Dalla polemiche alle strumentalizzazioni a fini elettorali. A rischio le istituzioni?

dell’avvocato Gianfranco GARANCINI
Unione Giuristi Cattolici Italiani

intercettazioni

È ingannevole e infida la polemica di quest’estate sulle “intercettazioni” del Capo dello Stato: ed è altresì falsa, perché ha bersagli ed obiettivi ben diversi da quelli che – consapevolmente – ci si vuol far credere.

I fatti sono noti. Nel corso delle indagini sui rapporti tra pezzi di Stato e criminalità organizzata in quei primi anni Novanta – che furono caratterizzati da stragi, assassini “eccellenti”, di valorosi uomini della legalità – sono state casualmente intercettate conversazioni tra Nicola Mancino (che a quei tempi era Ministro dell’Interno e che, ora, in quel tal processo figura come imputato di falsa testimonianza) da una parte e Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del Capo dello Stato (recentemente morto, non si vorrebbe dire “di crepacuore”), e lo stesso Giorgio Napolitano, dall’altra. Tutti – a cominciare dai “famigerati” procuratori di Palermo – dicono che quelle intercettazioni non avevano e non hanno nulla a che vedere con i fatti e gli imputati di quel processo; di più: “irrilevanti” e, anzi, “estranee”.

Pertanto – dicono i magistrati – devono essere distrutte, “con l’osservanza delle formalità di legge”, e cioè dopo (si badi: dopo) che la loro rilevanza sia stata valutata in contraddittorio fra i vari protagonisti del processo, parti comprese.

No, ha detto il Presidente della Repubblica: quelle intercettazioni non dovevano essere fatte; se fatte casualmente e “involontariamente” non dovevano essere registrate, né trascritte (sono operazioni che possono – e debbono – essere fatte in successione, e perciò possono essere del tutto omesse, o solo alcune, e così via). E questo, ha scritto il Presidente nel Decreto del 16 luglio con il quale ha sollevato formale conflitto di attribuzioni davanti alla Corte Costituzionale, perché è la stessa Costituzione a stabilire, all’articolo 90, che il Capo dello Stato non può essere ritenuto responsabile se non per alto tradimento o per attentato alla Costituzione, e perciò deve essere messo in stato d’accusa solo dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri; ed è la stessa legge sui reati ministeriali (legge numero 219 del 1989) a stabilire che le intercettazioni telefoniche nei confronti del Presidente della Repubblica non possono essere disposte se non dall’apposito Comitato formato dalle Giunte per le autorizzazioni a procedere della Camera e del Senato, e solo dopo che la Corte Costituzionale ne abbia disposto la sospensione dalla carica.

Quelle intercettazioni casuali, dunque, non potevano essere disposte; una volta fatte, non dovevano essere registrate né tantomeno verbalizzate e trascritte; e certo non dovevano e non devono essere sottoposte a qualsivoglia procedura di “valutazione”: dovevano essere cancellate, dimenticate, e basta.

Ha detto Giorgio Napolitano: «Non ho nulla da nascondere ma un principio da difendere, di elementare garanzia della riservatezza e della libertà nell’esercizio delle mie funzioni. Mi spiace che da parte di qualcuno non si intenda la portata di questa questione». E la questione è veramente centrale: al di là delle persone, l’irresponsabilità, la superiorità, l’intangibilità della Presidenza della Repubblica sono poste a garanzia e tutela delle istituzioni. E se il Presidente è arbitro, l’intangibilità del suo ruolo e della sua persona è condizione perché possa davvero essere arbitro, e garantire davvero l’equilibrio democratico fra le istituzioni. Questo, crediamo, non hanno capito subito quei magistrati che hanno voluto essere più legalisti della legge.

Ma questo, invece, hanno capito subito tutti quelli che si sono buttati su questa vicenda per strumentalizzarla. Di “strumentalizzazioni incrociate” ha parlato – forse un po’ tardi – il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia: chi ha brandito il Presidente contro i magistrati e chi ha brandito i magistrati contro il Presidente non voleva fare il gioco dell’uno né dell’altro, ma il suo, di una (irresponsabile? “raffinatissima”? consapevole? voluta?) strumentalizzazione d’un inusitato conflitto istituzionale per non far più pensare alle presunte intese scellerate fra brani di Stato e brani di mafia (in una “classica” manovra diversiva), o – peggio – per destabilizzare (ponendole l’una contro l’altra) le istituzioni dello Stato, e soprattutto quelle che mostrano di meglio reggere agli urti dell’illegalità, del malaffare, della “piovra” che – in varie forme e fisionomie – si insinua e diffonde?

Ma anche qui, attenzione: lo scenario – e altresì l’orizzonte – è più ampio e generale. Non è solo, e tanto, Tizio o Caio, o questa o quell’altra organizzazione, o partito, o clan: sono alcune modalità dell’organizzazione sociale e politica a preoccupare. Finché non si riuscirà a inquadrare e dominare il conflitto di interessi fra affari (e malaffari) e politica, che è venuto negli ultimi decenni a contaminare sempre più le istituzioni, abbassando per necessità la qualità media della classe politica (sono i mediocri i più fedeli e riconoscenti “yes-men”); finché non si rivaluterà il bene comune, davvero combattendo profittatori ed evasori, “furbi” e prepotenti; finché non si riempirà davvero di valore l’esercizio delle virtù pubbliche e non si perseguirà il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione pubblica, tutto sarà irrilevante.

E una sordida strumentalizzazione in prospettiva elettorale anticipata potrà rischiare di far vacillare ancor più le istituzioni (e sempre meno persone intenderanno “la portata di questa questione”).

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