Redazione

di Stefano Affolti

La storia della Coppa del Mondo comincia sul finire degli anni Venti. L’inventore del torneo iridato è monsieur Jules Rimet, francese, presidente della Fifa; in palio c’è un trofeo sfornato in otto giorni da un orafo parigino. Rimet morirà nel 1956, risparmiandosi (per sua fortuna) la mercificazione tipica delle rassegne moderne.

Uruguay 1930. L’Uruguay, che celebra il centenario dell’indipendenza, ospita la prima edizione nella sola Montevideo: in polemica per la scelta della sede, le migliori federazioni europee snobbano l’appuntamento. Si iscrivono appena 13 squadre, l’Italia non c’è. Il primo gol della storia iridata è del francese Lucien Laurent (13 luglio, Francia-Messico 4-1). La finale, come da copione, è un derby rioplatense: per tenere a bada Uruguay e Argentina, divise da un atavico campanilismo, l’arbitro Langenus pretende un’assicurazione sulla vita. Le squadre litigano per il pallone: il “fischietto” belga fa giocare il primo tempo con quello argentino (e i gauchos conducono 2-1) e il secondo con quello uruguagio (e la Celeste recupera e vince).

Italia 1934. Per l’esordio europeo, l’Uruguay restituisce lo sgarbo rifiutando l’invito. Organizza l’Italia e il regime fascistizza l’evento. La squadra azzurra (guidata da Vittorio Pozzo, leggendario giornalista-allenatore, e forte degli oriundi argentini Orsi e Monti) trionfa con qualche “spinta” di troppo: con la Spagna l’arbitro svizzero Mercet ci lascia picchiare a piacimento; contro il forte Wunderteam austriaco lo svedese Eklind ci assegna un gol irregolare. Alla finale assiste anche il Duce, peraltro ignorante in materia calcistica. Battiamo in rimonta i cechi ai supplementari con un gol di Angiolino Schiavio, talmente emozionato e stanco da svenire quando vede la palla entrare in rete.

Francia 1938. Venti di guerra soffiano sull’Europa. L’Italia, che ha vinto anche le Olimpiadi di Berlino con una squadra di illustri universitari, si presenta salutando alla romana: raccoglie i fischi dei francesi e dei nostri rifugiati politici, che gufano con astio. Nel disastroso esordio con la Norvegia ci salva il portiere Olivieri. Poi però la squadra cresce e convince anche i nemici. Nei quarti batte nettamente la Francia, tra gli applausi del pubblico di casa. In una storica semifinale, a Marsiglia, supera il fortissimo e presuntuoso Brasile, che lascia sprezzantemente a riposo il celebre bomber Leonidas. I carioca ridono quando, alla vigilia, Pozzo va a chiedere loro, in caso di vittoria azzurra, i biglietti aerei già prenotati per Parigi. Ridono molto meno quando, sul campo, vengono infilati da Colaussi e Peppin Meazza (che trasforma un rigore reggendosi i calzoncini, dei quali si è rotto l’elastico): non ci acciuffano più e tornano a casa scornati mica male. Gli azzurri, intanto, volano a Parigi e frantumano un’Ungheria chiaramente inferiore (4-2).

Brasile 1950. Dopo la guerra tocca al Brasile, dove il calcio è pane quotidiano. La squadra italiana è rabberciata e poco competitiva: nel maggio del 1949, a Superga, insieme al Grande Torino è scomparsa un’intera Nazionale. I rincalzi vanno in Brasile in nave, perché l’aereo fa ancora paura: un viaggio lunghissimo e logorante (durante gli allenamenti sui ponti i palloni finiscono in acqua…) per una comparsata veloce e anonima: ci giustizia subito la Svezia di quel Jeppson che il Napoli, l’anno dopo, acquisterà per 105 milioni, destando scandalo. Gli inglesi abbandonano il loro “splendido isolamento”, ma vengono umiliati dai volonterosi scarponi statunitensi. Il Brasile è stellare, ma come al solito difetta di furbizia: nel girone finale maltratta Svezia (7-1) e Spagna (6-1), ma “cicca” la gara decisiva, giocata nell’immenso Maracanà di fronte a 200 mila ugole trepidanti. Non s’accontenta del pareggio, che gli garantirebbe il titolo, e attacca l’Uruguay a testa bassa anche dopo aver segnato con Friaca. Il Brasile cerca la goleada e trova il micidiale contropiede urugagio, orchestrato dal mitico capitano Varela e finalizzato dai futuri “italiani” Schiaffino e Ghiggia. La Celeste torna campione, Rio de Janeiro e le sue ugole distrutte piombano nel dramma.

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