I recenti attacchi all'Arcivescovo nella valutazione del parroco e decano di Busto Arsizio

di Pino NARDI
Redazione

Come interroga la vita nelle parrocchie questa polemica lanciata da esponenti di governo della Lega? Monsignor Franco Agnesi, parroco di S. Giovanni Battista e decano di Busto Arsizio, esprime la propria solidarietà al Cardinale. Siamo in piena “zona leghista” e vivere i valori del Vangelo si scontra spesso con paure e chiusure che penetrano anche nel tessuto ecclesiale. Perciò occorre ripartire dalla Parola e i laici devono tornare a pensare politicamente, con responsabilità, oltre la propaganda.

Come valuta questa vicenda?
Le parole degli esponenti di primo piano della Lega rivelano la loro gravità, ma sanno che possono toccare l’emotività di persone che vivono la paura più che lo sguardo sulla realtà. Tanto è vero che si può accusare il Cardinale di cose che non ha mai detto nel Discorso di S. Ambrogio e far finta che quelli siano stati i temi.

Quindi c’è un “terreno” fertile per quelle posizioni?
C’è un rispetto per il Cardinale e la Chiesa, però oggettivamente molti fanno fatica a interpretare come affrontare questioni reali come l’immigrazione e le altre religioni. Anche persone culturalmente avvedute, professionalmente impegnate, hanno un approccio negativo, di paura, quasi che esorcizzando il problema lo si risolva. Questo mi sembra un limite, anche del mondo cattolico, di persone che magari non solo appartengono alla Chiesa, ma sono impegnati nelle associazioni, alle quali fa difetto lo sguardo approfondito e politico. Paradossalmente si accusa il Cardinale di fare politica, ma molti laici che avrebbero la capacità e la responsabilità di domandarsi come affrontare queste questioni, non lo fanno rimanendo solo sull’affermazione ideologica, un po’ gridata.

Questo pone un problema pastorale di educazione ai valori della fede?
Certo, credo che sia un grande problema. Anche se l’attacco frontale alla gente rispetto a questa mentalità provoca difesa e rifiuto. Si continua a venire in chiesa, ma si considerano argomenti di cui non si deve parlare. Come è capitato per le questioni politiche più generali: difficilmente nelle comunità cristiane si parla di politica perché si litiga, ma il rischio è che dopo non si parli più di niente. Bisogna partire dalla naturale religiosità e sincera devozione che hanno tante persone, che poi vedono la sicurezza incarnata nelle posizioni di estrema destra o della Lega, e con loro percorrere il Vangelo. Dopo si ragiona e la coscienza si apre.

Non c’è una sorta di concorrenza della Lega vista la presenza capillare della comunità cristiana?
Credo che non ci sia assolutamente una presenza religiosa della Lega. Le persone più serie di quel partito che amministrano non hanno una pretesa di dettare l’agenda religiosa, sono molto più umili e legati cordialmente alla vita delle parrocchie. Credo che sia solo la propaganda politica dei capi. Alla base invece c’è una realtà di Chiesa riconosciuta e apprezzata. Si potrebbe allora avere occasioni pacate per riflettere di questo.

Tuttavia esiste il rischio di usare il crocifisso e i presepi come elementi di identità, ma contro gli altri…
C’è una rincorsa a essere i primi a fare gesti eclatanti che vogliono rappresentare la volontà popolare, come sul crocifisso. Però molta parte dei fedeli più semplici accoglie acriticamente questi messaggi di difesa che questa parte politica dà. Quando si riflette su cos’è il presepe e su chi è il crocifisso, la propaganda non tiene più. Essa nasconde invece una paura, un’insicurezza, quasi un voler togliere di mezzo un problema di novità, che come ogni novità dà fastidio.

La politica condiziona anche la vita nella comunità cristiana?
Sì, da un punto di vista ecclesiale c’è un problema più sottile: quanto la politica detti anche l’appartenenza alla Chiesa. Su questa vicenda mi ha un po’ sorpreso il silenzio accomodante di ambienti ecclesiali ufficiali e anche di alcune aggregazioni che sembrano farsi guidare da logiche di potere politico immediato invece che dal Vangelo. Come interroga la vita nelle parrocchie questa polemica lanciata da esponenti di governo della Lega? Monsignor Franco Agnesi, parroco di S. Giovanni Battista e decano di Busto Arsizio, esprime la propria solidarietà al Cardinale. Siamo in piena “zona leghista” e vivere i valori del Vangelo si scontra spesso con paure e chiusure che penetrano anche nel tessuto ecclesiale. Perciò occorre ripartire dalla Parola e i laici devono tornare a pensare politicamente, con responsabilità, oltre la propaganda.Come valuta questa vicenda?Le parole degli esponenti di primo piano della Lega rivelano la loro gravità, ma sanno che possono toccare l’emotività di persone che vivono la paura più che lo sguardo sulla realtà. Tanto è vero che si può accusare il Cardinale di cose che non ha mai detto nel Discorso di S. Ambrogio e far finta che quelli siano stati i temi.Quindi c’è un “terreno” fertile per quelle posizioni?C’è un rispetto per il Cardinale e la Chiesa, però oggettivamente molti fanno fatica a interpretare come affrontare questioni reali come l’immigrazione e le altre religioni. Anche persone culturalmente avvedute, professionalmente impegnate, hanno un approccio negativo, di paura, quasi che esorcizzando il problema lo si risolva. Questo mi sembra un limite, anche del mondo cattolico, di persone che magari non solo appartengono alla Chiesa, ma sono impegnati nelle associazioni, alle quali fa difetto lo sguardo approfondito e politico. Paradossalmente si accusa il Cardinale di fare politica, ma molti laici che avrebbero la capacità e la responsabilità di domandarsi come affrontare queste questioni, non lo fanno rimanendo solo sull’affermazione ideologica, un po’ gridata.Questo pone un problema pastorale di educazione ai valori della fede?Certo, credo che sia un grande problema. Anche se l’attacco frontale alla gente rispetto a questa mentalità provoca difesa e rifiuto. Si continua a venire in chiesa, ma si considerano argomenti di cui non si deve parlare. Come è capitato per le questioni politiche più generali: difficilmente nelle comunità cristiane si parla di politica perché si litiga, ma il rischio è che dopo non si parli più di niente. Bisogna partire dalla naturale religiosità e sincera devozione che hanno tante persone, che poi vedono la sicurezza incarnata nelle posizioni di estrema destra o della Lega, e con loro percorrere il Vangelo. Dopo si ragiona e la coscienza si apre.Non c’è una sorta di concorrenza della Lega vista la presenza capillare della comunità cristiana?Credo che non ci sia assolutamente una presenza religiosa della Lega. Le persone più serie di quel partito che amministrano non hanno una pretesa di dettare l’agenda religiosa, sono molto più umili e legati cordialmente alla vita delle parrocchie. Credo che sia solo la propaganda politica dei capi. Alla base invece c’è una realtà di Chiesa riconosciuta e apprezzata. Si potrebbe allora avere occasioni pacate per riflettere di questo.Tuttavia esiste il rischio di usare il crocifisso e i presepi come elementi di identità, ma contro gli altri…C’è una rincorsa a essere i primi a fare gesti eclatanti che vogliono rappresentare la volontà popolare, come sul crocifisso. Però molta parte dei fedeli più semplici accoglie acriticamente questi messaggi di difesa che questa parte politica dà. Quando si riflette su cos’è il presepe e su chi è il crocifisso, la propaganda non tiene più. Essa nasconde invece una paura, un’insicurezza, quasi un voler togliere di mezzo un problema di novità, che come ogni novità dà fastidio.La politica condiziona anche la vita nella comunità cristiana?Sì, da un punto di vista ecclesiale c’è un problema più sottile: quanto la politica detti anche l’appartenenza alla Chiesa. Su questa vicenda mi ha un po’ sorpreso il silenzio accomodante di ambienti ecclesiali ufficiali e anche di alcune aggregazioni che sembrano farsi guidare da logiche di potere politico immediato invece che dal Vangelo.

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