A 45 anni dall'elezione a Pontefice e a 30 dalla morte, un libro pubblicato dalla San Paolo mette in luce la figura di Paolo VI a partire dall'episcopato ambrosiano, da considerare un "laboratorio" in coerenza con ciò che verrà dopo. L'apertura verso la società iniziò da "Arcivescovo dei lavoratori"


Redazione

16/06/2008

di Annamaria BRACCINI

Quasi “schiacciato” tra due personalità granitiche, Pio XII e Giovanni Paolo II, con i loro lunghissimi papati, Paolo VI, per molti anni è stato e, forse, continua a essere, poco compreso dalle biografie che l’hanno, talora, definito, addirittura, «il Papa dimenticato». Ma così, ovviamente, non si rende giustizia al Pontefice, ma soprattutto all’uomo di Dio che egli fu, alla visione di quell’umanesimo integrale del quale seppe farsi portatore nei tanti e preziosi servizi resi alla Chiesa, fino al Soglio di Pietro.

Ne è convinta Giselda Adornato – profonda conoscitrice della figura del Papa, ma anche dell’arcivescovo di Milano Montini -, autrice del volume Paolo VI, con presentazione del cardinale Dionigi Tettamanzi, pubblicato da San Paolo. E, infatti, già dal sottotitolo del saggio – Il coraggio della modernità – si intuisce quale sia il “filo rosso” interpretativo che percorre le oltre 300 pagine del libro.

«Il rapporto con la modernità – spiega, infatti, Adornato – è uno dei temi più cari a Montini-Paolo VI, fin dagli anni Venti e Trenta e poi nel lungo periodo in Segreteria di Stato; si fa particolarmente evidente con l’episcopato milanese e, infine, nel papato. Un rapporto ispirato sempre da lealtà e fiducia, ma vissuto nella consapevolezza precisa del grande patrimonio di tradizione e di fede della Chiesa e della cattolicità. Lo “strumento”, se così si può definire, che rese reale questo legame è quello basato sui termini famosi del “dialogo”. Aspetto, questo, visto, a volte, dai critici in modo errato».

In che senso?
È necessario comprendere che, per questo Papa, la parola “dialogo” significava essere chiari nell’esposizione delle proprie idee, guidati dalla verità e, quindi, dalla carità. Da qui, il valore di un confronto con la modernità mai banale o scontato, ma anzi complesso, pur nel riconoscimento anche di interlocutori “semplici”, incontrati nella pastorale ordinaria. Basti ricordare la definizione data di lui a Milano, «l’Arcivescovo dei lavoratori».

In un questo contesto l’episcopato ambrosiano – diceva Jean Guitton, «Milano fu per il futuro Pontefice l’immersione nell’oceano della realtà» – si può considerare una sorta di “laboratorio” da leggere in coerenza con ciò che verrà dopo?
Senza dubbio. Non dimentichiamo che l’esercizio della pastorale fu uno dei caratteri tipici di Giovanni Battista Montini… A Milano arriva il vero sbocco nel ministero concreto, che lo induce a intraprendere, con notevolissima tenacia – si pensi solo al “Piano per le nuove Chiese” che prende il nome proprio da lui – un progetto molto articolato e che, tuttavia, risponde unitariamente al punto di forza della sua intera vita sacerdotale: portare Cristo al mondo.

Non può che venire alla mente la Missione di Milano. Anche questa fu una scelta di modernità nell’appello a quella missionarietà che oggi chiede il cardinale Tettamanzi?
Certo. Montini non si arroccava mai su posizioni inamovibili o preconcette. Si interrogava sugli altri e sapeva – come spiegò – che «ai milanesi non bisognava insegnare a far soldi, ma a pregare». Il suo obiettivo era quello di far maturare cristiani convinti e impegnati nella storia. Poi c’erano i “lontani”, i non credenti ai quali l’Arcivescovo si interessa, si accosta in modo vero, valorizzando quanto di bene c’è nella loro umanità e offrendo con fermezza, ma anche con gratuità, mitezza e razionalità tutta agostiniana, la proposta cristiana. E questo, sia consentito dirlo, rende Montini assai distante dal panorama di parte dei vescovi del suo tempo che vedevano in maniera molto conflittuale il rapporto con la modernità.

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