Parla Amabile Battistello: recuperò la vista grazie alla cornea donata dal "papà dei mutilatini", che sarà beatificato domenica 25 ottobre in piazza Duomo a Milano. «Volle dare una parte di sé, proprio come fa un padre allorché genera un figlio»

di Giovanni GUZZI Seconda parte
Redazione

vai alla prima parte…

Come venne scelta per ricevere un simile dono?
Quando don Gnocchi chiese al professor Galeazzi, suo amico, di promettergli che, dopo la sua morte, avrebbe preso dai suoi occhi le cornee per ridare la vista a due dei suoi ragazzi, il medico rispose: «Ne ho trovato solo uno idoneo fra i tuoi mutilatini. Ma c’è una giovane che da anni aspetta che io l’aiuti. Se non hai nulla in contrario, sarà lei a beneficiarne!». Don Gnocchi aggiunse soltanto «Grazie», e questo al professore bastò.

Ma non si trattava di un’operazione allora illegale?
È vero. A quel tempo la pratica dei trapianti era severamente condannata dalla Chiesa e dalle leggi dello Stato. Quindi il professor Galeazzi trasgredì la legge, diventando passibile di arresto immediato. Gli occhi furono perciò trafugati e le cornee preparate al trapianto in assoluto segreto, mantenuto fino al giorno dell’intervento, in modo che se ne venisse a conoscenza solo a cose già fatte. Allorché fece la sua richiesta, don Carlo certo non ignorava di proporre un atto illecito, ma il suo spirito di servizio superava regole umane poco lungimiranti.

Che rapporto ebbe con don Gnocchi?
Lo incontrai spiritualmente, e in un certo senso anche fisicamente, il giorno dopo la sua morte, quando ricevetti quel brandello di cornea. Un incontro la cui importanza non è diminuita in proporzione al volume della materia che mi fu donata. Fu invece un incontro pieno, a tutto campo, l’incontro con una nuova esistenza. Anche se ormai non avrei potuto realizzare la vita che avevo sognato, fu comunque una cosa immensa, una rinascita: forse Lui, di lassù, aveva già previsto ogni cosa.

Cosa ricorda di quel momento?
Il giorno in cui mi tolse le bende dagli occhi e mi fece guardare verso un luogo lontano, e io individuai una finestra aperta, il professor Galeazzi pianse. Poi accese un registratore, azionò un pulsante e la voce debole e sofferente, ma serena, del mio benefattore, incisa su nastro dallo stesso medico, pronunciò le frasi che non scorderò mai: «Cari amis, ve raccomandi la mia baracca… Ve la lasi; pusse d’inscì ho minga podù fa. E tu, professor Galeazzi, devi promettermi che alla mia morte prenderai questi occhi e li utilizzerai affinché due ragazzi possano vedere. È tutto quello che mi resta da dare ancora!». Era la sua voce, che per me non aveva ancora un volto. Volli ascoltarla tante volte, fino a imprimermi nella mente quel timbro sofferente, ma deciso. Riascoltandola insieme a me, il professor Galeazzi più volte si asciugò le lacrime che gli scendevano sul viso.
Fu così, senza incontrarci, senza conoscerci, che da quel giorno don Gnocchi camminò insieme a me. Il professor Galeazzi gli aveva detto il mio nome, me lo confermò lui stesso: a me sembrò un grande onore che un uomo così santo conoscesse quel poco di me. Ciò che accadde dopo è storia già scritta, e non si deve aggiungere altro. vai alla prima parte…Come venne scelta per ricevere un simile dono?Quando don Gnocchi chiese al professor Galeazzi, suo amico, di promettergli che, dopo la sua morte, avrebbe preso dai suoi occhi le cornee per ridare la vista a due dei suoi ragazzi, il medico rispose: «Ne ho trovato solo uno idoneo fra i tuoi mutilatini. Ma c’è una giovane che da anni aspetta che io l’aiuti. Se non hai nulla in contrario, sarà lei a beneficiarne!». Don Gnocchi aggiunse soltanto «Grazie», e questo al professore bastò.Ma non si trattava di un’operazione allora illegale?È vero. A quel tempo la pratica dei trapianti era severamente condannata dalla Chiesa e dalle leggi dello Stato. Quindi il professor Galeazzi trasgredì la legge, diventando passibile di arresto immediato. Gli occhi furono perciò trafugati e le cornee preparate al trapianto in assoluto segreto, mantenuto fino al giorno dell’intervento, in modo che se ne venisse a conoscenza solo a cose già fatte. Allorché fece la sua richiesta, don Carlo certo non ignorava di proporre un atto illecito, ma il suo spirito di servizio superava regole umane poco lungimiranti.Che rapporto ebbe con don Gnocchi?Lo incontrai spiritualmente, e in un certo senso anche fisicamente, il giorno dopo la sua morte, quando ricevetti quel brandello di cornea. Un incontro la cui importanza non è diminuita in proporzione al volume della materia che mi fu donata. Fu invece un incontro pieno, a tutto campo, l’incontro con una nuova esistenza. Anche se ormai non avrei potuto realizzare la vita che avevo sognato, fu comunque una cosa immensa, una rinascita: forse Lui, di lassù, aveva già previsto ogni cosa.Cosa ricorda di quel momento?Il giorno in cui mi tolse le bende dagli occhi e mi fece guardare verso un luogo lontano, e io individuai una finestra aperta, il professor Galeazzi pianse. Poi accese un registratore, azionò un pulsante e la voce debole e sofferente, ma serena, del mio benefattore, incisa su nastro dallo stesso medico, pronunciò le frasi che non scorderò mai: «Cari amis, ve raccomandi la mia baracca… Ve la lasi; pusse d’inscì ho minga podù fa. E tu, professor Galeazzi, devi promettermi che alla mia morte prenderai questi occhi e li utilizzerai affinché due ragazzi possano vedere. È tutto quello che mi resta da dare ancora!». Era la sua voce, che per me non aveva ancora un volto. Volli ascoltarla tante volte, fino a imprimermi nella mente quel timbro sofferente, ma deciso. Riascoltandola insieme a me, il professor Galeazzi più volte si asciugò le lacrime che gli scendevano sul viso.Fu così, senza incontrarci, senza conoscerci, che da quel giorno don Gnocchi camminò insieme a me. Il professor Galeazzi gli aveva detto il mio nome, me lo confermò lui stesso: a me sembrò un grande onore che un uomo così santo conoscesse quel poco di me. Ciò che accadde dopo è storia già scritta, e non si deve aggiungere altro.

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