In un pregevole volumetto, pubblicato dalla Fondazione Paolo VI per il Sacro Monte di Varese in occasione del restauro della venerata immagine trecentesca.

di Luca FRIGERIO
Redazione

Il cammino che si snoda attraverso le quattordici cappelle del Sacro Monte di Varese ha ancor oggi il suo compimento proprio nella contemplazione dell’antica effigie della Madonna Nera, da sempre meta di un incessante, devoto pellegrinaggio. Un’immagine cara ai varesini, ma nota nella diocesi intera e legata alla memoria stessa di sant’Ambrogio: una lontana tradizione, infatti, vuole che il santuario di Campo dei Fiori sia stato fondato proprio dal vescovo milanese nel 381, a ricordo della vittoria sull’eresia ariana. Oggi questa venerata icona lignea è stata accuratamente restaurata, mentre una serie di studi e ricerche hanno finalmente fatto luce sulla sua storia secolare: risultati confluiti in un pregevole volumetto, curato da Piero Lotti e pubblicato dalla Fondazione Paolo VI per il Sacro Monte di Varese (La Madonna del Monte, 68 pagine, 5 euro). Il cammino che si snoda attraverso le quattordici cappelle del Sacro Monte di Varese ha ancor oggi il suo compimento proprio nella contemplazione dell’antica effigie della Madonna Nera, da sempre meta di un incessante, devoto pellegrinaggio. Un’immagine cara ai varesini, ma nota nella diocesi intera e legata alla memoria stessa di sant’Ambrogio: una lontana tradizione, infatti, vuole che il santuario di Campo dei Fiori sia stato fondato proprio dal vescovo milanese nel 381, a ricordo della vittoria sull’eresia ariana. Oggi questa venerata icona lignea è stata accuratamente restaurata, mentre una serie di studi e ricerche hanno finalmente fatto luce sulla sua storia secolare: risultati confluiti in un pregevole volumetto, curato da Piero Lotti e pubblicato dalla Fondazione Paolo VI per il Sacro Monte di Varese (La Madonna del Monte, 68 pagine, 5 euro). Opera di scuola campionese Allo sguardo dei fedeli la Madonna del Monte si presenta ammantata di una preziosa veste, recentemente sostituita, e così appare almeno dal XVII secolo, secondo una diffusa consuetudine. Sotto quell’apparato, tuttavia, si cela una statua raffigurante Maria in trono con il Bambino Gesù. Come cullato sulle ginocchia della madre, il Divino Infante alza la mano destra in un gesto benedicente, mentre con l’altra stringe al petto un piccolo volume. La Vergine reca sul capo una sottile corona gemmata e presenta una capigliatura acconciata in grosse trecce dorate, trattenute da un corto velo. Assisa in posa ieratica – ma di straordinaria tenerezza è il gesto con cui accarezza i piedini del Figlio -, Maria schiaccia col piede destro una piccola figura mostruosa, che può identificarsi in un drago o, più precisamente, in un basilisco, simbolo di ogni caso del peccato e del male, in un’immagine che rimanda direttamente ai brani di Genesi e Apocalisse. Proprio la presenza di questo particolare, inoltre, veniva collegato dagli antichi commentatori al ricordo della sconfitta degli ariani. Questo simulacro ligneo è certamente di produzione campionese, quindi d’epoca gotica, nonostante una pia leggenda popolare, ancora riportata in epoca borromaica, lo attribuiva addirittura alla mano dell’evangelista Luca (non solo primo pittore di Maria, dunque, ma anche protoscultore della Madre di Dio!). La Madonna del Monte, in particolare, presenta strette analogie con alcune opere, affini per esecuzione e soggetto, come la Vergine col Bambino conservata presso la Pinacoteca Civica di Como, quella di Oggiona Santo Stefano (a nord di Gallarate, quindi sempre nel territorio di Varese) e quella di Petroio di Vinci (in provincia di Firenze): la somiglianza con quest’ultima è davvero sorprendente, a evidenziare una diffusione dei modelli campionesi anche in Toscana. Un ulteriore aiuto nella datazione della statua varesina giunge inoltre dall’osservazione del modellato del mantello di Maria, morbido e sinuoso, che è certamente debitore della lezione del maestro pisano Giovanni di Balduccio, che a Milano operò fra gli anni Trenta e Quaranta del XIV secolo, realizzando autentici capolavori. Il modello di Loreto L’effigie di Santa Maria del Monte fu dunque realizzata a metà del Trecento, in un periodo particolarmente prospero per la città di Varese, fedele alleata di Milano e dei Visconti: la statua doveva quindi rappresentare un devoto omaggio alla Vergine qui venerata, ma era allo stesso tempo anche un emblema del prestigio conquistato dalla comunità locale, che sottolineava così il suo legame con la tradizione ambrosiana, in tutti suoi aspetti. Un’attenzione ribadita anche dagli Sforza, che nel 1477 fecero costruire, attorno al simulacro mariano, un magnifico altare ligneo, i cui intagli sono oggi conservati presso il monastero delle Romite e i musei del Castello sforzesco a Milano. Più tardo, invece, probabilmente degli inizi del XVII secolo, è l’accostamento fra l’icona del santuario varesino e la Madonna di Loreto, che portò perfino a una colorazione brunita dei volti di Maria e del Gesù Bambino nella statua del Sacro Monte, da cui la definizione ancora in uso di Madonna Nera. Il restauro è stato dunque, e meritoriamente, rispettoso di una tradizione tanto lunga, complessa e stratificata. E ha messo in evidenza anche tracce in apparenza secondarie, come alcune bruciature sulla base (a testimonianza di un’originaria vicinanza ai pellegrini e alle loro candele!), che sono tuttavia la testimonianza più diretta di una commovente e radicata devozione. –

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