di Giovanni Santambrogio Responsabile "Il Sole 24 Ore Domenica"
Redazione

Il mio Natale? Confesso subito che ogni anno di questi tempi mi accompagna un mantra, o meglio ancora – scegliendo la tradizione del cristianesimo antico – un esicasmo, ovvero una breve frase ripetuta che ritma la preghiera. Una voce che inizia lenta-lenta nei primi giorni dell’Avvento e si fa forte-forte più si avvicina la grande notte della veglia. È un’affermazione di don Primo Mazzolari che lessi quando la piccola casa editrice La Locusta pubblicò una raccolta di omelie natalizie del sacerdote cremonese. Non ho mai smesso di regalare questo libro, un testo da cui tutta la famiglia ha attinto per trascrivere frasi da accompagnare ai biglietti d’auguri. Dice: «Torni tu, o Signore, ogni anno, quand’è Natale, perché ti sei legato con vincolo di carità invincibile al nostro destino, fino a diventare uno di noi, fino a prendere il posto di ognuno di noi».
Un modo semplice, ma concretissimo di affermare che il Natale è una compagnia. Capita un evento che entra nella storia quotidiana di ciascuno e nella grande storia. Ogni epoca ha fatto i conti con il Natale e il futuro continuerà a farli nonostante la spaesamento sembri prevalere. Anche se i giochi della politica e le debolezze della cultura vorrebbero silenziare tutto: dal presepe che non si può più fare a scuola per il politically correct ai crocefissi da staccare dalle pareti. Quel «torni tu» resta. Non c’è filosofia della “morte di Dio” che possa cancellarlo.
La natività mi riporta a un’altra nascita: la mia. Betlemme diventa l’esperienza della mia e nostra natività, ovvero il cammino all’origine dell’esistenza. È riscoperta di maternità e paternità. È memoria di essere un dono unico e irripetibile. È ringraziamento d’esistere. Riscoprire la propria origine porta a riconoscere in Cristo la luce che illumina la profondità dell’Io. È invito ad ammirare la bellezza, a gioirne, a rompere gli indugi e a vincere le titubanze che allontanano dal vero.
Il Natale festeggiato con la famiglia e con tutti i parenti – a noi piace essere in tanti attorno alla tavola del grande pranzo del 25 – diventa la gioia della vita risignificata dall’incarnazione. Si fa festa perché siamo famiglia, comunità, perché siamo stati amati e amiamo, perché come direbbe Eugenio Borgna «siamo un colloquio» o come direbbe Jean Baudrillard «siamo una narrazione». E a Santo Stefano tutti all’imponente Presepe vivente di Agliate tra il Lambro che scorre e la basilica romanica dei santi Pietro e Paolo. Il mio Natale? Confesso subito che ogni anno di questi tempi mi accompagna un mantra, o meglio ancora – scegliendo la tradizione del cristianesimo antico – un esicasmo, ovvero una breve frase ripetuta che ritma la preghiera. Una voce che inizia lenta-lenta nei primi giorni dell’Avvento e si fa forte-forte più si avvicina la grande notte della veglia. È un’affermazione di don Primo Mazzolari che lessi quando la piccola casa editrice La Locusta pubblicò una raccolta di omelie natalizie del sacerdote cremonese. Non ho mai smesso di regalare questo libro, un testo da cui tutta la famiglia ha attinto per trascrivere frasi da accompagnare ai biglietti d’auguri. Dice: «Torni tu, o Signore, ogni anno, quand’è Natale, perché ti sei legato con vincolo di carità invincibile al nostro destino, fino a diventare uno di noi, fino a prendere il posto di ognuno di noi».Un modo semplice, ma concretissimo di affermare che il Natale è una compagnia. Capita un evento che entra nella storia quotidiana di ciascuno e nella grande storia. Ogni epoca ha fatto i conti con il Natale e il futuro continuerà a farli nonostante la spaesamento sembri prevalere. Anche se i giochi della politica e le debolezze della cultura vorrebbero silenziare tutto: dal presepe che non si può più fare a scuola per il politically correct ai crocefissi da staccare dalle pareti. Quel «torni tu» resta. Non c’è filosofia della “morte di Dio” che possa cancellarlo.La natività mi riporta a un’altra nascita: la mia. Betlemme diventa l’esperienza della mia e nostra natività, ovvero il cammino all’origine dell’esistenza. È riscoperta di maternità e paternità. È memoria di essere un dono unico e irripetibile. È ringraziamento d’esistere. Riscoprire la propria origine porta a riconoscere in Cristo la luce che illumina la profondità dell’Io. È invito ad ammirare la bellezza, a gioirne, a rompere gli indugi e a vincere le titubanze che allontanano dal vero.Il Natale festeggiato con la famiglia e con tutti i parenti – a noi piace essere in tanti attorno alla tavola del grande pranzo del 25 – diventa la gioia della vita risignificata dall’incarnazione. Si fa festa perché siamo famiglia, comunità, perché siamo stati amati e amiamo, perché come direbbe Eugenio Borgna «siamo un colloquio» o come direbbe Jean Baudrillard «siamo una narrazione». E a Santo Stefano tutti all’imponente Presepe vivente di Agliate tra il Lambro che scorre e la basilica romanica dei santi Pietro e Paolo.

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