L'antico borgo vicino a Cantù conserva interessanti testimonianze storiche e artistiche, legate alla memoria del diacono martirizzato nell'XI secolo. Domenica 27 giugno la visita del card. Tettamanzi

di Luca FRIGERIO
Redazione

La voce di Arialdo risuonava potente nella Milano che si era affacciata al secondo millennio, scuotendo la Lombardia tutta, raggiungendo fino la cattedra di Pietro, a Roma. Il diacono chiedeva alla Chiesa, alla sua Chiesa ambrosiana, una riforma dei cuori e dei costumi, un ritorno alla purezza delle origini, ricordando l’insegnamento di Ambrogio, proclamando la verità del Vangelo. Molti lo seguirono, altri lo odiarono. Poi, quando alle questioni di fede si unirono le rivendicazioni politiche, si arrivò allo scontro tra gruppi, nelle piazze, davanti agli altari. Arialdo fu preso e assassinato. Ma il suo martirio non fu vano e segnò davvero l’inizio di una rinascita, sociale, morale, spirituale.

Di tutto ciò ritroviamo memoria a Cucciago, vicino a Cantù, paese natale di sant’Arialdo, che in questi mesi ne ricorda il millenario della nascita con un ricco calendario di iniziative e di manifestazioni. Un programma che culminerà, domenica prossima, con la visita dell’arcivescovo Tettamanzi che presiederà una solenne celebrazione eucaristica.
D’antica origine, il borgo di Cucciago appare idealmente racchiuso tra due chiese – il santuario della Madonna della Neve da un lato, la parrocchiale dall’altro – e gravitante ancor oggi attorno alle vestigia del castello, fulcro di un centro storico ben recuperato e valorizzato. L’aspetto attuale della chiesa dei Santi Gervaso e Protaso è moderno, ma la sua fondazione data alla metà dell’XI secolo, e si deve, quasi certamente, allo stesso Arialdo che, come già aveva fatto a Milano, volle creare qui una canonica dove i preti avrebbero fatto vita comune, in povertà e preghiera. Anche la dedicazione ai martiri ritrovati e celebrati da Ambrogio, si deve probabilmente allo stesso diacono: un ulteriore, evidente segno di fedeltà alle venerabili origini della Chiesa milanese.
Del passato rimangono pale e dipinti del Cinque e Seicento, di buona fattura, di scuola lombarda. Ma è il grande ciclo di affreschi degli anni Quaranta ad imporsi alla nostra attenzione. Un’opera non comune, dovuta a due personalità non comuni: don Luciano Brambilla (il committente, l’ideatore del complesso progetto iconografico) e Giuseppe Ravanelli (l’artista, originale e inventivo, capace di interpretare modernamente la lezione del naturalismo lombardo). Sulla cupola e sulle volte, lontano da ogni tentazione oloegrafica, si dipana il racconto della missione salvifica della Chiesa, l’annuncio del Vangelo e le risposte degli uomini. E la vita così com’è, il quotidiano con le sue gioie e i suoi dolori: quasi un’epopea, di schietta impronta contadina, di franca parlata brianzola.

Il castello, lo si diceva, è nel cuore della vecchia Cucciago. Quel che ne resta, naturalmente, e cioè una torre quadrata, massiccia, solida, che pare vegliare ancor oggi sul borgo e sulla sua gente, che riporta al ricordo di Arialdo, alla cui famiglia la rocca appartenne, come tutto il contado, del resto. In un angolo, sotto l’ingresso porticato, un incontro curioso: l’immagine di due gatti, incisa su una pietra del lastricato. A ricordare, si racconta, un epiteto dialettale che nei dintorni era stato affibbiato agli abitanti di Cucciago, giocando sull’assonanza col nome del paese: scüsciagatt, cioè “schiaccia gatti”. I cucciaghesi devono essere gente di spirito, e invece di prendersela invitano i forestieri a “calpestare” i simpatici felini. Dicono che porti fortuna. Provare non fa danno…
In alto, affacciato sulla valle del Seveso, il santuario della Madonna della Neve. Vi si arriva dal centro salendo una breve rampa, generosa di scorci suggestivi. Il tempio fu realizzato nella seconda metà dell’Ottocento, con un’interessante pianta ottagonale absidata: una mole notevole, che s’impone sull’abitato e che caratterizza il paesaggio attorno. E tuttavia, proprio lì accanto vi è un altro simbolo di Cucciago, meno imponente ma ancora più importante, e ben più antico: il campanile della primigenia chiesa di San Vincenzo. Snello, flessuoso, appartiene alla numerosa “famiglia” delle torri torri romaniche, sentinelle fedeli in terra ambrosiana.
La voce di Arialdo risuonava potente nella Milano che si era affacciata al secondo millennio, scuotendo la Lombardia tutta, raggiungendo fino la cattedra di Pietro, a Roma. Il diacono chiedeva alla Chiesa, alla sua Chiesa ambrosiana, una riforma dei cuori e dei costumi, un ritorno alla purezza delle origini, ricordando l’insegnamento di Ambrogio, proclamando la verità del Vangelo. Molti lo seguirono, altri lo odiarono. Poi, quando alle questioni di fede si unirono le rivendicazioni politiche, si arrivò allo scontro tra gruppi, nelle piazze, davanti agli altari. Arialdo fu preso e assassinato. Ma il suo martirio non fu vano e segnò davvero l’inizio di una rinascita, sociale, morale, spirituale.Di tutto ciò ritroviamo memoria a Cucciago, vicino a Cantù, paese natale di sant’Arialdo, che in questi mesi ne ricorda il millenario della nascita con un ricco calendario di iniziative e di manifestazioni. Un programma che culminerà, domenica prossima, con la visita dell’arcivescovo Tettamanzi che presiederà una solenne celebrazione eucaristica.D’antica origine, il borgo di Cucciago appare idealmente racchiuso tra due chiese – il santuario della Madonna della Neve da un lato, la parrocchiale dall’altro – e gravitante ancor oggi attorno alle vestigia del castello, fulcro di un centro storico ben recuperato e valorizzato. L’aspetto attuale della chiesa dei Santi Gervaso e Protaso è moderno, ma la sua fondazione data alla metà dell’XI secolo, e si deve, quasi certamente, allo stesso Arialdo che, come già aveva fatto a Milano, volle creare qui una canonica dove i preti avrebbero fatto vita comune, in povertà e preghiera. Anche la dedicazione ai martiri ritrovati e celebrati da Ambrogio, si deve probabilmente allo stesso diacono: un ulteriore, evidente segno di fedeltà alle venerabili origini della Chiesa milanese.Del passato rimangono pale e dipinti del Cinque e Seicento, di buona fattura, di scuola lombarda. Ma è il grande ciclo di affreschi degli anni Quaranta ad imporsi alla nostra attenzione. Un’opera non comune, dovuta a due personalità non comuni: don Luciano Brambilla (il committente, l’ideatore del complesso progetto iconografico) e Giuseppe Ravanelli (l’artista, originale e inventivo, capace di interpretare modernamente la lezione del naturalismo lombardo). Sulla cupola e sulle volte, lontano da ogni tentazione oloegrafica, si dipana il racconto della missione salvifica della Chiesa, l’annuncio del Vangelo e le risposte degli uomini. E la vita così com’è, il quotidiano con le sue gioie e i suoi dolori: quasi un’epopea, di schietta impronta contadina, di franca parlata brianzola.Il castello, lo si diceva, è nel cuore della vecchia Cucciago. Quel che ne resta, naturalmente, e cioè una torre quadrata, massiccia, solida, che pare vegliare ancor oggi sul borgo e sulla sua gente, che riporta al ricordo di Arialdo, alla cui famiglia la rocca appartenne, come tutto il contado, del resto. In un angolo, sotto l’ingresso porticato, un incontro curioso: l’immagine di due gatti, incisa su una pietra del lastricato. A ricordare, si racconta, un epiteto dialettale che nei dintorni era stato affibbiato agli abitanti di Cucciago, giocando sull’assonanza col nome del paese: scüsciagatt, cioè “schiaccia gatti”. I cucciaghesi devono essere gente di spirito, e invece di prendersela invitano i forestieri a “calpestare” i simpatici felini. Dicono che porti fortuna. Provare non fa danno…In alto, affacciato sulla valle del Seveso, il santuario della Madonna della Neve. Vi si arriva dal centro salendo una breve rampa, generosa di scorci suggestivi. Il tempio fu realizzato nella seconda metà dell’Ottocento, con un’interessante pianta ottagonale absidata: una mole notevole, che s’impone sull’abitato e che caratterizza il paesaggio attorno. E tuttavia, proprio lì accanto vi è un altro simbolo di Cucciago, meno imponente ma ancora più importante, e ben più antico: il campanile della primigenia chiesa di San Vincenzo. Snello, flessuoso, appartiene alla numerosa “famiglia” delle torri torri romaniche, sentinelle fedeli in terra ambrosiana. – Il Cardinale in visita a Baranzate e Cucciago – Sabato 26 giugno alle ore 16.30, si terrà la solenne dedicazione della chiesa di Sant’Arialdo a Baranzate (Mi) alla presenza del cardinale Dionigi Tettamanzi. Domenica 27 giugno, alle ore 10, l’arcivescovo di Milano presiederà a Cucciago (Co), nella chiesa parrocchiale dei Santi Gervaso e Protaso, la celebrazione eucaristica nel millenario di sant’Arialdo, diacono e martire. – Fino al martirio per la Chiesa ambrosiana

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