di inquadrarli in un adeguato contesto di valorizzazione.

Interessante anche il successo internazionale riscosso dal Premio…
Sì, e credo che questo sia uno dei profili più rilevanti e una strada su cui proseguire, proprio per ampliare, nel nome del Cardinale, conosciutissimo anche all’estero, i nostri orizzonti.

Lei è stato per sei anni quotidianamente accanto al Cardinale. Crede che a Martini sarebbero piaciuti i lavori presentati?
Il Cardinale, come è noto, era molto riservato per quanto atteneva alla sua persona. Ma credo che gli approfondimenti esegetici sulla Parola di Dio e la possibilità di poterla diffondere con tutti gli strumenti che ci offre la modernità, lo avrebbero reso – come lui stesso diceva – felice.

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