Azzeccata la scelta della campionissima della scherma come portabandiera

di Leo GABBI

Valentina Vezzali
Campionati del Mondo di Scherma Torino 2006 Oval Lingotto 29 settembre -7 ottobre

Era difficile scegliere meglio. Anche se in passato lo sport italiano era riuscito a far polemiche anche sul ruolo del portabandiera italiano alle Olimpiadi di Londra, alla fine il Coni ha fatto una scelta indiscutibile. Con Federica Pellegrini che si era chiamata fuori con la giustificazione di avere impegni agonistici a ridosso, Valentina Vezzali, uno dei massimi emblemi di eccellenza a livello mondiale del made in Italy sportivo, è sicuramente una designazione azzeccata: peccato che anche lei debba esibirsi in pedana solo 24 ore dopo la cerimonia d’apertura (contando anche i quasi 15 anni di differenza tra le due atlete, ognuno può trarre le sue conclusioni).

Anche se snobbata dai media, la scherma sta infatti tornando molto popolare tra le nuove generazioni, tanto che ci sono migliaia di bambini che da qualche anno tirano in pedana nella spada, sciabola e fioretto mostrando innanzitutto grande divertimento, senza contare il modo di concentrarsi e l’equilibrio fisico e mentale che questa disciplina è in grado di trasmettere. Ma la “nobile arte” è anche uno di quegli sport in cui, dai tempi di Nedo Nadi per passare alla famiglia Mangiarotti fino ai campioni più recenti, l’Italia può vantare una supremazia mondiale indiscussa.

Valentina è l’emblema di questa grandeur schermistica, avendo attraversato più di una generazione dal 1980 a oggi, restando sempre la regina planetaria del fioretto. Impressionante il numero e la qualità delle sue vittorie: 5 ori olimpici, 13 vittorie mondiali, 10 europee fanno della campionessa di Jesi la star incontrastata del “mondo delle lame”. E proprio per spezzare sul nascere ogni polemica, nascosta dietro un qualche strisciante snobismo da parte di qualche nostro atleta, la prima reazione di Valentina alla notizia è emblematica: «Per me sfilare con il tricolore ai Giochi di Londra rappresentando l’Italia intera è come vincere un oro olimpico: mi batte forte il cuore», ha detto. Poi ha lanciato un messaggio di speranza: «In un momento in cui la crisi incalza, lo sport può diventare un momento di riscatto, può ancora far sognare. Tanti ragazzi a Londra avranno la possibilità di essere artefici del loro destino e far sognare i loro coetanei».

Lei giovane non lo è più, ma da agguerrita trentottenne salirà in pedana solo per vincere: una sorta di cannibale della stoccata, come lo fu in bicicletta Eddie Merckx. E questa investitura potrebbe darle una carica in più, anche consapevole del fatto che in passato a portare la bandiera tricolore erano stati autentici giganti dello sport italiano. La carrellata è davvero entusiasmante: si parte proprio dallo spadaccino più famoso del Novecento, Nedo Nadi, che fu nostro alfiere aprendo la sfilata italiana ai Giochi di Anversa del 1920, per poi passare, sempre per la scherma ad Edoardo Mangiarotti, unico nella storia ad avere il privilegio di bissare il suo ruolo di portabandiera alle Olimpiadi di Melbourne 1956 e Roma 1960. Poi nel 1968 a Città del Messico, un altro nome leggendario, stavolta per l’equitazione: Raimondo D’Inzeo. Dopo la parentesi di Montreal 1976 con Klaus DiBiasi, eroe dei tuffi, negli anni Ottanta toccò a due autentici totem azzurri dell’atletica leggera: Sara Simeoni a Los Angeles e Pietro Mennea a Seul.

Tutti questi campioni non hanno solo giganteggiato in uno stadio o in un palazzetto, ma sono stati campioni anche nella vita, esempi di serietà e sacrificio, di duri allenamenti svolti senza le scorciatoie del doping, in discipline dove non ci sono i divi strapagati del calcio o del basket, del tennis o della Formula uno. Riuscire a preservare questa identità rappresenta l’unico messaggio di speranza ancora possibile che lo sport può trasmettere ai giovani.

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