In vigore le sanzioni disciplinari ideate per arginare un comportamento immorale e irrispettoso che riguarda non solo i professionisti, ma anche i giovanissimi

di don Alessio ALBERTINI Segretario Commissione Sport Diocesi di Milano
Redazione

Dopo l’invito del Presidente del Coni Gianni Petrucci, il calcio ha deciso di dire basta alle bestemmie in campo: d’ora in avanti per gli eventuali trasgressori scatterà il cartellino rosso, ma sono possibili sanzioni anche successivamente, grazie alla prova tv. Il provvedimento è stato preso per arginare un fenomeno che non si riscontra solo sui campi dei grandi campionati professionistici, ma purtroppo anche nelle squadre di ragazzini, anche sui campetti di periferia.
Molti hanno sottolineato che non è certo con la repressione che si risolvono i problemi. La regola, qualunque essa sia, sembra essere una limitazione alla libertà. Tuttavia ogni regola diventa anche la possibilità di far crescere e permettere una reale convivenza. È la sua paradossalità: da una parte proibisce, ma dall’altra consente il divertimento. Senza regole precise e chiare, il calcio non sarebbe un’occasione di festa, gioia e soddisfazione per quanti lo praticano.
La proibizione della bestemmia non è dettata esclusivamente dal rispetto religioso, ma dalla convinzione che un’espressione tale rende osceno chi la pronuncia e il gioco stesso. “Osceno” nel senso di fuori dalla scena, estromesso dal contesto, fuori luogo e proprio per questo incapace di abbellire quello che dovrebbe essere il gioco più “bello” del mondo.
Questo per alcuni motivi.
Primo perché, spesso, la concitazione della gara, l’affanno agonistico, la presenza di un trauma sembrano attenuanti o giustificazioni per un parlare immorale. Si dovrebbe avere più coraggio per riconoscere che un gol mancato, un tiro sbilenco, una papera impossibile, un fischio errato non sono nient’altro che un semplice limite di un atleta. Non è colpa di nessuno se il gesto atletico è compiuto da un essere umano che, pur ricco di invidiabile talento, è dotato anche di margine di errore. Fa parte dello scenario sportivo. Neppure è giustificabile lanciare improperi per rendere meno dolorosi un tackle o una gomitata. Giustificato il richiamo dell’arbitro, il dolore ricorda a tutti che siamo fatti di carne e ossa e che il ghiaccio spray o l’antica spugna imbevuta d’acqua leniscono di più la sofferenza che un improperio rivolto verso il cielo. Una giocata spaventa un avversario più che un urlo misto a un falso religioso. Dopo l’invito del Presidente del Coni Gianni Petrucci, il calcio ha deciso di dire basta alle bestemmie in campo: d’ora in avanti per gli eventuali trasgressori scatterà il cartellino rosso, ma sono possibili sanzioni anche successivamente, grazie alla prova tv. Il provvedimento è stato preso per arginare un fenomeno che non si riscontra solo sui campi dei grandi campionati professionistici, ma purtroppo anche nelle squadre di ragazzini, anche sui campetti di periferia.Molti hanno sottolineato che non è certo con la repressione che si risolvono i problemi. La regola, qualunque essa sia, sembra essere una limitazione alla libertà. Tuttavia ogni regola diventa anche la possibilità di far crescere e permettere una reale convivenza. È la sua paradossalità: da una parte proibisce, ma dall’altra consente il divertimento. Senza regole precise e chiare, il calcio non sarebbe un’occasione di festa, gioia e soddisfazione per quanti lo praticano.La proibizione della bestemmia non è dettata esclusivamente dal rispetto religioso, ma dalla convinzione che un’espressione tale rende osceno chi la pronuncia e il gioco stesso. “Osceno” nel senso di fuori dalla scena, estromesso dal contesto, fuori luogo e proprio per questo incapace di abbellire quello che dovrebbe essere il gioco più “bello” del mondo.Questo per alcuni motivi.Primo perché, spesso, la concitazione della gara, l’affanno agonistico, la presenza di un trauma sembrano attenuanti o giustificazioni per un parlare immorale. Si dovrebbe avere più coraggio per riconoscere che un gol mancato, un tiro sbilenco, una papera impossibile, un fischio errato non sono nient’altro che un semplice limite di un atleta. Non è colpa di nessuno se il gesto atletico è compiuto da un essere umano che, pur ricco di invidiabile talento, è dotato anche di margine di errore. Fa parte dello scenario sportivo. Neppure è giustificabile lanciare improperi per rendere meno dolorosi un tackle o una gomitata. Giustificato il richiamo dell’arbitro, il dolore ricorda a tutti che siamo fatti di carne e ossa e che il ghiaccio spray o l’antica spugna imbevuta d’acqua leniscono di più la sofferenza che un improperio rivolto verso il cielo. Una giocata spaventa un avversario più che un urlo misto a un falso religioso. Abitudine inquietante C’è una seconda ragione che rende “osceno” il nominare il nome di Dio invano durante una partita: ridurre la sua invocazione a una sorta di formula magica. Il giorno che si scoprisse che nominare Dio non è invano perché risponde e sembra funzionare, il calcio si troverebbe davanti a un ulteriore aiuto non consentito. Come il doping, le plusvalenze, i passaporti, le combines… Tutte cose che non permettono ai giocatori di combattere ad armi pari, di mettere in mostra le loro vere capacità. È come trovare un aiuto dall’esterno, non permesso. Si rischia di non stare dentro il lecito. Ci sarebbe l’uso esagerato di uno strumento non consentito. Perché cercare in alto quando sai che sei chiamato a dare il meglio di te stesso e devi contare sulle tue capacità?Qualcuno ha precisato che non si fa per cattiveria, per malizia, ma semplicemente per abitudine, per vizio. Forse è più inquietante perché impossibile da estirpare. Allora una semplice domanda: in un tempo in cui si parla tanto di tolleranza come capacità di accoglienza della diversità, d’integrazione dello straniero, di convivenza con chi è diverso da noi, non varrebbe la regola del rispetto di chi credente lo è, magari per davvero?Ultimamente la televisione – con tutte le telecamere disposte lungo il terreno di gioco – è diventata una sorta di passatempo enigmistico per indovinare la lettura del labiale. Se ciò non bastasse, anche i microfoni appostati in zone strategiche rendono meno complicato il lavoro a chi non ha ancora la capacità di interpretare il linguaggio dei segni. Sembra che non scappi nulla. Intanto, però, ci scappano le parole più belle. Nell’era della comunicazione digitale siamo diventati bravi ad abbreviare le parole che riempiono di emozione e abbiamo trasformato in segni ciò che è capace di scaldare il cuore. Così «ti voglio bene» è diventato tvb, i baci si racchiudono nelle x, le parentesi sostituiscono i sorrisi… Non varrebbe la pena pronunciare per intero i vocaboli che rendono bella la vita e cominciare ad abbreviare ciò che la imbruttisce fino a coprirlo con un’enorme X?Stiamo pur certi che non è invocando il cielo che Lui ci guarderà. È già impegnato a sorriderci nel vedere che ce la mettiamo tutta, giochiamo lealmente e stringiamo la mano all’avversario. Lo dice anche il Salmo: «Se la ride chi abita nei cieli».

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