La Capsella fu usata dal santo vescovo nel 386 per deporvi le reliquie degli Apostoli ed è un'eccezionale lavoro di oreficeria nell'ambito della corte imperiale romana.

Luca FRIGERIO
Redazione

Ammettiamolo: troppe volte il termine “capolavoro” rischia di essere abusato, quando si parla di opere d’arte. Ma non in questo caso: perchè davvero non c’è altra parola per definire un oggetto unico per bellezza, rarità e qualità artistica come la celebre Capsella argentea di San Nazaro, gemma di quel Tesoro per secoli custodito nell’omonima basilica milanese e oggi esposto in un nuovo allestimento presso il Museo Diocesano. Un’opera straordinaria, dunque, questa Capsella (cioè “cofanetto”) che, quasi certamente, fu utilizzata da sant’Ambrogio nel 386 per deporvi quelle reliquie degli Apostoli inviate a Milano da papa Damaso, inserendola nell’altare della nuova basilica edificata nell’area di Porta Romana. Il prezioso reliquiario fu quindi rinvenuto dodici secoli più tardi, durante una ricognizione in San Nazaro voluta da san Carlo Borromeo, mentre venne definitivamente “portato alla luce” alla fine dell’Ottocento per essere studiato e ammirato quale eccezionale lavoro di oreficeria di epoca tardoantica. Ammettiamolo: troppe volte il termine “capolavoro” rischia di essere abusato, quando si parla di opere d’arte. Ma non in questo caso: perchè davvero non c’è altra parola per definire un oggetto unico per bellezza, rarità e qualità artistica come la celebre Capsella argentea di San Nazaro, gemma di quel Tesoro per secoli custodito nell’omonima basilica milanese e oggi esposto in un nuovo allestimento presso il Museo Diocesano. Un’opera straordinaria, dunque, questa Capsella (cioè “cofanetto”) che, quasi certamente, fu utilizzata da sant’Ambrogio nel 386 per deporvi quelle reliquie degli Apostoli inviate a Milano da papa Damaso, inserendola nell’altare della nuova basilica edificata nell’area di Porta Romana. Il prezioso reliquiario fu quindi rinvenuto dodici secoli più tardi, durante una ricognizione in San Nazaro voluta da san Carlo Borromeo, mentre venne definitivamente “portato alla luce” alla fine dell’Ottocento per essere studiato e ammirato quale eccezionale lavoro di oreficeria di epoca tardoantica. Un manufatto unico La Capsella si presenta come un cubo di venti centimetri di lato con un peso di circa due chili, ed è realizzata a partire da un’unica lamina d’argento dello spessore di due millimetri: caratteristiche che, insieme alla raffinatezza della decorazione a sbalzo, dimostrano l’eccezionalità di questo capolavoro, creato senza dubbio nell’ambito della corte imperiale, che aveva sede allora proprio a Milano. Complesse e interessanti le scene raffigurate sui quattro lati del cofanetto e sul suo “coperchio”. Sulla parte superiore, infatti, si può riconoscere il Cristo seduto in cattedra, giovane, senza barba, la mano destra alzata nell’atto di insegnare, attorniato dai dodici Apostoli; per terra, vasi contenenti del pane e otri di vino: una chiara allusione al miracolo di Cana e a quello della moltiplicazione dei pani, ma anche riferimento esplicito al mistero eucaristico. Sul lato A, invece, è rappresentata la Madonna col Bambin Gesù: accanto al trono si stringono alcuni personaggi, identificati in passato come pastori o magi, ma che oggi vengono interpretati dagli studiosi come servitori angelici. Seguono, sugli altri lati della Capsella, tre episodi tratti dall’Antico Testamento: il giudizio di Salomone; il riconoscimento da parte di Giuseppe dei suoi fratelli; i tre ebrei nella fornace salvati dall’angelo mandato da Dio. Scene, cioè, strettamente legate fra loro e incentrate sul tema della giustizia: quella divina, che deve essere presa a modello da quella terrena, e che non abbandona i giusti nella sventura. Temi assai cari allo stesso Ambrogio, tanto che queste mirabili raffigurazioni paiono essere riprese direttamente da alcuni suoi passi. I pezzi medievali Ma il Tesoro di San Nazaro è composto anche da altri tre pregevoli manufatti. Insieme alla Capsella, infatti, venne trovato anche un piccolo contenitore sferico (un encolpion), anch’esso in argento, che reca inciso il Chrismon con le lettere Alfa e Omega. La presenza della scritta «Dedalia vivas in Cristo» metterebbe in relazione questa teca con quella Manlia Dedalia che fu amica di Marcellina, sorella di Ambrogio. Gli altri due oggetti, invece, sono di epoca medievale. Entrambi sono databili al XIII secolo e provengono dalle botteghe di Limoges: si tratta di una colomba eucaristica e di una pisside a forma di torre, in rame dorato e smalti. L’una e l’altra erano destinate alla conservazione delle ostie consacrate: la colomba, allusiva nel soggetto allo Spirito Santo, era esposta nella basilica ambrosiana sopra l’altare di San Pietro; la pisside, invece, serviva per portare l’eucaristia agli ammalati. Opere singolari e preziose che vanno così ad arricchire il percorso espositivo del Museo Diocesano. Un nuovo catalogo La sistemazione presso il Museo Diocesano di Milano del Tesoro di San Nazaro è stata l’occasione anche per una serie di studi, analisi e ricerche effettuati sui preziosi oggetti artistici d’epoca tardoantica e medievale, ora raccolti in un volume riccamente illustrato, curato da Gemma Sena Chiesa e pubblicato da Silvana Editoriale (215 pagine, 40 euro).

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