A Milano si riuniranno famiglie provenienti da tutto il mondo, appartenenti a differenti condizioni sociali e portatrici di diverse culture e stili di vita. Per tutte risuona l’invito di Benedetto XVI a «vivere la fede con entusiasmo»

di monsignor Erminio DE SCALZI
Presidente della Fondazione Milano Famiglie 2012

Monsignor Erminio De Scalzi

L’11 aprile il Santo Padre ha consegnato alla Diocesi di Milano l’icona ufficiale del VII Incontro Mondiale delle Famiglie. Al momento della consegna erano presenti don Samuele Marelli, incaricato per la pastorale dei nostri oratori, e una famiglia della diocesi. Un po’ più in là, in Piazza San Pietro, ma molto vicini con il loro entusiasmo, ben seimila adolescenti ambrosiani esprimevano la loro gioia facendo sentire le loro voci. Il Papa li ha salutati con queste parole: «Cari amici, vivete la fede con entusiasmo e preparatevi spiritualmente al prossimo Incontro mondiale delle famiglie che si terrà nella vostra città dal 30 maggio al 3 giugno. L’icona della Sacra Famiglia sia segno e aiuto nella preparazione all’Incontro».

Vorrei partire proprio da qui per riflettere sul senso dell’imminente visita del Successore di Pietro a Milano. Benedetto XVI viene a Milano innanzitutto per aiutarci a «vivere la fede con entusiasmo» nel concreto della quotidianità.

Se c’è un tratto del pontificato del Papa che sta emergendo con sempre maggior chiarezza, è il suo richiamo costante alla “ragionevolezza” della fede e, insieme, alla dimensione della “gioia” che dovrebbe essere un segno distintivo del credente. Se essere cristiani non solo non è “irragionevole”, ma rappresenta il compimento autentico dell’umano (come ama ripetere il cardinale Scola), allora la prima testimonianza che il cristiano deve dare al mondo è quella che è possibile la gioia vera perché abbiamo una speranza vera.

Questo vale al massimo grado per una famiglia cristiana. La fede non è vivere un’esperienza costellata di “no”, come spesso viene (mal)inteso, quanto piuttosto esprimere un “sì” a una vita in pienezza, a una “vita buona”. Chi meglio della famiglia di Gesù può insegnarci a camminare con questo stile? Papa Benedetto XVI, affidandoci l’icona della Sacra Famiglia, ha inteso riproporre Gesù e la sua famiglia come “la” via: non ricette sociologiche, non rimedi pastorali più o meno innovativi, bensì “il segreto di Nazareth”. L’esempio che ci accompagnerà prima, durante e dopo il VII incontro mondiale delle Famiglie.

E proprio Il segreto di Nazareth è il titolo della Catechesi che introduce il percorso di avvicinamento all’evento. Gesù ha vissuto per 30 lunghi anni nel silenzio, lavorando e rispettando i tempi della festa ebraica, prima di iniziare la “vita pubblica”: una testimonianza di fede discreta ed eloquente, vissuta nella normale quotidianità. Come l’epifania messianica di Gesù non può prescindere da quei 30 anni apparentemente “normali”, anche per la famiglia cristiana la via della santificazione passa non da iniziative speciali, da gesti clamorosi, ma da una quotidianità ritmata da lavoro e festa, secondo lo stile di Nazareth.

Lo sottolinea a chiare lettere il Papa: «Il lavoro e la festa sono intimamente collegati con la vita delle famiglie: ne condizionano le scelte, influenzano le relazioni tra i coniugi e tra i genitori e i figli, incidono sul rapporto della famiglia con la società e con la Chiesa. La Sacra Scrittura (cfr Gen 1-2) ci dice che famiglia, lavoro e giorno festivo sono doni e benedizioni di Dio per aiutarci a vivere un’esistenza pienamente umana».

Benedetto XVI, dunque, viene a Milano per riaffermare il cuore della fede, la “buona notizia” sulla famiglia, sul lavoro e sulla festa. E lo farà dando vita a un evento ecclesiale, autenticamente “cattolico”, ossia universale: un altro aspetto fondamentale sul quale riflettere in vista dell’evento.

A Milano vivremo un momento di grazia con tutta la Chiesa: un’opportunità speciale, forse unica, per la Chiesa ambrosiana e per l’intera comunità civile per manifestare apertura e mentalità cosmopolita che appartengono alla tradizione di Milano. Per questo, ripetutamente, abbiamo sottolineato che è importante l’ospitalità fisica, ma soprattutto quella “del cuore”: mi auguro sinceramente che l’Incontro rappresenti per tutti e per ciascuno un’apertura di cuore e di orizzonti.

Accoglieremo persone provenienti da molte parti d’Italia e d’Europa: famiglie da Haiti, dall’Angola, dalla Sierra Leone, dalle Filippine… Sono convinto che le famiglie che offriranno accoglienza ad altre vivranno un’esperienza arricchente nella misura in cui saranno capaci di lasciarsi interpellare da stili di vita diversi dai nostri. Potremo forse riscoprire virtù familiari come la semplicità e la sobrietà, da noi in Europa andate perdute.

Se ciascuno si metterà in gioco in questo spirito, l’Incontro si rivelerà allora l’occasione per uno scambio di esperienze di vita nella luce della fede. Lo stesso Congresso teologico-pastorale non è un evento dal sapore accademico, formale, bensì un’agorà in cui circolano messaggi per la vita reale di ciascuna famiglia, a qualsiasi latitudine viva la propria esperienza.

Vedremo famiglie di tutto il mondo radunate attorno a Benedetto XVI: praticanti e “tiepidi”, famiglie che conservano l’unità e la fedeltà del vincolo coniugale e famiglie “dal cuore ferito”. Il mondo, per qualche giorno, farà tappa a Milano, attorno al Papa, successore di Pietro.

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