Due famiglie su tre provvedono da sole all'assistenza delle persone non autosufficienti. Come aiutarle? Se ne è discusso al convegno organizzato da Caritas Ambrosiana a Milano


Redazione

La popolazione invecchia. Ma i servizi pubblici non crescono. Così le famiglie provvedono da sole e spesso finiscono schiacciate da impegni che non possono sopportare. L’allarme viene dal convegno “Assistenza domiciliare, oltre il welfare fai da te”, organizzato da Caritas Ambrosiana a Milano sabato 21 novembre.
L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo: la speranza di vita alla nascita ha raggiunto i 76 anni per gli uomini e gli 82 per le donne. Negli ultimi 30 anni gli ultra 75enni sono triplicati e si stima che i centenari cresceranno di 20 volte nei prossimi 40 anni. Tuttavia, a dispetto dell’allungamento dell’età media, non sono aumentati i servizi pubblici per far fronte ai problemi conseguenti all’invecchiamento della popolazione: ogni anno 90 mila ultra 80enni in più con malattie, 40 mila in più con disabilità di lunga durata. La conseguenza è che, a differenza di quanto accade in altri Stati occidentali, nel nostro Paese la cura degli anziani è affidata prevalentemente alle famiglie.
Due famiglie su tre con a carico una persona anziana non autosufficiente provvedono da sole a prestargli le cure di cui ha bisogno. In un terzo dei casi, l’onere dell’assistenza ricade sulle spalle a sua volta di un anziano. Il cosiddetto caregiver (cioè chi si prende cura) è, infatti, una persona con in media più di 70 anni. In genere un donna, che nelle situazioni più gravi può arrivare a dedicare all’altro componente della famiglia (il marito), fino a 17 ore al giorno. L’impegno, nei casi più gravi, può essere talmente gravoso da assorbire completamente il tempo a disposizione della persona che offre aiuto che, di conseguenza, tende a ridurre la propria vita sociale, finisce per isolarsi e sentirsi sovrastata dal proprio compito al punto da non poterlo più svolgere.
Quando, invece, le famiglie non possono contare su risorse interne, cercano tutte le alternative possibili, la prima e fra tutte quella in maggiore espansione è il ricorso a collaboratori domestici e assistenti familiari, reperiti in genere nel mercato del lavoro costituto dagli immigrati. Una scelta che coinvolge un numero crescente di famiglie. In molte regioni italiane il numero di anziani sostenuti dalle cosiddette badanti non comunitarie ha ormai raggiunto o superato quello degli anziani accolti nelle residenze sociali assistenziali o nei servizi domiciliari formalizzati.
«Questo modello di assistenza nasce per colmare le lacune del servizio pubblico – ha osservato Franca Carminati, responsabile dell’area anziani di Caritas Ambrosiana -. Tuttavia corrisponde anche al nostro costume nazionale. Oltre a presentare evidenti difetti, mostra pure alcuni pregi Se è vero che può sottoporre le famiglie a stress e a difficoltà organizzative tali da pregiudicare persino l’offerta di aiuto, dall’altro evita i ricoveri facili e i danni psicologici che la rottura delle reti familiari può provocare. Per salvaguardare questo ”approccio” domestico, dobbiamo allora sostenere le famiglie e i collaboratori». La popolazione invecchia. Ma i servizi pubblici non crescono. Così le famiglie provvedono da sole e spesso finiscono schiacciate da impegni che non possono sopportare. L’allarme viene dal convegno “Assistenza domiciliare, oltre il welfare fai da te”, organizzato da Caritas Ambrosiana a Milano sabato 21 novembre.L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo: la speranza di vita alla nascita ha raggiunto i 76 anni per gli uomini e gli 82 per le donne. Negli ultimi 30 anni gli ultra 75enni sono triplicati e si stima che i centenari cresceranno di 20 volte nei prossimi 40 anni. Tuttavia, a dispetto dell’allungamento dell’età media, non sono aumentati i servizi pubblici per far fronte ai problemi conseguenti all’invecchiamento della popolazione: ogni anno 90 mila ultra 80enni in più con malattie, 40 mila in più con disabilità di lunga durata. La conseguenza è che, a differenza di quanto accade in altri Stati occidentali, nel nostro Paese la cura degli anziani è affidata prevalentemente alle famiglie.Due famiglie su tre con a carico una persona anziana non autosufficiente provvedono da sole a prestargli le cure di cui ha bisogno. In un terzo dei casi, l’onere dell’assistenza ricade sulle spalle a sua volta di un anziano. Il cosiddetto caregiver (cioè chi si prende cura) è, infatti, una persona con in media più di 70 anni. In genere un donna, che nelle situazioni più gravi può arrivare a dedicare all’altro componente della famiglia (il marito), fino a 17 ore al giorno. L’impegno, nei casi più gravi, può essere talmente gravoso da assorbire completamente il tempo a disposizione della persona che offre aiuto che, di conseguenza, tende a ridurre la propria vita sociale, finisce per isolarsi e sentirsi sovrastata dal proprio compito al punto da non poterlo più svolgere.Quando, invece, le famiglie non possono contare su risorse interne, cercano tutte le alternative possibili, la prima e fra tutte quella in maggiore espansione è il ricorso a collaboratori domestici e assistenti familiari, reperiti in genere nel mercato del lavoro costituto dagli immigrati. Una scelta che coinvolge un numero crescente di famiglie. In molte regioni italiane il numero di anziani sostenuti dalle cosiddette badanti non comunitarie ha ormai raggiunto o superato quello degli anziani accolti nelle residenze sociali assistenziali o nei servizi domiciliari formalizzati.«Questo modello di assistenza nasce per colmare le lacune del servizio pubblico – ha osservato Franca Carminati, responsabile dell’area anziani di Caritas Ambrosiana -. Tuttavia corrisponde anche al nostro costume nazionale. Oltre a presentare evidenti difetti, mostra pure alcuni pregi Se è vero che può sottoporre le famiglie a stress e a difficoltà organizzative tali da pregiudicare persino l’offerta di aiuto, dall’altro evita i ricoveri facili e i danni psicologici che la rottura delle reti familiari può provocare. Per salvaguardare questo ”approccio” domestico, dobbiamo allora sostenere le famiglie e i collaboratori». Alcune proposte Come? Caritas Ambrosiana propone la creazione di gruppi di sostegno ai caregiver. Nelle comunità parrocchiali possono formasi gruppi di volontari che si affiancano alle famiglie con anziani a carico per alleviare gli oneri di cura. Sul fronte, invece, delle “badanti”, gli enti non profit in collaborazione con le amministrazioni comunali possono creare percorsi formativi per preparare le assistenti domiciliari e favorire l’incontro tra la domanda e l’offerta del lavoro di cura. Proprio Caritas Ambrosiana ha seguito la fase di start up di due “sportelli bandanti” a Sesto San Giovanni e a Brescia, che i due Comuni hanno in seguito finanziato. Un altro esempio è Progetto Incontro, il progetto gestito dalla Caritas decanale di Monza.Ci sono poi misure che dovrebbero assumere le pubbliche amministrazioni: un regime fiscale davvero più favorevole per le famiglie che assumono un’assistente domiciliare in regola, l’istituzione di un Fondo regionale per la non autosufficienza che dia incentivi economici per l’emersione e la qualificazione; la definizione del profilo formativo di operatore di cure domiciliari nell’ambito delle professioni esistenti, la sinergia tra i servizi sociali e i centri per l’impiego.«Molte iniziative positive sono in corso, molte altre se ne potrebbero creare proprio prendendo a modello quelle riuscite meglio . ha commentato don Roberto Davanzo, direttore di Caritas Ambrosiana -. Per uscire dalla fase dell’improvvisazione e superare un modello di welfare fai da te come è quello in cui ci troviamo ancora, bisogna mettere in rete tutte le risorse e chiamare le pubbliche amministrazione alle loro responsabilità di regia. Sarebbe questo un modo molto concreto per fare delle politiche a favore della famiglia».Al termine del convegno è stata annunciata anche una ricerca dedicata alla fatica delle famiglie con anziani a carico. L’indagine qualitativa sarà realizzata da Caritas Ambrosiana e si intitolerà “Lavoro di cura familiare con anziani fragili: rischio di stress per il caregiver e conseguenze problematiche nella relazione”. – – I numeri in Lombardia (https://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/esy/objects/docs/2180246/dati_Lombardia.pdf) – Progetto Incontro (https://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/esy/objects/docs/2180247/Progetto_incontro.pdf) – Spazio Amico (https://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/esy/objects/docs/2180248/Spazio_Amico.pdf)

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