Nel convegno diocesano del 12 e 13 settembre a Triuggio si farà il punto con i responsabili decanali sull'impegno in questa difficile stagione di crisi. Positivo bilancio del Fondo famiglia-lavoro

Pino NARDI
Redazione

Una Caritas che non si limita a offrire aiuti concreti a chi ha bisogno, ma che punta a un cambio di mentalità, con la promozione di una cultura della solidarietà. Don Roberto Davanzo, direttore della Caritas ambrosiana, presenta così l’appuntamento di studio del 12 e 13 settembre a Triuggio, dove si farà il punto con i responsabili decanali sull’impegno in tempo di crisi.

Qual è l’obiettivo della vostra riflessione?
Sarà un momento di formazione interna, una due giorni di studio e di approfondimento sulle tematiche dell’anno a partire dal discorso della crisi e anche degli interventi che la Chiesa di Milano ha messo in atto attraverso il Fondo famiglia-lavoro, che ci ha visti protagonisti. Poi nell’accogliere la provocazione del cardinal Tettamanzi con il suo libro Non c’è futuro senza solidarietà. Infine, non ultima, l’enciclica del Papa Caritas in veritate.

Il titolo è emblematico: «La Caritas al tempo della crisi»…
Esatto. Vogliamo chiederci cosa vuol dire essere Caritas in un contesto di crisi, che ci provoca a una riflessione più ampia. Oltre a rimboccarci le maniche con iniziative anche di tipo economico come il Fondo, come la Caritas in una diocesi riesce a essere principio anche di crescita culturale. Si tratta del lavoro, del Welfare cioè di un sistema di protezione nei confronti delle categorie più in difficoltà, dell’uso del denaro, dell’indebitamento che a volte distrugge le famiglie, di una comunità che si attiva e che trova anzitutto al suo interno le risorse per stare accanto ai nuclei più fragili, più appesantiti da questa crisi.

Un salto di qualità dunque?
Una prospettiva di tipo culturale ed educativo: vorremmo stimolare i nostri responsabili a leggere il proprio essere Caritas non accontentandosi di un metodo puramente erogativo (soldi per bollette della luce, pacchi viveri, indumenti), ma provocarli perché pur facendo questo si sentano portatori di una visione culturale, che diventa la forza sulla quale basare anche l’appello alla pubblica amministrazione perché faccia tutto quello che le compete. Questa è l’ambizione di una modalità di essere Caritas che si sente portatrice di una vocazione più impegnativa, più alta.

Èuno stimolo anche alle comunità parrocchiali a camminare su questa strada?
Certo, perché dobbiamo riconoscere che queste tematiche nella catechesi e nella pastorale ordinaria non entrano più. Perciò abbiamo predisposto anche altri strumenti come il sussidio formativo, che noi offriamo perché nelle parrocchie e nei decanati si possa ragionare su questi argomenti; inoltre il convegno di novembre sarà sugli stili di vita.

Ci avviciniamo all’autunno e l’onda lunga della crisi rischia di farsi sentire ancora di più sul fronte del lavoro…
Sì, infatti siamo col fiato sospeso in attesa di capire quanta gente dopo le ferie riprenderà a lavorare e quanti magari si vedranno licenziare. È chiaro che siamo preoccupati. L’Arcivescovo rilancia lo strumento del Fondo che nel giro di pochissimi mesi ha già erogato una percentuale altamente significativa di quanto è stato capace di raccogliere grazie alla generosità di tanti. Non possiamo fermarci e accontentarci di questo, perché la situazione di difficoltà ancora permane, anche se gli economisti dicono che forse il peggio è passato. Però è chiaro che le conseguenze dell’onda lunga di quello che c’è stato mesi fa stenta ad essere assorbita.

Quale bilancio sul Fondo dal punto di vista della Caritas? Come hanno risposto i responsabili nei decanati e nelle parrocchie?
La prima riflessione è di gratitudine nei confronti di quanti volontari, di Caritas e Acli, si sono impegnati: grazie a loro siamo riusciti a fare tutta questa operazione nel giro di pochissime settimane. C’è stata una risposta a un intervento non di basso profilo, che ha coinvolto almeno 500 persone nei Distretti in tutti i decanati. Al di là dei 5 milioni raccolti, mi pare l’aspetto più consolante: la prontezza di risposta e di collaborazione tra Acli e Caritas, di volontari altamente qualificati che considero una grande risorsa per la diocesi.

La Chiesa fa la sua parte, ma sollecita anche le istituzioni…
Èil metodo di sempre dell’operare della Chiesa: non può aspettare che la pubblica amministrazione si muova e invocare lo Stato. La Chiesa anzitutto si impegna con l’elasticità e la prontezza di intercettazione dei problemi. Ma può arrivare fino a un certo punto, perché poi c’è il protagonismo della pubblica amministrazione, alla quale la Chiesa non può sostituirsi. Le istituzioni sono le prime responsabili dell’intervento a favore delle categorie in difficoltà.

Riproporre solidarietà e sobrietà va in controtendenza rispetto alla cultura dominante fatta di egoismi e di chiusure…
Sì, non solo. Addirittura una società in cui qualcuno dice “coraggio abbiamo trattenuto il respiro, adesso ritorniamo a fare quello che facevamo prima”, quasi che la crisi sia passata o stia passando in modo neutro senza lasciare conseguenze. La crisi deve invece provocarci a ripensare e a rivedere i nostri modelli di sviluppo. Lo dice il Papa in maniera esplicita sia nel messaggio della Giornata della Pace del 2009 sia nella Caritas in veritate: vuol dire essere capaci di rimettere in discussione il modo con cui abbiamo costruito la nostra ricchezza. Se la globalizzazione significasse soltanto la legittimazione di un meccanismo che continua a generare ingiustizia e sperequazioni vuol dire che ci stiamo avviando verso un’epoca di grandi conflitti, altro che pacificazione. E non ultima la questione ambientale, il problema delle risorse della natura. Sembra che questi discorsi li faccia soltanto il mondo ecclesiale. Questo ci preoccupa molto: non è solo un problema dei cristiani, ma di tutti.

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