Da oltre 40 anni la Diocesi gestisce un ospedale in Zambia: una speranza per i malati di Aids

di Pino NARDI

Missioni
Mtendere Mission Hospital. Reparto di pediatria, Sister Sangeetha, resp. del reparto.

Il suo nome è pace. Siamo nel cuore dell’Africa nera, Chirundu, Zambia. Qui la Chiesa ambrosiana gestisce da oltre 40 anni un ospedale. È il Mtendere (pace) Mission Hospital. Un luogo di sofferenza, ma anche di grande speranza, un nosocomio di frontiera dove l’eccellenza è al servizio dei più deboli. Un’iniziativa, che pur in silenzio, continua però a essere al centro dell’impegno della Diocesi.
«Il villaggio di Chirundu è abbastanza singolare rispetto alle altre zone dello Zambia, perché è un posto di frontiera – racconta Elisa Facelli, direttore sanitario dell’ospedale -. Qui si sono accumulate una serie di attività legate principalmente alla dogana: ci sono dipendenti degli uffici governativi, della polizia e l’indotto del gran passaggio di merci che arrivano dal Sudafrica dirette verso il Nord e viceversa. Questa zona conta circa 11 mila abitanti, ma attorno ci sono i villaggi rurali dove la gente vive di agricoltura di sussistenza con un tenore di vita molto diverso. Dunque, il nostro bacino d’utenza è di circa 25 mila abitanti».
Negli anni l’ospedale è cresciuto. Oggi i posti-letto sono 140 divisi in 4 reparti (medicina, chirurgia, pediatria e ostetricia-ginecologia) più quello per l’isolamento. Il numero dei pazienti ricoverati è di circa 5 mila all’anno, con 1100 parti. «I posti dell’isolamento sono oscillanti a seconda della necessità, ad esempio in questo periodo abbiamo un’epidemia di morbillo e ci sono una ventina di bambini ricoverati e quindi i letti aumentano». Ma i progetti continuano. «Abbiamo in costruzione un nuovo reparto di isolamento dove ricovereremo solo i malati di tubercolosi», annuncia il direttore.
Notevoli le attività ambulatoriali. «C’è un ambulatorio generale dove vengono visitati circa 150-200 pazienti tutti i giorni. Inoltre ci sono quelli specialistici come oculistico e dentistico. Da tre anni ne abbiamo aperto uno per la prevenzione del cancro del collo dell’utero, perché è il tumore femminile più frequente in Zambia ed è molto importante attuare la prevenzione come si fa nei Paesi sviluppati con il pap test. Ogni giorno facciamo ecografie, analisi e radiologia, che eseguono prestazioni sia per i ricoverati sia per gli ambulatoriali».

Sul fronte dell’Aids

Ma la vera emergenza è l’Aids. «È molto diffuso ed è presente approssimativamente nei tre quarti dei pazienti che sono ricoverati in ospedale. Magari hanno altre malattie, ma quella di base è l’Aids. Questo infatti ha comportato l’avvio di un dipartimento Hiv che lavora molto nella comunità per la prevenzione e la cura da Aids. I pazienti sono molti bambini, soprattutto sotto i 5 anni, che vengono visitati sia in ambulatorio sia ricoverati. Per quanto riguarda gli adulti ci sono molti giovani, con una drastica riduzione nell’aspettativa di vita: da circa 45-50 anni si è ridotta a 37».
Decisivo allora è il lavoro di prevenzione, soprattutto nel rischio trasmissione del virus ai nascituri. «Questa viene effettuata attraverso farmaci antiretrovirali alla mamma – afferma Elisa Facelli -. Sono farmaci che sopprimono il virus nel corpo della persona, non lo eliminano e quindi devono essere assunti per tutta la vita. Sono molto importanti, perché l’organismo non abbia gli effetti dell’infezione che è immunodepressione. Quindi l’esposizione a malattie infettive – che altrimenti non sarebbero pericolose – in pazienti immunodepressi sono mortali. L’infezione nel bambino è molto grave, circa metà muoiono entro i primi due anni vita, perché ha un andamento molto rapido. Un’altra quota di bambini può sopravvivere fino ai 10/15 anni, comunque se non curata muore nei primi 15 anni di vita». Un lavoro che salva molte vite. «La prevenzione è molto efficace, perché se non viene fatto alcun trattamento il rischio per un bambino nato da mamma sieropositiva è circa il 40%, se invece la mamma viene curata il rischio si può ridurre a circa 1% – continua il direttore -. Questo infatti è il nostro obiettivo, non particolarmente difficile. Tutte le donne in gravidanza visitate nella clinica prenatale dell’ospedale vengono testate per l’Hiv e se risultano infette la terapia viene immediatamente proposta. In questo modo la mamma può riceverla per un tempo sufficiente, in modo che al momento del parto la concentrazione di virus nel suo corpo sia sufficientemente basso per ridurre moltissimo il rischio di trasmissione al bambino».
L’ospedale ha attualmente 140 dipendenti, circa metà personale sanitario (medici, infermieri e tecnici di laboratorio e radiologia), l’altra metà di supporto (pulizie, manutenzione e amministrazione). Il personale medico e paramedico è sempre diplomato, esistono scuole di buon livello in alcuni ospedali in Zambia. Il governo è abbastanza efficiente nella formazione permanente del personale, vengono effettuati parecchi corsi di aggiornamento. Anche l’ospedale comunque ha in programma sempre attività di aggiornamento, discussioni tra personale infermieristico e clinico. Il costo totale dell’ospedale è circa 1 milione di euro l’anno. In parte viene coperto dalla Diocesi di Milano, che ha una convenzione con la Diocesi di Monze che è la proprietaria. La Diocesi ambrosiana si impegna a seguire l’ospedale, a fornire personale, assistenza tecnica e supporto finanziario. In parte i fondi vengono cercati da donatori locali o internazionali. Perché continui ad essere vera pace a Chirundu, Zambia.

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