Accoglienza, capacità di entrare in relazione coi ragazzi; ascolto delle loro domande, a maggior ragione in quella fase di grande trasformazione che è l’adolescenza; capacità di proporre la buona notizia della possibile relazione con Gesù; apertura e dialogo con i ragazzi di altre fedi. Questi i tanti aspetti della vita oratoriana che sono stati affrontati venerdì 13 marzo nella densa mattinata del convegno "Professione Oratorio", l’annuale appuntamento che la FOM attraverso il Tavolo Enti e Cooperative dedica alla formazione degli educatori professionali che lavorano in oratorio. Educatori che la Chiesa ambrosiana vuole considerare sempre più, non semplici collaboratori ma protagonisti a pieno titolo dell’educazione umana e cristiana dei ragazzi.
A fare da filo conduttore della mattinata è stato il tema dell’identità – dell’oratorio stesso e degli adolescenti – a partire dalla consapevolezza che siamo protagonisti di un mondo plurale. Come l’oratorio può continuare a essere il luogo (o il tempo) privilegiato in cui si propone ai ragazzi la relazione con Gesù, e allo stesso tempo accogliere anche i ragazzi che vivono un’altra fede, sapendo coltivare un vero dialogo con loro? Quali sono i fattori esterni che oggi influenzano la ricerca spirituale degli adolescenti? Da dove partire perché alimentino una propria ricerca interiore, e come “far sapere” loro di Gesù? Come dunque entrare in relazione con l’identità di ciascuno, sapendo tenere nella giusta considerazione allo stesso tempo quello che può essere il tratto forte di una storia di fede diversa, ma anche una biografia di fede debole, o comunque in formazione, come può essere quella degli adolescenti? Queste alcune delle domande di fondo della mattinata, organizzata in due momenti.
La prima parte è stata dedicata a una rilettura del documento Fede e accoglienza. L’oratorio come luogo di dialogo interreligioso, accompagnati da mons. Luca Bressan, vicario della Diocesi per la Vita sociale.
Nella seconda parte del convegno lo sguardo si è allargato a tutti gli adolescenti, per riflettere su come accompagnare la loro ricerca di senso: la pedagogista Milena Santerini, docente dell’Università Cattolica, e don Samuele Ferrari, che insegna Catechetica e Pastorale giovanile presso il Seminario di Venegono, hanno portato l’attenzione sulla vita interiore dei ragazzi, offrendo alcuni spunti su come il lavoro educativo in oratorio possa aprire a una dimensione spirituale e (ri)proporre agli adolescenti la buona notizia del Vangelo.
Suddividiamo quindi in due parti anche il racconto della mattinata, approfondendo dapprima il dialogo interreligioso.
La seconda parte, che pubblichiamo a questo link, è dedicata alle riflessioni sulla vita spirituale degli adolescenti, insieme ad alcuni suggerimenti che don Stefano Guidi, direttore della FOM, ha voluto lasciare agli educatori, riconoscendo loro il prezioso ruolo di chi aiuta l’oratorio, nelle sue diverse esperienze, ad essere una comunità che vive sempre più concretamente il vangelo.
L’accoglienza delle altre fedi
Con il documento su “Fede e accoglienza”, pubblicato all’inizio di quest’anno pastorale, la Chiesa ambrosiana ha voluto fornire alcune indicazioni per vivere al meglio – senza chiusure e allo stesso tempo cogliendo le occasioni per un approfondimento della fede di ciascuno – la presenza in oratorio dei ragazzi di altre fedi. Esperienze di apertura e di scambio reciproco sono ormai consolidate in molte realtà della Diocesi, tanto da non fare più “notizia”. Ma, da oratorio a oratorio, le “pratiche” in cui si esprime questo dialogo possono essere anche molto diverse. Differenze che possono certamente restare tali «ma che vanno anche armonizzate», ha sottolineato mons. Bressan: sia per comprendere più a fondo il valore di queste pratiche (dalla cena condivisa per la rottura del digiuno fino all’ospitalità di momenti di preghiera islamica per i ragazzi musulmani che frequentano l’oratorio, per fare solo alcuni esempi) e considerare così quelle che sono le esperienze e le forme più opportune; sia per continuare a proporre un’esperienza oratoriana in cui non si corra – o, ancora prima, non si percepisca – il rischio di indebolire l’identità cristiana, ma si colga anzi l’opportunità di leggere più in profondità la fede anche attraverso il dialogo con chi vive un credo e una tradizione differente. Che queste domande siano reali lo testimonia tanto l’ampia diffusione che in questi mesi ha avuto il Documento quanto il dibattito che ha suscitato, anche – ha riconosciuto Bressan – con diverse nella sua ricezione espresse gli stessi sacerdoti ambrosiani. Una fatica peraltro comprensibile, ha spiegato, se prevale la percezione di un compito dettato più da esigenze sociali che da una reale predisposizione all’accoglienza.
Ripercorrendo il testo del Documento, mons. Bressan ha ribadito quindi il fondamento teologico del dialogo nell’iniziativa stessa di Dio che ha voluto instaurare una relazione con l’uomo, e dunque l’accoglienza come atto non secondario ed estraneo alla fede. «L’oratorio, dunque, può essere un laboratorio privilegiato di incontro interreligioso: un luogo dove la fede diventa parola, messaggio e colloquio; dove i giovani imparano che accogliere l’altro non significa perdere la propria identità, ma vivere fino in fondo l’amore di Cristo». Oggi, a maggior ragione, l’oratorio deve rimanere aperto a tutti, pronto ad accogliere anche quelli che sembrano lontani dai percorsi confessionali cristiani. Come vivere, dunque, l’accoglienza? Seguendo mons. Bressan richiamiamo qui solamente alcuni punti, sempre espressi nel documento Fede e accoglienza. Accogliere significa riconoscere l’altro nella sua singolarità; conoscerlo dunque anche in quella che è la dimensione della fede, capendo come lui la vive; accogliere significa anche proteggere l’altro; aiutare, cioè, l’altro a conoscersi, e a maturare la propria identità. Un atteggiamento teso, quindi, a capire le differenze, e a mettersi in dialogo. Si può quindi – è il terzo passaggio – promuovere il dialogo, naturalmente attraverso un percorso in cui tutta la comunità cresca nella capacità di accogliere ma anche di lasciarsi conoscere. Un percorso da vivere, con i ragazzi, su più piani diversi, da quello interculturale fino a quello della maturazione spirituale. L’oratorio potrà essere, così, un vero luogo d’integrazione, dove l’esperienza educativa non è neutra o astratta, ma profondamente incarnata nella quotidianità dei ragazzi.
Il Documento guarda quindi alla presenza dei ragazzi musulmani in oratorio, con una certezza che sostiene le indicazioni pastorali: «la fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare». Per cui – ha ammonito Bressan – non possiamo certo diventare vittima di un processo di auto-secolarizzazione; ovvero «l’oratorio non può, per paura del dialogo, rinunciare a raccontare la fede».
Bressan ha dunque insistito su alcuni atteggiamenti che possono rappresentare dei paletti sicuri nel percorso di dialogo. Il criterio generale è sempre quello della consapevolezza: dal confine tra le pratiche di fede più intime e quelle con una valenza più culturale fino alla consapevolezza del valore della preghiera, che aiuterà a evitare sia forme di sincretismo che di banalizzazione. Per gli oratori l’invito è soprattutto mettere a tema questa riflessione, così da confrontarsi all’interno della comunità.
Tra i suggerimenti per iniziare a vivere nel concreto le indicazioni del Documento, dagli educatori presenti è emersa la possibilità di aprire spazi di racconto, utilizzando naturalmente anche canali come il cibo o la musica, perché ciascun ragazzo possa condividere qualcosa di sé. Un suggerimento che riporta peraltro alle motivazioni concrete che hanno portato la Diocesi a riflettere sulla dimensione interreligiosa che si può vivere in oratorio. Sempre più, infatti, gli oratori raccolgono il desiderio di relazione non solo dei più piccoli ma anche degli adolescenti, e sempre più questa domanda arriva anche dai ragazzi di seconda generazione. Al contrario di quanto spesso si crede, ha ricordato mons. Bressan, non molti tra loro hanno alle spalle una strutturata esperienza di fede. Ma – ha sottolineato – come ragazzi ormai in crescita «rivendicano giustamente una propria identità, diversa dalla nostra». Una considerazione, questa, che mette ulteriormente in luce il ruolo degli oratori nell’educare alla vita spirituale: anche se la riflessione moderna ha per lo più tralasciato la dimensione spirituale dell’esistenza, «il mondo ci mostra che la dimensione religiosa struttura fondamentalmente l’identità, per cui non educarla significa rimanere infantili sotto questo punto di vista», ha osservato mons. Bressan. Per gli oratori, suggerisce quindi il Documento, non si tratta quindi, solamente, di inserire nel gruppo i ragazzi che vivono un’altra fede o tradizione religiosa, ma di accompagnarli in un cammino, «aiutandoli a riconoscere e a dare voce alle domande più profonde che abitano il loro cuore».
Domande che sono, naturalmente, di tutti gli adolescenti, e su cui si è concentrata quindi la seconda parte della mattinata (vai al link e continua a leggere).



