Proclamata l'indipendenza, rimane da costruire uno Stato. Non sarà facile


Redazione

19/02/2008

di Mauro UNGARO
Esperto in politica balcanica

Non sarà certamente facile il compito che attende il governo del leader kosovaro Hashim Thaci. Ratificata domenica scorsa dal Parlamento di Pristina la secessione dalla Serbia, il Kosovo appare oggi come un contenitore vuoto, tenuto insieme unicamente dal fattore etnico.

Il rischio immediato è quello di trovarsi dinanzi a uno Stato che, per vivere la sua quotidianità, debba affidarsi pesantemente e unicamente agli aiuti internazionali: la guerra del 1999 ha distrutto la quasi totalità degli insediamenti industriali presenti nel Paese, portando all’abbandono delle zone minerarie nel Sud e a una profonda crisi nel settore agricolo.

Il reddito medio non supera i 250 euro mensili, il Pil secondo la Banca mondiale è il più basso d’Europa, la disoccupazione tocca il 60%, mentre le promesse privatizzazioni rimangono lettera morta: le esportazioni raggiungono solamente il 5% delle importazioni.

Per un’area già divenuta negli ultimi anni un riferimento internazionale per la contraffazione nelle griffe dell’abbigliamento e per il mercato degli stupefacenti, il pericolo – considerata proprio la sua posizione geografica – è quello di assistere a un proliferare di traffici più o meno illeciti che facciano dello Stato balcanico vera e propria terra di conquista delle organizzazioni mafiose internazionali.

E alcuni già vedono il Kosovo come base per il terrorismo di matrice islamica, preoccupati per le numerose moschee e le diverse madrasse che continuano a essere costruite in tutto il Paese grazie ai cospicui finanziamenti provenienti dal mondo arabo.

Passata l’euforia per l’indipendenza, Europa e Stati Uniti, incapaci negli scorsi mesi di “obbligare” serbi e kosovari a sedere allo stesso tavolo fino al raggiungimento di una soluzione comune condivisa per la regione, devono ora sentire come prioritario l’impegno di attivarsi perché in un futuro non troppo lontano sia possibile uno sviluppo economico concreto (evitando quindi gli inutili aiuti a pioggia) in un contesto di pacificazione autentica e di tutela delle parti presenti nel Paese.

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