Assegnato dalla Fondazione Ratzinger per lo «straordinario servizio alla Chiesa e alla cultura teologica del nostro tempo»; la premiazione il 26 novembre in Vaticano da parte di papa Francesco. Dice il teologo ambrosiano: «Un tributo all’oggettività della mia opera»

di Annamaria BRACCINI

Inos Biffi

Sarà monsignor Inos Biffi, sacerdote ambrosiano dal 1957, Canonico della Cattedrale, docente noto a livello internazionale, autore di centinaia di saggi e volumi, uno dei due premiati 2016 del Premio intitolato a Benedetto XVI. La cerimonia di consegna avverrà il 26 novembre nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico in Vaticano e sarà presieduta da papa Francesco. Lo ha annunciato direttamente all’interessato padre Federico Lombardi, presidente della “Fondazione Joseph Ratzinger-Benedetto XVI” a nome del Comitato scientifico. Con Biffi riceverà il Premio – destinato agli studiosi particolarmente distintisi nell’attività della ricerca scientifica di carattere teologico – Ioannis Kourempeles. I nomi dei vincitori sono stati proposti a papa Francesco dal Comitato scientifico della Fondazione Ratzinger, composto dai cardinali Angelo Amato (presidente), Kurt Koch e Gianfranco Ravasi e dall’arcivescovo Luis Francisco Ladaria.

A monsignor Biffi abbiamo chiesto con quali sentimenti ha accolto la notizia del prestigioso riconoscimento, conferito in considerazione dell’Opera Omnia che raccoglie i suoi scritti di una vita, soprattutto dedicati alla teologia e alla filosofia medievale. Opera che, pubblicata da Jaca Book, è ormai giunta al ventesimo volume edito, più altri in preparazione: «Il Premio mi ha fatto ovviamente piacere, ma mi ha colto di sorpresa. Credo che la valutazione che si può leggere nel testo a firma di padre Lombardi sia oggettiva», spiega monsignor Biffi.

Se guarda indietro, c’è qualche ambito o figura che avrebbe voluto approfondire di più?
Di fatto ho sempre scelto e approfondito le figure che mi hanno maggiormente attratto e interessato. Tra questi, in primo luogo, Tommaso d’Aquino, stoltamente ignorato nel passato recente o considerato ormai superato: indice, questo, di un’ignoranza infusa; al contrario, l’Aquinate è figura attualissima e dal valore tutt’altro che oltrepassato. Certo, mi riferisco alla dottrina del Tommaso della storia, peraltro senza acritico rifiuto della Scolastica e degli Scolastici. Tommaso amava il detto attribuito ad Ambrogio: «Da chiunque venga fatta un’affermazione vera, la fonte è sempre lo Spirito Santo». Senza dubbio, la tradizione cristiana è ricca di figure straordinarie, ma io, anche per influsso dei miei maestri – Chenu, Hayen, Van Steenbergen -, ho approfondito lo studio solo di alcune. D’altronde, ars longa, vita brevis: la scienza è oltremodo ampia, ma lo spazio della vita è breve.

Il Premio è intitolato a Joseph Ratzinger Pur essendovi occupati di temi diversi, c’è un “modo” di fare teologia che vi unisce?
Credo che si possa parlare di un “consenso” tra il mio modo di fare teologia e quello di Ratzinger: lo troverei nella passione per la Verità rivelata e per la Parola di Dio, nella cura a pensare il Mistero in comunione con la Chiesa, nel mettere in risalto l’aspetto contemplativo della Sacra Dottrina, che alla fine coinvolge la prassi. Definirei ciò, per entrambi, un intellectus cum amore.

Nelle motivazioni si parla «di straordinario servizio alla Chiesa e alla cultura teologica del nostro tempo». Quale ritiene sia il suo contributo più rilevante?
Non parlerei di un contributo in particolare, ma di un insieme di aspetti della Dottrina della Fede intimamente collegati. Se un’accentuazione c’è stata nel mio lavoro, è la cura dell’oggettività, dell’essere significativi in un tempo nel quale, anche da parte di tanti sedicenti teologi, si parla di crisi della metafisica. Tengo a sottolineare che un tratto evidenziato, a un certo punto del mio percorso, è stato quello dello splendore della teologia. Da qui i miei saggi su Teologia e Poesia (questo è proprio il titolo di uno dei volumi dell’Opera Omnia) e un certo gusto letterario – che mi pare impreziosisca i miei scritti – che devo all’indimenticato maestro Giovanni Colombo, rettore in Seminario, letterato e Arcivescovo di Milano.

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