Gli ottimi risultati del XV azzurro nel Sei Nazioni hanno prodotto un vero boom per questo sport, apprezzato per i suoi principi di correttezza, lealtà e reciproco rispetto in campo e fuori


Redazione

Gli ottimi risultati del XV azzurro hanno prodotto un boom
di tesserati e richiamato l’interesse generale su questo sport,
apprezzato per le sue componenti di lealtà, correttezza e rispetto
reciproco e per lo spirito amicale tra i tifosi ammirato sugli spalti

di Silla Gambardella

Pagine intere sui giornali sportivi, e non solo su quelli. Un ricevimento a Palazzo Chigi e i complimenti di Romano Prodi alla squadra e al coach Pierre Berbizier. Due megaschermi – in Piazza del Popolo a Roma e in Piazza Duomo a Milano – per permettere a chi non era al Flaminio di seguire in diretta gli incontri. E poi l’intervista delle Iene di Italia 1 ai fratelli Mauro e Mirco Bergamasco e il capitano Marco Bortolami invitato a Quelli che il calcio….

Sembra di essere tornati ai tempi di Luna Rossa, quando la gente si svegliava a notte fonda per assistere alle regate di Coppa America. Allo stesso modo, sull’onda dei recenti successi al Sei Nazioni, gli azzurri del rugby sono diventati il nuovo fenomeno sportivo nazionale.

Una passione figlia non del caso, ma dei successi che il XV italiano ha raccolto nella più prestigiosa competizione europea della palla ovale: le due vittorie ottenute contro la Scozia (al Murrayfield di Edimburgo) e contro il Galles (al Flaminio) costituiscono un record. Da quando, nel 2000, il Cinque Nazioni divenne Sei Nazioni (accogliendo la nostra Nazionale a fianco a quelle di Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda e Francia), mai gli azzurri erano riusciti ad andare oltre il singolo successo.

Nell’ultimo incontro in calendario, sabato scorso a Roma contro l’Irlanda, non è arrivata la terza vittoria consecutiva, ma è stata comunque festa grande. Privi dello squalificato Mirko Bergamasco e dell’influenzato Andrea Lo Cicero, nel giorno di San Patrizio gli azzurri hanno ceduto 24-51, ma il risultato è più severo di quello che si è visto in campo, dove il XV di Berbizier ha lottato fino alla fine, offrendo un gioco alla pari di quello irlandese e segnando proprio nel finale una mèta decisiva: grazie a essa, infatti, il torneo è stato vinto dalla Francia, in virtù della migliore differenza punti rispetto agli stessi irlandesi.

Risultato a parte, chi ha vinto è stato lo sport, ovvero lo “spirito di sportività” respirato in tutte le partite: confronti che a buona ragione si possono definire “incontri” tra due Paesi diversi, che si rispettano l’un l’altro, e anzi vedono nell’agonismo l’occasione per socializzare.

Più di 10 mila sostenitori irlandesi (prima di loro altrettanti gallesi, e prima ancora un cospicuo numero di francesi) hanno invaso le strade di Roma, approfittando del match anche per una visita turistica. E poco prima della partita, si potevano vedere gli stessi supporters bere una birra (e anche più di una…) negli stessi locali frequentati dagli italiani, sorridendo loro al grido «Hello Italy» o improvvisando un corale Inno di Mameli. Addirittura, molti irlandesi hanno assistito alla partita vestendo, sotto la maglia verde della loro Nazionale, quella azzurra dell’Italia.

Allo stesso modo, la settimana prima, un piccolo gruppo di gallesi era entrato allo stadio vestito come i centurioni romani, con tanto di elmo, armatura e sandali. Al Flaminio non c’erano barriere, né divisioni tra i tifosi di casa e quelli in trasferta, che si sono mischiati sugli spalti, incitando gomito a gomito la propria squadra. Durante le partite ènata più volte una ola “comune”, e qualcuno ha avuto l’idea di far girare tra le gradinate una palla ovale che, facendo più volte il giro dello stadio e passando di mano in mano da un tifoso italiano a uno irlandese, ha simbolicamente rappresentato l’unione per una passione comune che non ha né razza, né ideologia, né pregiudizi.

Come chiamare il fenomeno? Semplicemente, come lo ha già definito qualcuno, rugby-mania. Stando ai numeri, in Italia i tesserati sono passati da 30 mila (erano 2000 nel primo anno del Sei Nazioni) agli attuali 42 mila. «Il rugby piace perché dimostra di essere uno sport vivo, vitale – spiega capitan Bortolami -. E poi c’è grande lealtà. Non vogliamo contrapporci al calcio, ma credo che ci sia una profonda differenza a livello culturale. Èuno sport duro, di contatto, di lotta, molto fisico. Ma tra i giocatori c’è grande correttezza, tenendo sempre a mente il rispetto delle regole, degli avversari e dell’arbitro».

In attesa che il Flaminio ampli la propria capienza (attualmente 25 mila posti, che nelle ultime due partite hanno registrato il “tutto esaurito”), il prossimo impegno di rilievo internazionale saranno i Mondiali, dal 7 settembre in Francia. L’Italia giocherà con Romania (12/9), Uruguay o Portogallo (19/9) e Scozia (29/9).

 

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