Il convegno Professione Oratorio di venerdì 13 marzo - l’annuale appuntamento che la FOM, attraverso il Tavolo Enti e Cooperative, dedica alla formazione degli educatori professionali che lavorano in oratorio - è stato dedicato interamente agli adolescenti. Sia per riflettere su come accogliere e dialogare con i ragazzi di altre fedi, attraverso la rilettura del Documento su “Fede e accoglienza” in oratorio proposta da mons. Bressan (vedi l'articolo relativo); sia per ragionare su quello che potremmo definire il secondo annuncio della fede, ovvero la proposta del Vangelo fatta agli adolescenti. Un lavoro di accompagnamento alla crescita umana e cristiana dei ragazzi di cui gli stessi educatori sono protagonisti. Perché, ha indicato don Stefano Guidi, con la loro presenza costante in oratorio possono aiutare tutta la comunità a vivere concretamente il riferimento al Vangelo.
Accompagnare gli adolescenti nella ricerca di senso, aiutarli ad aprirsi a una dimensione spirituale della vita, proporre loro la logica del dono e la buona notizia di un Dio che ci conosce personalmente può apparire certamente una sfida ardua. E d’altra parte, anche guardando ai ragazzi che vivono un’altra fede, mons. Bressan ha ricordato come la dimensione religiosa appaia – ancora oggi – costitutiva della vita di ciascuno. Nella mattinata di venerdì è stata Milena Santerini, pedagogista dell’Università Cattolica, a indagare questa dimensione spirituale nell’esperienza degli adolescenti. Mentre don Samuele Ferrari, docente di Pastorale giovanile presso il Seminario di Venegono, ha proposto alcuni passaggi per parlare di Gesù ai ragazzi, conducendoli attraverso la strada della fiducia.
Si può, dunque, parlare oggi di una spiritualità dei ragazzi? E quali fattori la influenzano? I dati naturalmente non mancano, e ci parlano – ha ricordato Santerini – della tendenza a una ricerca spirituale che resta lontana dalla pratica religiosa, e quindi anche dalla Chiesa. C’è naturalmente, negli adolescenti, una maturazione, strettamente legata anche allo sviluppo neuronale, che porta a porsi nuove domande. E se molti intendono la spiritualità come ricerca di comunione con tutto ciò che ci circonda, allo stesso tempo emerge anche la ricerca di un senso per la propria vita. Santerini indica una celebre frase dello psicologo austriaco Viktor Frankl: «non conta tanto cosa noi ci aspettiamo dalla vita, ma cosa la vita si aspetta da noi». È la vita stessa, insomma, a porre agli adolescenti la domanda su chi debbano essere. Un passaggio che porta a uscire dalla fase in cui si è concentrati prevalentemente su di sé e a considerare invece l’altro, gli altri, in qualche modo più importanti di noi. Gli adolescenti, però, tendono a respingere l’idea di impegnarsi per qualcun altro. «Forse lo desidererebbero, ma istintivamente ne hanno paura», nota Santerini: temono, in fondo, che questo impegno sia qualcosa di velleitario, che non si possano mettere davvero in pratica gli ideali di cui parla il mondo degli adulti». Per questo la pedagogista propone una moratoria, un’indulgenza sugli errori dei ragazzi, ma sprona allo stesso tempo la comunità cristiana a proporre loro qualcosa di grande. E, ai giovani, propone come modello quel San Francesco che, ancora cavaliere – dunque ancora concentrato su di sé, come lo sono gli adolescenti – si apre però al dono, lasciando il suo mantello a un viandante.
Anche don Samuele Ferrari ha evidenziato, per gli adolescenti, la centralità della fiducia. Una fiducia negli altri che può essere la chiave perché anche per i ragazzi possa dischiudersi l’orizzonte della fede, che don Samuele ha definito con le parole di Benedetto XVI: «l’affidamento a un Dio che è padre e che mi ama, l’adesione a un “tu” che mi dona speranza e fiducia». Una promessa che non è, secondo don Samuele, lontana dal cuore degli adolescenti: proprio nella fase in cui iniziano a rielaborare quanto hanno ricevuto per sviluppare un proprio progetto di vita, sono fondamentali – ricorda – la fiducia, la relazione, la responsabilità, la cura. Negli adolescenti, insomma, emerge la domanda sul futuro, che è poi quella del giovane ricco a Gesù: cosa devo fare per avere la felicità?
Anche don Samuele, naturalmente, ha dato spazio a tutte le insicurezze che vivono i ragazzi, a quell’impressione che nonostante gli sforzi nulla cambi. Ma ha anche proposto, pensando a loro, l’immagine di Davide contro Golia, per ricordare le risorse di cui i giovani stessi sono portatori. E, per gli educatori, ha indicato l’esempio di Gesù con i discepoli di Emmaus. Con un’azione che oggi definiremmo pedagogica, Gesù si avvicina ai discepoli quando si stanno ormai allontanando; cammina con loro, li ascolta, è capace anche di rimproverarli, ma poi anche di spiegargli il senso che non stavano trovando. «Anche se non porteremo i ragazzi a dire “io credo”, nei nostri oratori siamo chiamati a lavorare come fa Gesù con quei discepoli che hanno poca fiducia in lui, ma che lui riesce a sorprendere», ha esortato don Samuele. «Possiamo – ha spiegato – metterci in ascolto delle domande dei ragazzi e lavorare per suscitare in loro un sentimento di fiducia verso un orizzonte di vita buona che ha senso ed è bello vivere. E, quindi, fare in modo che arrivino man mano a identificare questo orizzonte con Gesù»: quel Gesù che, ha ricordato ancora don Samuele, con la sua morte in croce può mostrarsi vicino a quei ragazzi che si sentono gli ultimi tra gli ultimi, ma, appunto, che può essere anche conosciuto proprio come quell’orizzonte di senso per cui è bello vivere, come colui con con cui stabilire un legame. Un orizzonte a cui poter guardare, ha ricordato infine don Samuele, anche se, naturalmente, i ragazzi non sono sempre in oratorio. Se infatti l’adolescenza è un periodo nomade, «l’oratorio e la comunità cristiana potrebbero essere quell’oasi in cui trovare una risposta alla sete, insieme alla capacità, appunto, di guardare a un orizzonte più grande».
L’invito agli educatori, dunque, è a mettere in gioco le proprie risorse interiori, facendo in prima persona quel continuo lavorio spirituale che consente di mantenere il riferimento a Cristo. In modo da prendere, loro stessi, il “sapore” di Gesù.
Se, dunque, la fede dei ragazzi difficilmente si può misurare, don Samuele ha indicato la possibilità di disegnare per i giovani «nuove mappe di speranza», come papa Leone ha auspicato nella sua recente Lettera apostolica. Un compito, ha concluso, che dipende «anche da ciascuno di noi, dalla nostra capacità di generare fiducia nei ragazzi che incontriamo».
—
Consegne impegnative, dunque, ma don Stefano Guidi ha sottolineato che il convegno Professione oratorio ha voluto essere un’occasione per sostenersi a vicenda, nel pieno riconoscimento della responsabilità e del contributo degli educatori di professione. Educatori ai quali don Stefano ha lasciato tre spunti, aperti, su cui continuare a lavorare:
– Il rapporto tra bisogno e spiritualità: l’educatore è in oratorio per rispondere a un bisogno, o per aiutare ad aprire un orizzonte di senso?
– Il rapporto tra servizio e comunità: l’educatore professionale garantisce che un certo servizio sia svolto al meglio, e proprio per questo l’oratorio si avvale della sua presenza. Ma parte del compito educativo – sottolinea – è anche aiutare la comunità ad essere sé stessa, ovvero far sì che sappia veramente testimoniare il vangelo (anche quando non è l’educatore, in prima persona, a curare la preghiera dei ragazzi).
– Infine, sulla stessa linea, don Stefano ha sottoposto agli educatori la polarità tra prestazione e testimonianza.
Tre spunti sul ruolo dell’educatore professionale in oratorio in cui, naturalmente, ciascuna polarità ha il proprio valore. Per questo don Stefano ha invitato a non trovare una risposta teorica, ma a confrontarsi con queste domande nella concretezza della quotidianità.




