Al Comitato scientifico di Oasis i resoconti del domenicano Alberto Ambrosio sugli incidenti in Turchia e del cardinale John Onaiyekan sulla Nigeria alle prese con la violenza fondamentalista

di Annamaria BRACCINI

convegno oasis

«Tra cattolici e musulmani i rapporti in Turchia sono ufficialmente positivi, di buon vicinato». Li definisce così, Alberto Ambrosio, domenicano, esperto di religiosità islamica e da dieci anni nel Paese. A Milano per il Comitato internazionale di Oasis, padre Ambrosio dice: «Anche se vi sono stati momenti molto gravi di tensione, contrapposizione e sofferenza, oggi il confronto mi pare propositivo. Globalmente i cristiani, e noi cattolici in modo particolare, siamo percepiti dalla quasi totalità della popolazione come una componente, talvolta un poco esotica, ma che tuttavia arricchisce di spiritualità la società», continua.

Si può fare di più per il dialogo e la comprensione reciproca?
Certo, è sempre possibile migliorare, anche e forse soprattutto, dal punto di vista giuridico. Comunque si può affermare che siamo “buoni vicini” e coltiviamo il rispetto reciproco: realtà, questa, che si fa evidente nella base della popolazione.

Esistono rapporti dal punto di vista istituzionale dedicati specificamente al confronto Islam- cristianesimo?
Sì, anche ad alto livello sono stati realizzati tavoli di dialogo. Proprio di recente dal Vaticano è giunta nella capitale Ankara una delegazione per prendere contatti più ufficiali con il Ministero degli Affari religiosi, al fine di intensificare e rendere maggiormente operativi questi rapporti. Anche la Chiesa cattolica in Turchia promuove incontri e simposi come occasioni che hanno un profilo di ufficialità, ma che vogliono rientrare nell’ordinarietà della vita della nostra gente.

E, naturalmente, a proposito di società civile, non può mancare un pensiero sulle attuali proteste…
Lo scontro è tra i giovani di piazza Taksim che, come movimento di protesta, intendono partecipare di più alle decisioni – per esempio sulle questioni urbanistiche – e un governo che cerca di mantenere l’ordine. Da qui la violenza. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica e i cristiani nel complesso, siamo sicuramente in un momento di attesa. Anche se alcuni di noi sono stranieri in Turchia, ci sentiamo cittadini di fatto, e viviamo quindi con inquietudine ciò che sta accadendo nel Paese, per la cui pace preghiamo. Partecipando alla dialettica democratica interna, crediamo che questa possa essere un elemento importante nello sviluppo politico, economico e civile turco.

L’Islam e il secolarismo

«Tra società e religione, in Turchia, c’è un innesto e un allargamento dell’influenza reciproca. L’Islam non è, infatti, percepito come un problema, così come non lo è la Shar’ah intesa come legge di Dio. In questo senso la protesta dei giovani turchi è profondamente differente dalle primavere arabe», spiega il professor Hakan Yavuz, che alla due giorni ha affrontato il tema controverso “Nuove forma di appartenenza religiosa nella Turchia contemporanea”.

«Nel Paese, nei riguardi della religione, viene avvertita una cesura tra il predicare e il praticare il Corano, e questo ha portato al secolarismo, rispetto al quale i musulmani sviluppano diverse risposte. Da chi lo vede come un evento occidentale, vòlto a distruggere l’Islam, a chi pensa a una mediazione e, infine, a quanti ritengono che lo Stato debba essere secolare perché la fede islamica possa prosperare». Il dibattito è aperto, quindi, ma la posizione di Yavuz per quanto attiene ai rapporti tra Ue e Turchia è chiara: «L’Unione europea sta facendo un grande errore a escludere la Turchia, solo perché è un Paese musulmano: questa è la vera ragione…».

«Nigeria, il dialogo vincerà»

Altra parte del mondo, diverso continente, l’Africa con la Nigeria del cardinale John Onaiyekan, che, dopo la denuncia dell’attività di terroristi islamici che da più due anni seminano morte e dolore, afferma. «Noi cattolici non siamo minoranza nel Paese, anche se taluni lo credono. I terroristi invece sono una minoranza e sono certo che verranno sconfitti dalla volontà di dialogo che esiste e viene coltivata. La questione, in Nigeria, è semmai come la fede viene vissuta perché anche nella nostra Chiesa è in atto una pericolosa deriva di superficialità».

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