Tra circo mediatico e curiosità della gente, c'è modo di pensare alle quattro vittime?


Redazione

31/01/2008

di Mauro COLOMBO

Dopo le prime due sedute, svoltesi questa settimana, riprenderà lunedì 4 febbraio a Como il processo per la strage di Erba dell’11 dicembre 2006. Olindo Romano e Rosa Bazzi, accusati dell’assassinio di Raffaella Castagna, di suo figlio Youssef, di sua madre Paola Galli e della vicina Valeria Cherubini, nonché del ferimento del marito di quest’ultima Mario Frigerio, sono dunque comparsi davanti alla corte che potrebbe condannarli all’ergastolo.

Il “Barnum” di taccuini, registratori, telecamere, microfoni e parabole satellitari – a suo tempo accampatosi per quasi un mese davanti e nei pressi della “corte degli orrori” di via Diaz – si è così trasferito al Palazzo di Giustizia lariano. Non che gli erbesi ne siano dispiaciuti, anzi. Il ricordo del “turismo” macabro sollecitato in quei giorni proprio dalle insistenti luci della cronaca non è affatto nostalgico.

La città ha un solo auspicio: nel momento in cui il quadruplice omicidio torna in prima pagina, le vengano risparmiate le analisi stereotipate che all’epoca del massacro dipinsero la sua popolazione come dedita esclusivamente a lavorare e a fare soldi. Un’immagine di grettezza che non corrisponde alla realtà e che probabilmente alberga solo negli studi preconcetti di qualche sociologo superficiale o poco documentato.

In poco più di un anno la strage di Erba ha prodotto decine e decine di “speciali” televisivi, un libro-documento e persino una fiction. Si tratta di un avvenimento senza precedenti, obiettivamente, per le motivazioni e l’efferatezza degli atti compiuti. Scontato, dunque, che l’apertura del processo abbia nuovamente solleticato l’attenzione dei mass media. E inevitabile anche che pensionati, casalinghe e studenti abbiano fatto a gara per accaparrarsi i posti migliori in Tribunale.

Ai giuristi spetta stabilire se non fosse opportuno vietare riprese e fotografie all’interno dell’aula. Ai mass-mediologi, invece, ragionare sul cosiddetto rapporto di causa ed effetto: se sia stato cioè l’interesse della gente a determinare la massiccia “copertura” informativa, oppure se siano stati i riflettori mediatici a stimolare le veglie antelucane di chi non vuole perdersi neppure una battuta del processo.

A discutere dell’abilità oratoria del Pm e dei legali delle parti, degli atteggiamenti degli imputati, delle reazioni della corte e dei famigliari delle vittime, ci penseranno tv, radio e giornali. Agli “spettatori”, invece, tocca un compito semplicissimo. In questo processo si parla della morte violenta di quattro persone, tra le quali un bambino di due anni: il primo pensiero, ogni volta che entreranno in quell’aula, lo rivolgano a loro.

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