I milanesi rispondono agli interrogativi sollevati dall'Arcivescovo nel suo Discorso alla Città

di Luisa BOVE
Redazione

L’Arcivescovo nel suo discorso alla città ha passato in rassegna diverse categorie di persone – bambini, ragazzi, giovani, anziani, immigrati – chiedendosi se nei loro confronti Milano è accogliente e ospitale. Le testimonianze non mancano. Per Elisabetta, mamma con due figli di 3 e 5 anni e un lavoro part-time, «Milano non è una città a misura di bambino». Il posto all’asilo nido si trova, ma «le rette pesano troppo sul bilancio familiare e così si preferisce pagare la baby-sitter che “copre” tutto l’anno». Se da una parte «il traffico rende faticosi gli spostamenti», dall’altra Milano non offre spazi: «Non ci sono parchi e luoghi per giocare, quando piove non si sa dove portare i bambini e se sono molto piccoli è pesante per una mamma o una nonna tenerli a casa». Chi resta a casa a curare i figli rischia la solitudine e in quartiere «non esistono più i negozietti dove fermarsi col passeggino a fare due chiacchiere, ma solo rivendite di piastrelle, phone center o centri massaggi».
Le cose non vanno meglio per i giovani, spesso etichettati come «quelli che tirano i sassi o sporcano i muri», dice Mario Lenelli, responsabile del centro sociale Barrio’s in zona Barona. Invece «dobbiamo ascoltarli e saper dare risposte». In questi anni «ci accorgiamo che l’offerta aggregativa non basta più». Per questo «accanto alle attività aggregative, di spettacolo e promozione culturale stiamo cercando di avviare progetti che coinvolgono i giovani in corsi di formazione-lavoro. Abbiamo diverse risorse e il teatro e il bar possono essere sfruttati anche per insegnare un mestiere: barman, fonico, tecnico luci, audio, fotografia…».
I ragazzi invece «hanno bisogno di tempo per crescere, mentre la nostra società li spinge a diventare grandi troppo in fretta», dice Ottavio Pirovano, per 12 anni educatore nelle parrocchie di Cernusco sul Naviglio e Melzo e ora coordinatore della cooperativa diocesana “Aquila e Priscilla”. Dovrebbero incontrare «figure significative» e «soprattutto i ragazzi delle medie hanno bisogno di luoghi aggregativi perché per loro è importante il gruppo». Per questo l’oratorio «deve riscoprire la sua vocazione» e tornare a essere «luogo di incontro, di relazioni, di educazione, anche su tematiche forti, per tutti quelli che abitano nel quartiere».
Liliana è una delle tante persone anziane che vivono a Milano. Ha lasciato Roma e si è trasferita in città 70 anni fa con il marito, ora ne ha 87, è vedova e vive da sola. «Ho la donna tre ore al giorno perché non posso permettermela di più», ma non pensa al ricovero «perché si muore, non si vive» e poi la pensione non basterebbe. Nei fine settimana figli e nipoti sono spesso via e lei resta sola, però la domenica a mezzogiorno il suo telefono squilla: un operatore del Comune di Milano la chiama per fare due chiacchiere e assicurarsi che non abbia bisogno di nulla. «Non ho altri aiuti – ammette Liliana -, una persona che venga a tenermi compagnia o portarmi fuori». Vorrebbe che il Comune stesse «più vicino agli anziani», anche se si rende conto che «siamo tanti».
Berner, 28 anni, è straniero e viene da più lontano. Nato a Cusco (Perù) e arrivato in Italia nel 1992, poi è stato in Spagna, Germania, Portogallo… «ma nel 2007 sono tornato a vivere stabilmente a Milano» anche se «non è ospitale» come altre città europee. Studia Ingegneria delle telecomunicazioni al Politecnico e si arrangia con qualche lavoretto. Riconosce che i milanesi hanno paura degli immigrati: «Ricordo che due anni fa stavo chiedendo informazioni a una ragazza era spaventata». Rispetto ai sempre più frequenti episodi di razzismo Berner dice che è «soprattutto un problema di ignoranza e non odio verso gli stranieri». Se oggi c’è poca integrazione non è solo colpa degli italiani, ma anche degli immigrati, che «si chiudono facilmente e si incontrano tra di loro». Eppure «a Berlino è diverso: c’è una spinta del governo all’integrazione e i diritti sono rispettati. Qui invece siamo l’ultima ruota del carro». L’Arcivescovo nel suo discorso alla città ha passato in rassegna diverse categorie di persone – bambini, ragazzi, giovani, anziani, immigrati – chiedendosi se nei loro confronti Milano è accogliente e ospitale. Le testimonianze non mancano. Per Elisabetta, mamma con due figli di 3 e 5 anni e un lavoro part-time, «Milano non è una città a misura di bambino». Il posto all’asilo nido si trova, ma «le rette pesano troppo sul bilancio familiare e così si preferisce pagare la baby-sitter che “copre” tutto l’anno». Se da una parte «il traffico rende faticosi gli spostamenti», dall’altra Milano non offre spazi: «Non ci sono parchi e luoghi per giocare, quando piove non si sa dove portare i bambini e se sono molto piccoli è pesante per una mamma o una nonna tenerli a casa». Chi resta a casa a curare i figli rischia la solitudine e in quartiere «non esistono più i negozietti dove fermarsi col passeggino a fare due chiacchiere, ma solo rivendite di piastrelle, phone center o centri massaggi».Le cose non vanno meglio per i giovani, spesso etichettati come «quelli che tirano i sassi o sporcano i muri», dice Mario Lenelli, responsabile del centro sociale Barrio’s in zona Barona. Invece «dobbiamo ascoltarli e saper dare risposte». In questi anni «ci accorgiamo che l’offerta aggregativa non basta più». Per questo «accanto alle attività aggregative, di spettacolo e promozione culturale stiamo cercando di avviare progetti che coinvolgono i giovani in corsi di formazione-lavoro. Abbiamo diverse risorse e il teatro e il bar possono essere sfruttati anche per insegnare un mestiere: barman, fonico, tecnico luci, audio, fotografia…».I ragazzi invece «hanno bisogno di tempo per crescere, mentre la nostra società li spinge a diventare grandi troppo in fretta», dice Ottavio Pirovano, per 12 anni educatore nelle parrocchie di Cernusco sul Naviglio e Melzo e ora coordinatore della cooperativa diocesana “Aquila e Priscilla”. Dovrebbero incontrare «figure significative» e «soprattutto i ragazzi delle medie hanno bisogno di luoghi aggregativi perché per loro è importante il gruppo». Per questo l’oratorio «deve riscoprire la sua vocazione» e tornare a essere «luogo di incontro, di relazioni, di educazione, anche su tematiche forti, per tutti quelli che abitano nel quartiere».Liliana è una delle tante persone anziane che vivono a Milano. Ha lasciato Roma e si è trasferita in città 70 anni fa con il marito, ora ne ha 87, è vedova e vive da sola. «Ho la donna tre ore al giorno perché non posso permettermela di più», ma non pensa al ricovero «perché si muore, non si vive» e poi la pensione non basterebbe. Nei fine settimana figli e nipoti sono spesso via e lei resta sola, però la domenica a mezzogiorno il suo telefono squilla: un operatore del Comune di Milano la chiama per fare due chiacchiere e assicurarsi che non abbia bisogno di nulla. «Non ho altri aiuti – ammette Liliana -, una persona che venga a tenermi compagnia o portarmi fuori». Vorrebbe che il Comune stesse «più vicino agli anziani», anche se si rende conto che «siamo tanti».Berner, 28 anni, è straniero e viene da più lontano. Nato a Cusco (Perù) e arrivato in Italia nel 1992, poi è stato in Spagna, Germania, Portogallo… «ma nel 2007 sono tornato a vivere stabilmente a Milano» anche se «non è ospitale» come altre città europee. Studia Ingegneria delle telecomunicazioni al Politecnico e si arrangia con qualche lavoretto. Riconosce che i milanesi hanno paura degli immigrati: «Ricordo che due anni fa stavo chiedendo informazioni a una ragazza era spaventata». Rispetto ai sempre più frequenti episodi di razzismo Berner dice che è «soprattutto un problema di ignoranza e non odio verso gli stranieri». Se oggi c’è poca integrazione non è solo colpa degli italiani, ma anche degli immigrati, che «si chiudono facilmente e si incontrano tra di loro». Eppure «a Berlino è diverso: c’è una spinta del governo all’integrazione e i diritti sono rispettati. Qui invece siamo l’ultima ruota del carro».

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