Protagonista dei più importanti musical degli ultimi anni (Jesus Christ Superstar, Notre Dame de Paris, Dracula, Tosca), l'attore livornese�è l'Innomainato nei Promessi Sposi di Guardì

di Ylenia SPINELLI
Redazione

«Questo personaggio è capitato in un momento particolarmente complesso della mia vita e, grazie alla catarsi del teatro, mi ha dato la forza di risollevarmi nonostante tutto e al di là di tutto». A parlare così è Vittorio Matteucci, cantante e attore livornese, protagonista dei più importanti musical degli ultimi anni (Jesus Christ Superstar, Notre Dame de Paris, Dracula, Tosca), che nei Promessi Sposi di Guardì interpreta l’Innominato. Un ruolo complesso il suo, perché incarna in sé i due temi cardine del romanzo manzoniano: l’arroganza del potere e la forza della fede.
Matteucci, è risentito per questo ennesimo ruolo da cattivo?
Per nulla, è vero ho interpretato Giuda, il perfido arcidiacono Frollo, Dracula, ma credo che per fare un ruolo da cattivo ci voglia maturità e io sono tra i più anziani della compagnia, oltre che una certa preparazione teatrale. Occorre esperienza per toccare gli angoli più scuri del proprio animo. E poi io ho una voce scura, più adatta a certi personaggi, e non sono biondo con gli occhi azzurri.
Dal punto di vista del messaggio cristiano dell’opera, l’Innominato rappresenta il cattivo convertito. Ha sentito il peso, la responsabilità di questo ruolo?
Guai se non l’avessi sentito! Il personaggio non sarebbe stato ciò che doveva essere. Il tema della conversione e quello della fede sono due componenti importanti dell’opera manzoniana. L’incontro del Cardinale con l’Innominato rappresenta il punto più alto della narrazione, al di là della storia d’amore tra Renzo e Lucia, che pure Manzoni delinea in maniera superlativa. La forza della fede è ben riassunta in quel «Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia». Io sono credente, penso di essermi potuto calare bene in questa parte. Mi sono messo nei panni dell’Innominato, che non ha fede e che la scopre dalle parole di una semplice ragazza, ciò provoca in lui una sorta di esplosione nucleare che si risolve nella conversione.
Pensa che questo spettacolo acquisterà ancora più valore in un teatro chiuso come l’Arcimboldi?
Personalmente sono convinto che il teatro è il luogo giusto per fare teatro. Se poi, magari per necessità di spazi, si fa altrove va bene, ma il teatro è un luogo di per sé magico, impregnato di emozioni, che rimangono nel posto in cui sono state prodotte e sentite. Un luogo speciale è stato anche il Duomo di Milano, dove abbiamo presentato in anteprima l’opera davanti al cardinale Tettamanzi. Cantando non potevi rimanere indifferente o non emozionarti pensando a quante storie di vita vissuta sono passate e continuano a passare di lì!
Crede che l’opera possa essere stata “bruciata” dalla messa in onda televisiva?
No, non credo proprio. Il passaggio in tv e i dvd possono aver incuriosito, l’unica vera fruizione di uno spettacolo del genere è dal vivo e poi chi ama il teatro, viene in teatro.
I Promessi Sposi sono un romanzo che ha amato o odiato da studente?
Amato, sicuramente. Anche prima dello spettacolo conoscevo bene il romanzo, più che al liceo l’ho approfondito all’università e poi, data l’età, ho potuto vedere la splendida riduzione televisiva degli anni Sessanta di Bolchi. Per me quello fu uno degli sceneggiati più belli della storia della tv. Questo spettacolo popolare, un po’ come allora lo sceneggiato, renderà accessibile uno dei più grandi capolavori della letteratura italiana al grande pubblico ed è una cosa per me molto bella.
Quali sono i suoi progetti futuri?
Mi definisco un cantattore, perché il canto e la recitazione per me sono due cose inscindibili, dunque nel teatro, e nel musical in particolare, ho trovato il modo di esprimermi al meglio. Mi piacerebbe scendere dal palcoscenico e poter portare in scena testi scritti da me. «Questo personaggio è capitato in un momento particolarmente complesso della mia vita e, grazie alla catarsi del teatro, mi ha dato la forza di risollevarmi nonostante tutto e al di là di tutto». A parlare così è Vittorio Matteucci, cantante e attore livornese, protagonista dei più importanti musical degli ultimi anni (Jesus Christ Superstar, Notre Dame de Paris, Dracula, Tosca), che nei Promessi Sposi di Guardì interpreta l’Innominato. Un ruolo complesso il suo, perché incarna in sé i due temi cardine del romanzo manzoniano: l’arroganza del potere e la forza della fede.Matteucci, è risentito per questo ennesimo ruolo da cattivo?Per nulla, è vero ho interpretato Giuda, il perfido arcidiacono Frollo, Dracula, ma credo che per fare un ruolo da cattivo ci voglia maturità e io sono tra i più anziani della compagnia, oltre che una certa preparazione teatrale. Occorre esperienza per toccare gli angoli più scuri del proprio animo. E poi io ho una voce scura, più adatta a certi personaggi, e non sono biondo con gli occhi azzurri.Dal punto di vista del messaggio cristiano dell’opera, l’Innominato rappresenta il cattivo convertito. Ha sentito il peso, la responsabilità di questo ruolo?Guai se non l’avessi sentito! Il personaggio non sarebbe stato ciò che doveva essere. Il tema della conversione e quello della fede sono due componenti importanti dell’opera manzoniana. L’incontro del Cardinale con l’Innominato rappresenta il punto più alto della narrazione, al di là della storia d’amore tra Renzo e Lucia, che pure Manzoni delinea in maniera superlativa. La forza della fede è ben riassunta in quel «Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia». Io sono credente, penso di essermi potuto calare bene in questa parte. Mi sono messo nei panni dell’Innominato, che non ha fede e che la scopre dalle parole di una semplice ragazza, ciò provoca in lui una sorta di esplosione nucleare che si risolve nella conversione.Pensa che questo spettacolo acquisterà ancora più valore in un teatro chiuso come l’Arcimboldi?Personalmente sono convinto che il teatro è il luogo giusto per fare teatro. Se poi, magari per necessità di spazi, si fa altrove va bene, ma il teatro è un luogo di per sé magico, impregnato di emozioni, che rimangono nel posto in cui sono state prodotte e sentite. Un luogo speciale è stato anche il Duomo di Milano, dove abbiamo presentato in anteprima l’opera davanti al cardinale Tettamanzi. Cantando non potevi rimanere indifferente o non emozionarti pensando a quante storie di vita vissuta sono passate e continuano a passare di lì!Crede che l’opera possa essere stata “bruciata” dalla messa in onda televisiva?No, non credo proprio. Il passaggio in tv e i dvd possono aver incuriosito, l’unica vera fruizione di uno spettacolo del genere è dal vivo e poi chi ama il teatro, viene in teatro.I Promessi Sposi sono un romanzo che ha amato o odiato da studente?Amato, sicuramente. Anche prima dello spettacolo conoscevo bene il romanzo, più che al liceo l’ho approfondito all’università e poi, data l’età, ho potuto vedere la splendida riduzione televisiva degli anni Sessanta di Bolchi. Per me quello fu uno degli sceneggiati più belli della storia della tv. Questo spettacolo popolare, un po’ come allora lo sceneggiato, renderà accessibile uno dei più grandi capolavori della letteratura italiana al grande pubblico ed è una cosa per me molto bella.Quali sono i suoi progetti futuri?Mi definisco un cantattore, perché il canto e la recitazione per me sono due cose inscindibili, dunque nel teatro, e nel musical in particolare, ho trovato il modo di esprimermi al meglio. Mi piacerebbe scendere dal palcoscenico e poter portare in scena testi scritti da me.

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