«Testimoniare la bellezza della fede, che tutto investe del nostro modo di amare, di vivere le relazioni, di lavorare e di riposare. Perché esalta la nostra umanità»: alla vigilia di Family 2012, per il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, è questa la “sfida” delle famiglie cristiane

di Riccardo CANIATO

Cardinale Scola

«La Chiesa di Milano e i pellegrini devono sentirsi provocati a riscoprire il posto centrale della famiglia come bene prezioso, insostituibile, unico, per le nostre società dinamiche e plurali, sempre più segnate dal “meticciato di civiltà e culture”». È l’auspicio dell’Arcivescovo di Milano guardando al VII Incontro mondiale delle Famiglie, occasione unica di confronto e per «prendere coscienza della cura particolare che la famiglia domanda, anche dal punto di vista di politiche che possano realmente favorirla».

A sostegno di questa richiesta il cardinale Angelo Scola cita l’antropologo Levy-Strauss – «un’unione socialmente approvata tra un uomo e una donna e i loro figli è un fenomeno universale presente in ogni e qualunque tipo di società» – e si appoggia sui dati concreti emersi dalla 4a indagine European Values Study, sui valori, cioè, in cui credono gli europei: «In 46 Paesi su 47 l’istituto familiare viene messo al primo posto, precedendo aspetti centrali del vivere sociale come il lavoro, le relazioni amicali, la religione e la politica». In sintesi: «La famiglia è ritenuta importantissima dall’84% degli europei, addirittura dal 91% degli italiani». Un orientamento confermato nell’esercizio del suo ministero: «Nella mia esperienza di pastore, a contatto con le parrocchie e i giovani, riscontro continuamente un diffuso desiderio di famiglia: lo si percepisce nei dialoghi, nelle domande più frequenti che mi vengono poste…».

Eppure l’Europa oggi vive nel gelo demografico ed è attanagliata da una crisi drammatica che frena la speranza, dando fiato a una concezione individualista della vita che contrasta ogni forma di fedeltà. D’altro canto, famiglie di tutto il mondo testimoniano che il matrimonio cristiano non solo è possibile, ma anche bello. Può aiutarci a sciogliere questa apparente contraddizione?
Restiamo alla riflessione offerta da Levy-Strauss: a questo «universale», di cui parla, si addice propriamente il nome di famiglia; altre forme di convivenza potranno ricevere altri nomi, ma non si possono chiamare famiglia. Se il cristianesimo è il giocarsi di Dio con la nostra storia per svelare pienamente l’uomo all’uomo, si comprende come il sacramento del matrimonio sia la realizzazione piena e con-veniente di questo «universale sociale». Quale la sfida per le famiglie cristiane? Testimoniare la bellezza della fede, che non tralascia nulla di noi: tutto investe del nostro modo di amare, di vivere le relazioni, di lavorare e di riposare. Perché esalta in pieno la nostra umanità.

Qual è il segreto che rende affascinante la Famiglia di Nazareth all’uomo di ogni tempo?
La Famiglia di Nazareth continua a far sobbalzare i cuori con una forza potente perché è una testimonianza autentica di cos’è amore come dono di sé e fedeltà come totale apertura alla vita e al suo mistero, come obbedienza per un di più di pienezza di vita. Mostra la potenza del bene che è diffusivo di sé. La bellezza singolare della Famiglia di Nazareth tiene aperta la ferita del nostro desiderio di compimento.

Eminenza, anche Lei è stato bambino. Vorrebbe regalarci un ricordo dei suoi genitori?
Ho sempre impresso nella memoria il loro modo di guardarsi. Penso a come, dopo decenni di vita insieme, mio papà a 90 anni guardava mia mamma, stremata da un terribile cancro. Quello sguardo che mostra la forza del bell’amore, cresciuto perché custodito negli anni dal sacramento del matrimonio. Da quello sguardo ho intuito come l’amore oggettivo non può essere mai un rapporto a due, e basta: lo impariamo dalla Trinità.

La famiglia ha influito nella sua scelta vocazionale?
In famiglia ho respirato la certezza di come la vita tutta sia vocazione. Che solo donandola, la vita trova un senso.

Ha citato il lavoro e il riposo: il titolo di Family 2012 unifica queste due dimensioni distinte della vita…
“La famiglia: il lavoro e la festa” è un ottimo titolo, perché mette in relazione le dimensioni fondamentali dell’esperienza. La famiglia, il grembo in cui l’io viene generato e cresciuto, è l’ambito emblematico degli affetti e la forma di “società primaria” che tiene insieme e permette lo sviluppo delle differenze costitutive dell’umano: quella sessuale tra uomo e donna e quella tra le generazioni (figli, padri, nonni). Il lavoro è l’ambito in cui ognuno racconta se stesso e “collabora”, con le proprie abilità e con la fatica, all’azione creatrice del Padre e a quella redentrice di Gesù. Ma il lavoro, se vissuto separatamente dagli affetti, diventa un elemento di indebolimento dell’io e delle sue relazioni, anziché un motore di crescita. In questa tensione si innesta il riposo, veramente tale quando diventa “festa”: favorisce l’equilibrio tra gli affetti e il lavoro perché si offre come spazio di rigenerazione e di unità per ogni componente della famiglia e della società.

Le famiglie e la Chiesa di Milano intorno al Papa con le famiglie e la Chiesa del resto del mondo: che significato attribuisce a questo evento?
Sarà un “incontro”, nel senso pieno del termine, di famiglie appassionate perché vivono la ragionevolezza e la “convenienza” della fede per la vita di tutti i giorni, fatta di gioie, ma anche segnata dalla sofferenza. Persone che, con il gesto di partire anche da luoghi lontani per riunirsi attorno all’Eucarestia e al Santo Padre, manifesteranno quanto è incalzante il desiderio di infinito che le anima, quanto può essere salda la certezza che solo nel Volto di Gesù, presente e contemporaneo a noi, questo desiderio può trovare una risposta. Quanto alla presenza del Papa, oserei sottolineare che Egli viene per noi tutti, ma anche, specificamente, per ciascuno. Accogliere a casa nostra Benedetto XVI, ascoltarlo mentre parlerà proprio a noi di famiglia, partecipare alla Messa presieduta da lui sarà un’esperienza insostituibile.

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