In un'epoca di crisi, le vendite promozionali di fine stagione sono vissute come un'ancora di salvezza, perché danno l'impressione di essere ancora in corsa, di poter acquistare e, quindi, di esistere...


Redazione

06/01/2009

di Alberto CAMPOLEONI

Per fortuna ci sono i saldi. Questa volta il fenomeno è davvero fenomenale: nel senso che un rituale ormai ben conosciuto e solito è diventato una specie di evento. I media non hanno mancato di costruire il “mostro”: attesa nelle settimane precedenti, enfasi sulla crisi economica e finanziaria e sull’aumento del costo della vita, la prospettiva dei saldi “ultima spiaggia” per le spese delle famiglie… E così tutti a comprare, con le immancabili code ai negozi, fotografate e rilanciate da giornali e tv.

Al di là dei ragionamenti economici, sulla necessità di “movimentare” la depressione nella quale sembra di essere piombati, anch’essa peraltro ben foraggiata e costruita dal punto di vista mediatico, questo evento dei saldi sembra un fuoco artificiale, spettacolo che distrae e che lascia fumo. Un diversivo, di fronte a sfide vere e impegnative che pure attendono le persone e le famiglie – oltre che gli Stati – all’inizio di un nuovo anno e in una situazione economica e politica planetaria di poco divertimento.

Un primo pensiero va alla crisi economica. Esiste davvero, ed è piuttosto globale. Forse gli italiani, come ricorda qualcuno, si salvano un po’ per la “propensione al risparmio”, ma indubbiamente le docce fredde di fine 2008 dovrebbero far riflettere sulla necessità di rivedere i modelli di vita e di sviluppo.

Il Papa ha parlato di sobrietà, un valore caro ai cristiani ma poco praticato, da rivalutare su scala individuale, familiare, collettiva… Vi è legato il concetto di rinuncia, poco spendibile, in verità, in una società che invita continuamente a vivere al di sopra delle proprie possibilità, a comprare, “pagando poi”, cose di cui non c’è alcun bisogno. Del resto, “life is now”, come recita una delle pubblicità più gettonate. E allora viva i saldi che, con la compiacenza dei commercianti, danno l’impressione di essere ancora in corsa, di acquistare e potere, di esistere…

Un altro pensiero va alla situazione complessiva del pianeta. Sembra esagerato pensarci, ma non lo è. Siamo seduti, infatti, su una polveriera, con conflitti militari in corso e altri latenti, con tensioni sociali crescenti un po’ ovunque, gravi minacce per l’ambiente e la politica che sperimenta sempre più spesso situazioni di scacco e impotenza. Girare la testa dall’altra parte è comprensibile, ma poco producente: quel che si dimentica o non si vede oggi troverà domani il modo di imporsi e con maggiore gravità. Ciò che serve è invece un supplemento di responsabilità, uno sforzo collettivo di consapevolezza, che produca atteggiamenti e stili di vita nuovi, la capacità di fare di un progetto di futuro migliore un nuovo sogno comune da perseguire insieme.

Per questo serve un grande sforzo educativo, cioè la capacità di far crescere le persone offrendo speranze e strade da seguire. Anche sentieri faticosi, che peraltro si possono percorrere, passo dopo passo, con ottimismo, come insegna la pedagogia della strada. Non è che bisogna avere per forza i musi lunghi anche se certi sorrisi da lifting e certe immagini patinate pubbliche, luccicose e superficiali, sono peggio. Anche così si educa, o diseduca.

Ben vengano i saldi, ma non quelli del pensiero. “Life in now”, ora, certamente. E anche con un certa leggerezza. Ma vorremmo che fosse anche “tomorrow”, domani: pensarci e darsi da fare è un “vizio” da uomini.

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