Innocente Pessina, preside del liceo classico Berchet di Milano, racconta come qualche docente del suo istituto gli abbia chiesto di riappenderlo

di Pino NARDI
Redazione

«Tutto quello che sta succedendo in fondo lo vedo come un bene. Sa perché? Perché in qualche modo ci richiama. In questa scuola dove i crocifissi sono quasi spariti per consuetudine o forse perché una volta rotti non sono stati sostituiti, la sentenza mi interroga, è una sfida anche per la mia fede. Costringe noi che ci riteniamo credenti a interrogarci sui principi fondanti. Quindi questa vicenda è paradossalmente positiva, perché se prima c’era indifferenza sulla presenza del crocifisso, adesso la vedo come una questione importante». È la riflessione di Innocente Pessina, preside del liceo classico Berchet di Milano. Che sottolinea il valore positivo del crocifisso per tutti come simbolo di amore. E alla fine qualche insegnante gli ha chiesto di riappenderlo.

Come valuta la sentenza della Corte di Strasburgo?
Con una certa preoccupazione, non tanto per il contenuto, ma perché mi sembra allineata alla tendenzaa a togliere tutto e alla fine rimane il vuoto. Il problema dell’emergenza educativa è proprio il vuoto, la mancanza di una presenza adulta, con la preoccupazione di rispettare la libertà di tutti che poi vuol dire relativismo. Così di fatto si tende a non proporre nulla: che ci piaccia o no, questi studenti hanno nelle stanze loro riferimenti, qualche manifesto di personaggi. Togliere tutto per questa preoccupazione di rispettare la libertà, di fatto ottiene un effetto deleterio che è quello di non educarli a niente, di non offrire loro nessun esempio educativo o riferimento culturale. Un adolescente, un giovane, comunque tutti, hanno bisogno di riferimenti di qualche tipo e possono trovarli in certi programmi televisivi, personaggi e trasmissioni. Credo invece che sia importante proporre modelli, riferimenti e indicare valori.

Il crocifisso mina la libertà dello studente?
No, al punto che quasi nessuno si rende conto che in molte scuole non ci sono più. Sono convinto che il crocifisso – chi è ateo può anche non credere al fatto che quel signore appeso lì in croce sia figlio di Dio – possa essere visto storicamente al di là del credo. È una persona, un esempio di donazione totale fino alla morte in croce per un ideale forte, che è il bene degli altri. Il non credente lo può interpretare così, per il credente c’è un di più. Quindi è un simbolo di amore per tutti.

Gli stranieri non di religione cristiana potrebbero essere influenzati negativamente?
Tanti anni fa quando mio figlio frequentava la scuola materna c’erano le prime presenze di stranieri. Le insegnanti chiesero se in occasione della festività del Natale ci fosse stato qualche genitore disponibile a fare un presepe: io mi proposi, ma dissero di farlo in un armadio che si apriva e si chiudeva. Se c’era qualcuno che voleva vederlo si apriva l’anta…

Bisogna nascondere per non turbare?
Sì, per non turbare. Ma allora se uno non vuole essere turbato dovremmo abolire tutti i cimiteri, perché mi pare che di croci lì ce ne siano abbastanza. Poi l’80-90% della cultura pittorica è fatta di rappresentazioni sacre, quindi è la nostra storia e tradizione. Un’immagine religiosa, con Maria e Giuseppe e qualche santo con tanto di aureola e angioletti di contorno, in qualche modo dovrebbe essere disturbante la visione di un ateo piuttosto che di una persona di religione diversa?

Dopo la sentenza avete ricevuto disposizioni?
No, anzi qui succede il contrario: ho qualche insegnante che mi ha chiesto di poterlo esporre e ho dato assolutamente l’assenso. Non c’è nessun problema: faremo anche il presepe nell’atrio della scuola, perché oltre a essere simbolo di qualcosa e anche una bella presenza. Credo non disturbi e non limiti la libertà di nessuno. Anzi, c’è solo un richiamo a un valore forte che può essere condiviso anche dai non credenti. «Tutto quello che sta succedendo in fondo lo vedo come un bene. Sa perché? Perché in qualche modo ci richiama. In questa scuola dove i crocifissi sono quasi spariti per consuetudine o forse perché una volta rotti non sono stati sostituiti, la sentenza mi interroga, è una sfida anche per la mia fede. Costringe noi che ci riteniamo credenti a interrogarci sui principi fondanti. Quindi questa vicenda è paradossalmente positiva, perché se prima c’era indifferenza sulla presenza del crocifisso, adesso la vedo come una questione importante». È la riflessione di Innocente Pessina, preside del liceo classico Berchet di Milano. Che sottolinea il valore positivo del crocifisso per tutti come simbolo di amore. E alla fine qualche insegnante gli ha chiesto di riappenderlo.Come valuta la sentenza della Corte di Strasburgo?Con una certa preoccupazione, non tanto per il contenuto, ma perché mi sembra allineata alla tendenzaa a togliere tutto e alla fine rimane il vuoto. Il problema dell’emergenza educativa è proprio il vuoto, la mancanza di una presenza adulta, con la preoccupazione di rispettare la libertà di tutti che poi vuol dire relativismo. Così di fatto si tende a non proporre nulla: che ci piaccia o no, questi studenti hanno nelle stanze loro riferimenti, qualche manifesto di personaggi. Togliere tutto per questa preoccupazione di rispettare la libertà, di fatto ottiene un effetto deleterio che è quello di non educarli a niente, di non offrire loro nessun esempio educativo o riferimento culturale. Un adolescente, un giovane, comunque tutti, hanno bisogno di riferimenti di qualche tipo e possono trovarli in certi programmi televisivi, personaggi e trasmissioni. Credo invece che sia importante proporre modelli, riferimenti e indicare valori.Il crocifisso mina la libertà dello studente?No, al punto che quasi nessuno si rende conto che in molte scuole non ci sono più. Sono convinto che il crocifisso – chi è ateo può anche non credere al fatto che quel signore appeso lì in croce sia figlio di Dio – possa essere visto storicamente al di là del credo. È una persona, un esempio di donazione totale fino alla morte in croce per un ideale forte, che è il bene degli altri. Il non credente lo può interpretare così, per il credente c’è un di più. Quindi è un simbolo di amore per tutti.Gli stranieri non di religione cristiana potrebbero essere influenzati negativamente?Tanti anni fa quando mio figlio frequentava la scuola materna c’erano le prime presenze di stranieri. Le insegnanti chiesero se in occasione della festività del Natale ci fosse stato qualche genitore disponibile a fare un presepe: io mi proposi, ma dissero di farlo in un armadio che si apriva e si chiudeva. Se c’era qualcuno che voleva vederlo si apriva l’anta…Bisogna nascondere per non turbare?Sì, per non turbare. Ma allora se uno non vuole essere turbato dovremmo abolire tutti i cimiteri, perché mi pare che di croci lì ce ne siano abbastanza. Poi l’80-90% della cultura pittorica è fatta di rappresentazioni sacre, quindi è la nostra storia e tradizione. Un’immagine religiosa, con Maria e Giuseppe e qualche santo con tanto di aureola e angioletti di contorno, in qualche modo dovrebbe essere disturbante la visione di un ateo piuttosto che di una persona di religione diversa?Dopo la sentenza avete ricevuto disposizioni?No, anzi qui succede il contrario: ho qualche insegnante che mi ha chiesto di poterlo esporre e ho dato assolutamente l’assenso. Non c’è nessun problema: faremo anche il presepe nell’atrio della scuola, perché oltre a essere simbolo di qualcosa e anche una bella presenza. Credo non disturbi e non limiti la libertà di nessuno. Anzi, c’è solo un richiamo a un valore forte che può essere condiviso anche dai non credenti. – – L’Arcivescovo: «Quella sentenza ha motivazioni inconsistenti» – Convegno a Gazzada: «Stato laico e religione non sono in conflitto»

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