Milano, Jaca Book 2014, p. 116

di Felice Asnaghi

Durante  il regime totalitario sovietico la vita dell’uomo è pianificata dalla nascita alla morte. Ogni gesto, ogni azione è compiuta in un luogo, in un tempo e in ruoli sociali prestabiliti, nulla può essere vissuto fuori dagli schemi. Non è concepito “uscire dal seminato”, chi lo fa paga un prezzo esorbitante: dall’esclusione, all’isolamento, alle pressioni psicologiche, alle intimidazioni e perfino con la morte.  In questo clima dimancanza di democrazia anche la lingua ne soffre. Essa viene manipolata e fatta strumento di potere, non è più un mezzo per descrivere la realtà, ne crea un’altra ed esclude tutto ciò che è scomodo a chi governa. Sottile, intrigante e perfida è la logica che impregna l’impianto teorico di questa lingua artefatta: tutto prende, tutto ingloba. George Orwell, nel suo Collected Essays (Londra, 1961) analizza il rapporto tra la parola e governi dittatoriali per esprimere l’artificiosità della lingua che viene a crearsi conia il vocabolo Newspeak. Il Newspeak ha una sola funzione: essere da tramite per l’ideologia, Orwell a riguardo dice:

«Clearly, people capable of using such phrases have ceased to remember that words have meaning» (Chiaramente, le persone in grado di utilizzare tali frasi hanno cessato di ricordare che le parole hanno un significato)

L’ideologia accetta un compromesso con le parole: le lascia esistere, avendole prima svuotate del loro significato e riempite di un nuovo contenuto; essa quindi rovina i concetti piuttosto che abolirli ottenendo un controllo sempre più ampio sulla lingua ordinaria: regna sul vocabolario, completamente sovvertito e manipolato al suo volere.  Questo stravolgimento etimologico permette di far tabula  rasa di memorie orali e testimonianze scritte susseguitesi di generazione in generazione    e ripartire come se si trattasse dell’inizio di un mondo nuovo.  Dal punto di vista totalitario la storia è qualcosa da creare piuttosto che da imparare. Il luogo prestabilito dove vengono poste in essere tutte le regole di questa lingua è la direzione di un giornale di regime. Qualsiasi lettore di Pravda o de l’Humanité può notare come il giornale nell’editoriale celebri l’essenza del Newspeak: l’assenza dei contenuti; mentre nelle pagine interne la realtà viene presa in considerazione per essere assimilata, e resa irriconoscibile.
I fatti e gli eventi sono suddivisi in due categorie: quelli semplicemente da sopprimere e quelli invece da manipolaree in quest’ultimo caso si mettono in campo stratagemmi come l’uso di illustrazioni, di dirottamenti su tematiche o fatti creati ad arte  o affermando vere e proprie menzogne.In sintesi si esalta l’assenza di contenuti.
(Simone Asnaghi, Il fenomeno della polarity temptation. Analisi di un corpus, tesi di laurea anno accademico 2009/2010, Università Cattolica di Milano)

La contestazione a questa pseudocultura comunista uscì allo scoperto per la prima volta nel 1958. Un gruppo di ragazzi sfidò e tenne in scacco l’apparato repressivo del regime sovietico, organizzando una serie di incontri e di letture pubbliche di testi poetici non autorizzati in piazza Majakovskij. Il fenomeno non durò a lungo: iniziato nell’estate del 1958, con l’inaugurazione del monumento a Majakovskij, dopo varie interruzioni e riprese, venne definitivamente liquidato nell’autunno del 1961, con l’arresto e la condanna dei principali attivisti. Ma rispetto al conformismo e al silenzio imposti dal monopolio dell’ideologia quegli incontri avevano segnato una svolta decisiva. Bisognò attendere Nikita Kruscev quando nel 1962 (allora segretario del P.C.U.S. e primo ministro) autorizzava la pubblicazione di Una giornata di Ivan Denisovic di Aleksandr Solgenitsyn sulla rivista letteraria Novyi Mir, il gesto fu giustamente considerato una delle prime conseguenze pratiche del rapporto che lo stesso Kruscev aveva tenuto due anni prima al XX Congresso del P.C.U.S. e con il quale aveva dato il via al processo di destatalizzazione. Il libro succitato, infatti, confermava l’esistenza – sempre negata dalla propaganda staliniana – di lager, nei quali il dittatore georgiano aveva fatto rinchiudere ed aveva eliminato centinaia di migliaia, forse milioni, di oppositori politici.

Andrej Sinjavskij(Mosca 1925-Parigi 1997) era un intellettuale ateo, comunista inquadrato in questa logica di potere, dove perfino “Il libro della giungla” di Kipling era ritenuto una farsa letteraria al servizio del capitalismo. Comprese ben presto l’importanza del cambiamento in atto nella società e nella politica sovietica, così nella sua qualità di critico letterario presso la rivista Novyi Mir appoggiò questa corrente di pensiero che credeva nel “disgelo” ricercando e dando spazio a persone e idee nuove lontane dalla logica di partito, capaci di collegare la letteratura con la vita.
Sinjavskij non si accontentò e con l’amico poeta e traduttore Julij Danielcominciò a contrabbandare testi “fuori dal coro” che attraversarono la cortina di ferro e dalla Polonia passarono in Francia e trovarono pubblicazione su autorevoli riviste firmati con lo pseudonimo Abram Terz.  Nome quest’ultimo che evocava unnoto borsaiolo ebreo di Odessa cantato dalle ballate popolari che per lo scrittore era divenuto un alter ego.
Questo preoccupò il nuovo regime di Breznev impegnato a porre un giro di vite, cosicché dopo tre anni di ricerca, di controlli del KGB riuscì a smascherare Sinjavskij e mandarlo sotto processo.
Nella prefazione l’autore (lettera all’editore anno 1976) ricorda: I Pensieri sono «privi di disegno e sforzo compositivo, ma piuttosto appunti occasionali poi riuniti insieme si riferiscono al periodo in cui aspettavo l’arresto, sopraggiunto infine nel 1965. Sentendo che il cerchio si andava sempre più stringendo, e non avendo sottomano null’altro di altrettanto conveniente, raccolsi questi foglietti assieme e gli inviai confidenzialmente in Occidente. Come avevo chiesto al mio fiduciario, il libro venne pubblicato soltanto dopo la mia condanna. L’intendimento fu di lasciare di me stesso, di Abram Terz, almeno questi rapidi appunti, capaci di definire i punti estremi della mia coscienza, quasi le sue coordinate, quelle coordinate entro le quali ero vissuto e avevo lavorato fino al momento dell’arresto».  

Il professor Georghij Krugovoj già nella prefazione della prima pubblicazione del 1967 (fino alla sesta ristampa del 1975) vedeva nei “Pensieri improvvisi” una rottura con la letteratura del tempo:
« Gli aforismi e le meditazioni che contengono rispecchiano le ricerche interiori, le riflessioni, i tentativi incompiuti dello scrittore verso formulazioni positive forse destinate in un secondo tempo a opere letterarie propriamente dette (…) a differenza delle opere e delle novelle scritte per gli altri dove lo scrittore può giocare con forme e metodi stilistici varii senza voler trasmettere al lettore una qualsiasi affermazione positiva»

Il processo Sinjavskij-Danieliniziò nell’autunno del 1965 e terminò nel febbraio del 1966 con la condanna dei due imputati per pubblicazione all’estero di opere anti sovietiche. Rispettivamente Daniel e Sinjavskij furono condannati a cinque e sette annidi lavori forzati presso un lager penale per attività anti sovietica e propaganda reazionaria contro il regime sovietico. Un verdettoche sollevò diverse manifestazioni dentro e fuori la Russia a favore dei due imputati soprattutto perché la difesa di Sinjavskij non dichiarò mai le opere dello scrittore come anti sovietiche, ma solo come libera espressione del pensiero e questo diede inizio a quel fenomeno culturale avverso al regime denominato Samizdat. Quando poi Aleksandr Ginzburg pubblicò nel 1967 Il Libro bianco sul caso Sinjavskij-Daniel, il dissenso uscì allo scoperto. Dopo l’arresto, il manoscritto “Pensieri improvvisi” fu prima pubblicato in Francia dall’Istitut Littéraire, poi nel 1967 dalla Jaka Book in Italia grazie alla preziosa traduzione di Alberto Pescetto.
L’opposizione di Sinjavskij all’establishment comunista è su più fronti e certamente quello politico è il minore. Egli non si è mai sentito un profeta, un difensore della causa della libertà, la sua era una resistenza estetica: per lui la persona era più importante della società. Il comunismo vede l’individuo parte di una collettività e alla quale lavora, aderisce. Invece quello che si prova nel proprio animo non conta ed esternarlo si trasforma gioco-forza in una reazione contro il regime. Al processo gli fu rimproverato di essere per questo un egoista, in realtà per lui ogni uomo trova dentro di sé i motivi della propria esistenza e la cura per essere felici. Non gli interessava “il reale” (realismo socialista) ma in lui trovavano spazio il meraviglioso, il grottesco, il fantastico. Per lo scrittore la realtà materiale poteva trasformarsi in un’illusione perché negava l’esistenza di quello che non si vede ma esiste.  Come mettere un paio di occhiali speciali che ti permettono di osservare l’ aldilà.

Iegor Sinjavskij, figlio dello scrittore alla presentazione della riedizione del libro “Pensieri improvvisi” (venerdì 9 maggio 2014 presso il CMC – Centro Culturale di Milano” di via Zebedia alla presenza del traduttore Sergio Rapetti e del direttore del centro Camillo Fornasieri) ha affascinato l’uditorio raccontando la vita di suo padre di cui qui di seguito riporto alcuni punti essenziali.
Suo padre e sua madre per parecchi anni durante l’estate avevano solcato i fiumi del Nord della Russia con una canoa facendosi trasportare dalla corrente. In quelle zone le chiese erano state degradate a cinema o stalle e la gente aveva nascosto nelle cantine quelle poche cose sacre, conservandole come reliquie.  Un giorno lo scrittore incontra una vecchia e gli chiede di raccontare la sua fede. La donna stizzita gli risponde: “Quando si crede, si conserva la fede nel proprio cuore non serve parlarne”, fu una vera lezione di umiltà.
La coscienza che lo scrittore aveva di se stesso, rafforzata da quei pensieri divenuti punto di riferimento gli   ha permesso di vivere bene i sette anni di prigionia sopravvivendo alla decadenza fisica e alla solitudine.  “Il Signore mi preferisce (pag.62) racchiude in una sola battuta la certezza della presenza di Dio in ogni momento della giornata e questo sarà motivo di letizia nelle avversità. Nel lager venne sempre rispettato non solo per la sua barba, sinonimo di saggezza, ma per il fatto che durante il processo non si era mai dichiarato colpevole.  Approfittando della facoltà di scrivere alla moglie Maria Rozanovaogni quindici giorni, spediva lettere di cinquanta pagine, dove raccontava la vita nel campo. Fortunatamente la censura non trovava molto da cancellare e quei testi divennero sia un libro “127 lettere d’amore” pubblicato in Francia e in Germania, sia l’incipit per altri libri.
All’età di 48 anni Sinjavskij escedal carcere e viene accolto a Parigi dove aveva trovato rifugio la famiglia. Il figlio di solo otto anni ricorda di vedere apparire di fonte a lui un vecchio senza denti e distrutto nel fisico ma splendente di bontà. La madre, lo aveva preparato all’incontro già da qualche tempo raccontandogli che il padre non poteva essere presente perché lavorava su una piccola montagna e abitava in una piccola casa. Tra padre e figlio si creò da subito un legame profondo. Il piccolo Iegor poneva domande e Andrej rispondeva.Papà cos’è il paradiso? Esiste il diavolo? Seguivano letture di libri per bambini tra cui il “famigerato”“Il libro della giungla” e non mancavano racconti antichi frutto della cultura popolare russa.
Un nonno aveva perso il cappello all’inferno. Scende negli inferi e incontra il diavolo che lo obbliga a giocare a carte. Perde in continuazione e trovandosi oramai alle strette decide di fare il segno della croce. La fortuna gli sorride, vince la partita col diavolo e recupera il cappello.

Il libro in quest’ultima stesura è suddiviso in due parti. La prima è quella storica (Pensieri improvvisi) tradotta da Alberto Pescetto, la seconda (Ultimi pensieri) è tradotta da Sergio Rapetti.
I pensieri trattati sono immensi, l’autore fa seguire profonde considerazioni sui temi della vita, della morte, della religione, della società, del sesso, della natura.
Il tema dominante è la morte. L’autore ben sapeva che prima o poi sarebbe stato scoperto e presagiva già l’internamento ai lavori forzati, luogo dal quale non sempre se ne poteva uscire. “Che coraggio avete a temere la morte?” così scrive nel suo secondo pensiero rivolgendosi a persone comuni e li sprona: “Suvvia smettetela di tremare! Animo! Avanti! In marcia!”.  Più avanti un’annotazione dallo stesso tono: “Bisognerebbe saper morire gridando (o bisbigliando) di fronte alla morte: – Urrà! Si salpa!” alla quale fa seguito un’osservazione semplice e chiara: “È bello partendo (o morendo) lasciare dietro di sé un posto pulito” a chiosa una forte e drammatica richiesta: “Signore uccidimi!”. Il tema viene ripreso a metà libro, come a metà vita, scrive: “Aspettando la fine della vita sono riuscito a fare molte cose. Oh come è lento l’appressarsi della morte!” e inaspettatamente vi dedica una lunga considerazione:
“L’uomo vive per morire. La morte comunica alla vita la finalità di una trama unitaria e precisa. Essa è la logica conclusione cui si giunge per mezzo di una testimonianza di vita, non uno strappo ma un accordo, preparato da lungo tempo, dal giorno della nascita”

Il secondo tema è la religione, il nesso che si crea tra Dio, l’uomo e la Chiesa.
“Dobbiamo agli agi cittadini e al progresso tecnico se la fede in Dio va scomparendo. Circondati dalle cose fatte da noi ci siamo sentiti creatori dell’universo”
“Smettiamola di insistere sull’uomo, è ora di pensare a Dio”
“Non bisogna credere per tradizione, per paura della morte, oppure per mettere le mani avanti. O perché c’è qualcuno che comanda e incute timore, oppure ancora per ragioni umanistiche, per salvarsi e fare l’originale. Bisogna credere per la semplice ragione che Dio esiste”.

“Signore” Meglio errare nel tuo nome che dimenticarTi. Meglio peccare per Te che scordarTi. Meglio perire che scomparire dalla Tua presenza”.

“Il cristianesimo è la religione della più grande speranza, nata dalla disperazione; è la religione della purezza che si afferma nella coscienza esasperata del peccatore; la religione della resurrezione della carne tra il lezzo della corruzione.
L’attuale cristianesimo pecca di buona educazione. Si preoccupa soltanto di non sporcarsi, di non mostrarsi indelicato, teme il fango, la grossolanità, la franchezza, preferendo una meticolosa mediocrità a tutto il resto… Hanno confuso la Chiesa di Cristo con un educandato per signorine perbene.
La Chiesa non può non essere conservatrice, se vuol restare fedele alla tradizione. Non ha il diritto di affermare oggi questo e domani quell’altro – a seconda degli interessi del progresso. Nessuna riforma religiosa, per quanto seria e profonda, si è mai adeguata al presente, ma ha avuto di mira il passato, ha teso verso le origini, verso gli inizi della fede, anche se si è confusa nella sua divulgazione. Ma prescindendo pure da questa sua volontà di preservare una santità originaria, di rispettare un divino precetto, la Chiesa immancabilmente “si lascia superare” dagli avvenimenti per portare fino a noi, restando fuori dal tempo, l’aroma e il sapore dell’eternità. L’arcaicità del rito, con le sue forme cristallizzate, corrisponde e si assimila a un cielo che non inclina a evolvere con la rapidità della storia. Questa naturale lentezza nel reagire al presente minaccia la Chiesa di immobilismo, di atrofia. Ma anche allora essa è la mummia incorrotta che aspetta l’ora in cui gli sarà detto: Alzati e cammina!… Purché non resti sorda all’appello…”

Il terzo tema è la società nel quale l’autore esprime la propria considerazione sulle molteplici attività dell’uomo esprimendo giudizi chiari e taglienti.
“Accumulare denaro, accumulare cognizioni ed esperienze. Accumulare letture di libri. Collezionisti: re della numismatica, ricchi della carta da caramelle. Accumulare glorie: ancora una poesia, ancora una parte. Elenchi di donne. Provviste di ammiratori. Tacche sul calcio del fucile. Accumulare sofferenze: quanto ho patito, quanto ho subito. Viaggi. Inseguendo luminose sensazioni . scoperte, conquiste, aumento dell’economia. Chi ha accumulato di più è ritenuto il migliore, più illustre, più colto, più intelligente, più popolare. E in mezzo a tutto questo generale accumulare: – Beati i poveri di spirito!”

“Un tempo l’uomo nella sua cerchia familiare era legato alla vita universale, storica e cosmica in un modo assai più ampio e saldo di oggi. Pur avendo a disposizione giornali, musei, radio, comunicazioni aeree, noi avvertiamo appena questo fondo comune (…). Con stivaletti di fabbricazione cecoslovacca, sigaretta messicana fra i denti, l’uomo d’oggi scorre la notizia dell’apparizione di un nuovo stato in Africa con la stessa facilità con cui assaggia dei brodi di carne francese. (…)
Il contadino manteneva un legame permanente con l’immensa creazione del mondo e spirava nelle profondità del pianeta, accanto ad Abramo. Invece noi scorso il giornale, moriamo solitari sul nostro divano angusto e superfluo (…).

Prima di impugnare il cucchiaio, il contadino cominciava col farsi il segno della croce e con questo solo gesto riflesso si legava alla terra e al cielo, al passato e al futuro”.

La seconda parte del libro riprende alcuni pensieri stilati durante la prigionia che faranno parte delle opere maggiori di Sinjavskij in particolare il suo capolavoro"Una voce dal coro", o il saggio           "Nell’ombra di Gogol" , il romanzo "Buona Notte" e "Ivan lo scemo. Paganesimo, magia e religione del popolo russo" , “Passeggiate con Puskin”.  Nel suo stile elegante e umoristico egli snocciola alcuni aforismi a prima vista assurdi, ma in seconda lettura appaiono per quello che in realtà vogliono essere: espressione di gesti ripetitivi che danno gusto alla vita di ogni giorno.

“Mentre scrivevo mi si è spenta la sigaretta, e così ad ogni ora e ogni giorno.
Ma intanto che inforco gli occhiali – mi perdo il pensiero.
“Non fosse stato per gli squilli del telefono, avrebbe trascorso quella giornata quasi in perfetta letizia”.

Il libro termina con una appassionata, puntuale ed efficace postfazione di Sergio Rapetti (uno dei massimi esperti in materia) sull’opera completa del grande scrittore russo, nella quale analizza anche i rapporti travagliati tra Sinjavskij e Aleksandr Solzenicyn, Ioann Sacharov. Un libro assolutamente da non perdere!

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