Accolto con grande affetto ed entusiasmo dai moltissimi reclusi del carcere, il cardinale Tettamanzi ha celebrato la prima Messa della mattina di Pasqua

di Annamaria BRACCINI
Redazione

«Anche se non lo sapete, passo spesso vicino al carcere, vedendolo dall’autostrada, sappiate che, ogni volta, non manca mai una preghiera e un pensiero per tutti voi, pieno di affetto, vero, sincero, profondo».
Dice così, il cardinale Tettamanzi, nella prima Messa della mattina di Pasqua, che celebra tra moltissimi reclusi del carcere di Bollate, e l’applauso che accoglie queste sue parole, pronunciate alla fine dell’omelia, in fretta, con il cuore – lo si sente bene – pare quasi il sigillo più bello di un incontro per nulla formale.
Come lo sono tutti quelli dell’Arcivescovo con il mondo carcerario, preoccupazione pastorale a lui carissima: e tornano, allora, alla mente le celebrazioni a San Vittore, nelle Case circondariali di Monza e di Opera, per citare solo le ultime in ordine di tempo: tutte le volte che il Cardinale ha parlato ai “fratelli e sorelle detenuti”, portando l’annuncio di un Signore, «che è Padre di ciascuno, perché – come spiega nel silenzio di ascoltatori attentissimi – Cristo non è per qualche luogo e per qualcuno soltanto».
E, allora, poco prima di presiedere il Pontificale solenne in Duomo, il teatro del carcere trasformato in cappella, diventa anch’esso una “cattedrale”, quella di Bollate, dove risuonano i canti, la preghiera, la Parola di Dio e anche le più semplici espressioni di Giuseppe, “recluso di lungo corso”, come si definisce, che porta il saluto, ringraziando ed esprimendo la sensazione di comunità piena «con la Chiesa di Milano, qui rappresentata dal suo Vescovo» al quale chiede, a nome di tutti i compagni, di non essere lasciati soli.
«I vostri sentimenti sono preziosi», risponde il Cardinale, «non sciupateli mai e sentitevi protagonisti e attori delle tre scene che oggi, a Pasqua, propone la Scrittura e che sono stampate nella vita quotidiana». E, così, il Vangelo di Giovanni diventa il “filo rosso” di quella che più di un’omelia pare un dialogo.
«Esiste il dolore e il pianto, come quello provato accanto al sepolcro di Cristo», nota, infatti, il Cardinale «e voi conoscete bene la sofferenza che viene dalla restrizione delle relazioni affettive, dalla mancanza di libertà, dalla lontananza delle persone care, ma sappiate che anche tra le sbarre si può essere liberi nell’anima». Proprio perché, suggerisce, in riferimento al secondo momento del brano evangelico, come Maria di Magdala, siete chiamati per nome da Gesù. «Davanti a Dio siamo tutti persone, mai dei numeri come può forse, talvolta, accadere di fronte agli uomini. Agli occhi del Signore contiamo, siamo un valore indiscutibile anche se viviamo nelle situazioni più disperate e difficili». Come, appunto, in un carcere dove – ed è la terza icona, quella dell’annuncio ai discepoli – è possibile avere piccole, grandi gioie quotidiane e il cuore può diventare grande».
Poi, ancora la liturgia, lo scambio della pace in un clima di vera fraternità, anche con gli agenti della Polizia penitenziaria, la comunione, il saluto della vicedirettrice del carcere di Bollate, «una realtà – dice – dove si tenta di sperimentare una reclusione più umana per gli oltre 800 detenuti (tra cui 45 donne) della struttura, cui si è aggiunto da pochissimo un nuovo reparto che ci sfida a nuove attenzioni».
E, alla fine, dopo l’affollarsi intorno all’Arcivescovo, chi per una stretta di mano, chi per una parola, chi per chiedere una preghiera, chi per un abbraccio, c’è anche il tempo per una domanda di Elena, giornalista di “Carta Bollata”, il foglio del carcere, che, a bruciapelo, domanda: “Ma davvero, Eminenza, la Verità fa liberi?”.
«La libertà più grande è riconoscere i proprio sbagli e il proprio errore, così da recuperare e fare passi che cancellano il passato e ci rendono rinnovati alla società», riflette il Cardinale e conclude: «Ognuno può portare una luce, così che il buio del carcere divenga luminoso. L’annuncio di Pasqua è per tutti, ma soprattutto per chi ha problemi e tanta sofferenza nel cuore». «Anche se non lo sapete, passo spesso vicino al carcere, vedendolo dall’autostrada, sappiate che, ogni volta, non manca mai una preghiera e un pensiero per tutti voi, pieno di affetto, vero, sincero, profondo». Dice così, il cardinale Tettamanzi, nella prima Messa della mattina di Pasqua, che celebra tra moltissimi reclusi del carcere di Bollate, e l’applauso che accoglie queste sue parole, pronunciate alla fine dell’omelia, in fretta, con il cuore – lo si sente bene – pare quasi il sigillo più bello di un incontro per nulla formale. Come lo sono tutti quelli dell’Arcivescovo con il mondo carcerario, preoccupazione pastorale a lui carissima: e tornano, allora, alla mente le celebrazioni a San Vittore, nelle Case circondariali di Monza e di Opera, per citare solo le ultime in ordine di tempo: tutte le volte che il Cardinale ha parlato ai “fratelli e sorelle detenuti”, portando l’annuncio di un Signore, «che è Padre di ciascuno, perché – come spiega nel silenzio di ascoltatori attentissimi – Cristo non è per qualche luogo e per qualcuno soltanto». E, allora, poco prima di presiedere il Pontificale solenne in Duomo, il teatro del carcere trasformato in cappella, diventa anch’esso una “cattedrale”, quella di Bollate, dove risuonano i canti, la preghiera, la Parola di Dio e anche le più semplici espressioni di Giuseppe, “recluso di lungo corso”, come si definisce, che porta il saluto, ringraziando ed esprimendo la sensazione di comunità piena «con la Chiesa di Milano, qui rappresentata dal suo Vescovo» al quale chiede, a nome di tutti i compagni, di non essere lasciati soli. «I vostri sentimenti sono preziosi», risponde il Cardinale, «non sciupateli mai e sentitevi protagonisti e attori delle tre scene che oggi, a Pasqua, propone la Scrittura e che sono stampate nella vita quotidiana». E, così, il Vangelo di Giovanni diventa il “filo rosso” di quella che più di un’omelia pare un dialogo. «Esiste il dolore e il pianto, come quello provato accanto al sepolcro di Cristo», nota, infatti, il Cardinale «e voi conoscete bene la sofferenza che viene dalla restrizione delle relazioni affettive, dalla mancanza di libertà, dalla lontananza delle persone care, ma sappiate che anche tra le sbarre si può essere liberi nell’anima». Proprio perché, suggerisce, in riferimento al secondo momento del brano evangelico, come Maria di Magdala, siete chiamati per nome da Gesù. «Davanti a Dio siamo tutti persone, mai dei numeri come può forse, talvolta, accadere di fronte agli uomini. Agli occhi del Signore contiamo, siamo un valore indiscutibile anche se viviamo nelle situazioni più disperate e difficili». Come, appunto, in un carcere dove – ed è la terza icona, quella dell’annuncio ai discepoli – è possibile avere piccole, grandi gioie quotidiane e il cuore può diventare grande». Poi, ancora la liturgia, lo scambio della pace in un clima di vera fraternità, anche con gli agenti della Polizia penitenziaria, la comunione, il saluto della vicedirettrice del carcere di Bollate, «una realtà – dice – dove si tenta di sperimentare una reclusione più umana per gli oltre 800 detenuti (tra cui 45 donne) della struttura, cui si è aggiunto da pochissimo un nuovo reparto che ci sfida a nuove attenzioni». E, alla fine, dopo l’affollarsi intorno all’Arcivescovo, chi per una stretta di mano, chi per una parola, chi per chiedere una preghiera, chi per un abbraccio, c’è anche il tempo per una domanda di Elena, giornalista di “Carta Bollata”, il foglio del carcere, che, a bruciapelo, domanda: “Ma davvero, Eminenza, la Verità fa liberi?”. «La libertà più grande è riconoscere i proprio sbagli e il proprio errore, così da recuperare e fare passi che cancellano il passato e ci rendono rinnovati alla società», riflette il Cardinale e conclude: «Ognuno può portare una luce, così che il buio del carcere divenga luminoso. L’annuncio di Pasqua è per tutti, ma soprattutto per chi ha problemi e tanta sofferenza nel cuore».

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