In un convegno�a Monza�il�primo passo�verso la creazione di una "rete" tra famiglia, scuola, parrocchia e altri soggetti educativi

di Filippo MAGNI
Redazione

Famiglia e città alleate nell’educazione dei ragazzi, con la Chiesa nel mezzo nel ruolo missionario di animatore. È lo scenario auspicato dal convegno che si è tenuto sabato scorso presso l’oratorio San Biagio, promosso dal decanato di Monza con l’obiettivo di riflettere sull’emergenza educativa. Un problema che – spiega il decano, monsignor Silvano Provasi – investe i ragazzi, ma nasce dagli adulti, che spesso «faticano a dare un senso al mondo che pure contribuiscono a costruire e di cui fanno fatica a rendere conto, anche in chiave educativa, alle generazioni che seguono a ruota».
Secondo l’arciprete monzese, «ci troviamo in un quadro di oggettiva crescente complessità. Educare è compito essenziale dell’adulto: per un certo periodo è stato possibile delegare questo compito, anche alle parrocchie e agli oratori. Ora non è più così e solo una forte alleanza tra scuola, famiglia, comunità cristiana e altri soggetti educativi può consentire di sperimentare e intraprendere progetti educativi efficaci».
L’incontro di sabato è una novità: basta leggere i titoli dei relatori per rendersene conto. Sul palco si sono confrontati monsignor Provasi, Francesco Viganò (preside del liceo Gnocchi di Carate), Luigi D’Ambrosio (Comandante Compagnia dei Carabinieri di Monza), Giulio Martini (giornalista Rai), Massimo Achini (presidente nazionale del Csi) e Pietro Lombardo (direttore del centro studi evolution di Verona). A moderarli, il direttore di Radio Marconi Fabio Pizzul.
Può suonare strano che a un convegno decanale sia invitato un comandante dei Carabinieri. In realtà è un primo esempio della “rete” su cui punta monsignor Provasi. «Spesso ci rechiamo nelle scuole per diffondere la cultura della legalità – spiega il comandante D’Ambrosio -. Affrontiamo questioni di attualità come bullismo, dipendenze da droghe e da alcool». D’Ambrosio cerca di spingersi più in là: non si limita a illustrare cosa si può e cosa non si può fare. Ai ragazzi insegna che le regole esistono per vivere meglio, e che rispettarle rende più ordinati come persone. «I ragazzi che fermiamo la sera partono dai 13 anni, sono colpevoli di reati tipici giovanili: uso di sostanze stupefacenti, danneggiamenti, piccole rapine ai danni di coetanei». E i loro genitori? Qualcuno ignora le attività dei figli: «Le famiglie sono ingenue o fanno finta di non vedere, ma davvero spesso non si accorgono dei problemi dei ragazzi». C’è anche chi, più attento, chiede aiuto: «Molti genitori chiedono ai Carabinieri come si riconosce un figlio che fa uso di stupefacenti o che abusa degli alcolici: noi siamo pronti a rispondere a queste domande».
Scuola, città, famiglia, parrocchia: realtà che, spiega monsignor Provasi, «devono allearsi, ciascuna secondo il proprio ruolo». Perché, aggiunge l’arciprete, il ragazzo che la mattina entra in classe è lo stesso che il pomeriggio frequenta il catechismo e la sera si ritrova con gli amici in piazza, dove magari viene ripreso dalle forze dell’ordine perché disturba la quiete della città. È deleterio se queste agenzie educative non si conoscono o, peggio, sono in conflitto. «L’alleanza è possibile senza snaturarsi, ce lo dice la Bibbia – ricorda monsignor Provasi -. Quando Dio si è alleato con il popolo di Israele, non ha cambiato la propria identità: Dio è rimasto Dio, e lo stesso vale per gli israeliti». Secondo l’arciprete è necessario tenersi lontani dai 2 estremi: evitarsi e sovrapporsi. «Un professore, per esempio, non può ignorare che un ragazzo ha anche un ambito spirituale che lo caratterizza. Così come sarebbe sbagliato per i diversi enti entrare in competizione, assumendo ruoli non propri». Per questo l’arciprete auspica la creazione di una rete di rapporti e conoscenze.
«L’esempio – aggiunge – potrebbe venire dagli istituti scolastici non statali: a Monza sono numerosi e mi pare adesso si trovino in un momento di serenità dal punto di vista economico. È l’occasione per puntare più in alto, entrando in dialogo gli uni con gli altri». Ognuno può fare qualcosa in più in ambito educativo, anche il Comune «organizzando ad esempio corsi di sostegno per i ragazzi che hanno qualche difficoltà a scuola. Ma le opportunità sono numerose, l’importante è incontrarsi e conoscersi». Perché oggi, conclude il sacerdote, «in ambito educativo non valgono più le ricette precostituite, ma sono necessarie una ricerca coraggiosa e una generosa sperimentazione». Famiglia e città alleate nell’educazione dei ragazzi, con la Chiesa nel mezzo nel ruolo missionario di animatore. È lo scenario auspicato dal convegno che si è tenuto sabato scorso presso l’oratorio San Biagio, promosso dal decanato di Monza con l’obiettivo di riflettere sull’emergenza educativa. Un problema che – spiega il decano, monsignor Silvano Provasi – investe i ragazzi, ma nasce dagli adulti, che spesso «faticano a dare un senso al mondo che pure contribuiscono a costruire e di cui fanno fatica a rendere conto, anche in chiave educativa, alle generazioni che seguono a ruota».Secondo l’arciprete monzese, «ci troviamo in un quadro di oggettiva crescente complessità. Educare è compito essenziale dell’adulto: per un certo periodo è stato possibile delegare questo compito, anche alle parrocchie e agli oratori. Ora non è più così e solo una forte alleanza tra scuola, famiglia, comunità cristiana e altri soggetti educativi può consentire di sperimentare e intraprendere progetti educativi efficaci».L’incontro di sabato è una novità: basta leggere i titoli dei relatori per rendersene conto. Sul palco si sono confrontati monsignor Provasi, Francesco Viganò (preside del liceo Gnocchi di Carate), Luigi D’Ambrosio (Comandante Compagnia dei Carabinieri di Monza), Giulio Martini (giornalista Rai), Massimo Achini (presidente nazionale del Csi) e Pietro Lombardo (direttore del centro studi evolution di Verona). A moderarli, il direttore di Radio Marconi Fabio Pizzul.Può suonare strano che a un convegno decanale sia invitato un comandante dei Carabinieri. In realtà è un primo esempio della “rete” su cui punta monsignor Provasi. «Spesso ci rechiamo nelle scuole per diffondere la cultura della legalità – spiega il comandante D’Ambrosio -. Affrontiamo questioni di attualità come bullismo, dipendenze da droghe e da alcool». D’Ambrosio cerca di spingersi più in là: non si limita a illustrare cosa si può e cosa non si può fare. Ai ragazzi insegna che le regole esistono per vivere meglio, e che rispettarle rende più ordinati come persone. «I ragazzi che fermiamo la sera partono dai 13 anni, sono colpevoli di reati tipici giovanili: uso di sostanze stupefacenti, danneggiamenti, piccole rapine ai danni di coetanei». E i loro genitori? Qualcuno ignora le attività dei figli: «Le famiglie sono ingenue o fanno finta di non vedere, ma davvero spesso non si accorgono dei problemi dei ragazzi». C’è anche chi, più attento, chiede aiuto: «Molti genitori chiedono ai Carabinieri come si riconosce un figlio che fa uso di stupefacenti o che abusa degli alcolici: noi siamo pronti a rispondere a queste domande».Scuola, città, famiglia, parrocchia: realtà che, spiega monsignor Provasi, «devono allearsi, ciascuna secondo il proprio ruolo». Perché, aggiunge l’arciprete, il ragazzo che la mattina entra in classe è lo stesso che il pomeriggio frequenta il catechismo e la sera si ritrova con gli amici in piazza, dove magari viene ripreso dalle forze dell’ordine perché disturba la quiete della città. È deleterio se queste agenzie educative non si conoscono o, peggio, sono in conflitto. «L’alleanza è possibile senza snaturarsi, ce lo dice la Bibbia – ricorda monsignor Provasi -. Quando Dio si è alleato con il popolo di Israele, non ha cambiato la propria identità: Dio è rimasto Dio, e lo stesso vale per gli israeliti». Secondo l’arciprete è necessario tenersi lontani dai 2 estremi: evitarsi e sovrapporsi. «Un professore, per esempio, non può ignorare che un ragazzo ha anche un ambito spirituale che lo caratterizza. Così come sarebbe sbagliato per i diversi enti entrare in competizione, assumendo ruoli non propri». Per questo l’arciprete auspica la creazione di una rete di rapporti e conoscenze.«L’esempio – aggiunge – potrebbe venire dagli istituti scolastici non statali: a Monza sono numerosi e mi pare adesso si trovino in un momento di serenità dal punto di vista economico. È l’occasione per puntare più in alto, entrando in dialogo gli uni con gli altri». Ognuno può fare qualcosa in più in ambito educativo, anche il Comune «organizzando ad esempio corsi di sostegno per i ragazzi che hanno qualche difficoltà a scuola. Ma le opportunità sono numerose, l’importante è incontrarsi e conoscersi». Perché oggi, conclude il sacerdote, «in ambito educativo non valgono più le ricette precostituite, ma sono necessarie una ricerca coraggiosa e una generosa sperimentazione». – – L’attenzione dei vescovi italiani

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