Da bambino ha ricevuto in dono la cornea di don Gnocchi quando in Italia non esisteva ancora la legge sui trapianti. Oggi è direttore del Centro di riabilitazione “S. Maria alla Rotonda” di Inverigo

Luisa BOVE

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Aveva solo 8 anni Silvio Colagrande quando nel 1952 è stato colpito agli occhi da calce viva e per due anni è rimasto cieco. Allora abitava ancora a L’Aquila con la sua famiglia. Col tempo, racconta «ho iniziato a vedere qualcosa dall’occhio destro, ma non riuscivo ancora a leggere e a scrivere».
Un cugino, studente universitario a Roma, che andava a leggere agli ospiti della Sezione non vedenti del Centro Don Gnocchi, presentò il caso del piccolo Silvio perché fosse accolto anche lui tra i ragazzi. «Al momento però non c’era posto e così don Carlo mi mandò alla Rotonda di Inverigo, dove rimasi dall’autunno del 1954 alla primavera del 1955 frequentando la terza elementare come uditore».
È lì che Silvio, dopo solo 15 giorni dal suo arrivo, conobbe don Carlo. «L’ho visto entrare nel cortile», ricorda, e subito si creò un atmosfera particolare «perché il suo fascino era tale che, quando arrivava, tutti i bambini interrompevano i loro giochi. Gli siamo andati incontro e lui ha preso in braccio il più piccolo che gli stava di fronte – non ricordo come si chiamasse –, e si è fermato alcuni minuti. Non parlava, ma continuava a osservare tutti. Era sempre sorridente, era la sua espressione tipica, indimenticabile, e anch’io in quel momento mi sentii osservato. Ero distante da lui alcuni metri e riuscivo a intravedere la sua figura».
Due settimane dopo Silvio fu accompagnato da don Renato Pozzoli, uno dei sacerdoti diocesani che gestiva il Centro. «Mi portò nello studio privato del professor Galeazzi a Milano in via Boccaccio 45 e da quella visita risultò che occorreva fare un trapianto di cornea, ma in Italia non si poteva e bisognava andare in Svizzera».
Durante la sua permanenza a Inverigo (Co) il piccolo ospite abruzzese vide ancora don Gnocchi, ma non ebbe mai l’occasione di parlargli personalmente. Poi «nella primavera del 1955 fui trasferito nella casa di Roma dove imparai l’alfabeto Braille. Durante l’estate il direttore del Centro mi disse di interpellare i miei familiari per avere l’autorizzazione ad andare in Svizzera perché con la Croce Rossa si stava già completando l’organizzazione del viaggio e dell’operazione».
L’11 settembre dello stesso anno Silvio partecipò insieme a un gruppo di ragazzi alla posa della prima pietra del Centro Pilota di Milano: «Eravamo venuti da Roma in pullman e ricordo ancora perfettamente la voce di don Carlo mentre pronunciava il discorso alla presenza del presidente della Repubblica. Lo incontrai subito dopo perché, tornando dalla casa di Salerno, si fermò al Centro di Roma. Era ora di pranzo e noi dovevamo andare in refettorio. Stavamo scendendo le scale e don Gnocchi, con le braccia conserte, si era fermato in basso al termine della scala a guardarci tutti. Io gli sono passato vicinissimo, ma neppure in quell’occasione disse nulla. Ma la settimana successiva, don Piero Gemelli, il direttore, mi chiamò nel suo studio e mi disse che il viaggio in Svizzera non si poteva più fare e mi incoraggiò a proseguire con serenità la scuola in Braille».
«Poi all’improvviso il 27 febbraio 1956, era la vigila della morte di don Carlo, venne a Roma il professor Galeazzi e visitò tutti i ragazzi. Mi riconobbe, non solo perché mi aveva già visitato, ma anche perché don Gnocchi a Milano gli aveva dato la mia descrizione fisica, cosa che ho appreso da una testimonianza del professore pubblicata nel 1986 sul giornale dell’Ospedale Oftalmico». La sera stessa Silvio partì per Milano, l’oculista infatti tra tanti bambini aveva scelto proprio lui come il destinatario della cornea di don Carlo, quando sarebbe morto.
«Il giorno dopo», ricorda Colagrande, «l’infermiera Rina si stava già occupando di me per la preparazione all’intervento, ma nessuno mi diceva nulla. Seppi della morte di don Carlo dalla radio, perché in ospedale c’era qualche paziente che ascoltava le notizie». Silvio intuiva ciò che stava succedendo, ma non era stato informato nel dettaglio. «Mi risvegliai a operazione fatta, il giorno dopo, il 29 febbraio perché era un anno bisestile. All’ospedale vennero moltissime persone a trovarmi: l’Arcivescovo, diverse autorità… ma soprattutto ebbi la gioia di riavere accanto mia mamma che non vedevo più da tanto tempo. Ciò che conservo da allora è una medaglia d’oro, che mi mandò una persona rimasta anonima, sulla quale aveva fatto incidere le parole: “Io sono la massima reliquia di don Carlo Gnocchi, rendo gloria a Dio e onore alla scienza”. Un ricordo che ho sempre portato al collo: la sua cornea ormai mia e le parole incise su questa medaglia ha sempre suscitato in me un particolare legame interiore con don Carlo, la sensazione di avere una persona speciale che accompagnava la mia vita».

Silvio trascorse molti mesi all’ospedale, «anche perché quando 15 giorni dopo l’intervento, cominciammo a muoverci (Colagrande e Amabile Battistello, che fu dimessa nei giorni successivi, ndr), il professor Galeazzi temeva un po’ di regressione, che in effetti si verificò tanto che già pensava a un altro trapianto».
Le condizioni erano stabili anche se il ricovero andava per le lunghe. Silvio era curato direttamente dal prof. Celotti, «con il quale ho sempre avuto un’amicizia particolare perché andavo tutte le settimane a casa sua a giocare con il figlio».
Finalmente durante l’estate del 1956 «don Renato chiese al professor Galeazzi di lasciarmi andare al mare al Centro di Salerno insieme agli altri ragazzi di Inverigo. Al ritorno la situazione era molto migliorata e allora mi dimise e tornai alla Rotonda per frequentare la terza elementare». Silvio rimase a Inverigo per due anni ancora, poi dovendo iniziare le medie fu trasferito nuovamente a Roma.
Una sera del 1961 don Piero, il direttore del Centro, «mi raccontò che durante quella famosa visita nel settembre 1955, don Carlo aveva dato ordini di sospendere il mio viaggio in Svizzera perché ci avrebbe pensato lui».
Dopo gli anni di Roma Silvio fu trasferito al Centro Pilota di Milano che aveva aperto da poco. Era ospitato nella struttura, ma frequentava fuori il liceo tecnico-linguistico, poi le magistrali come privatista e infine si iscrisse all’Università Bocconi. «Prima ancora di laurearmi», racconta Colagrande, «il presidente della Fondazione Don Gnocchi, che allora era monsignor Ernesto Pisoni, mi chiese di andare a Inverigo perché aveva bisogno di una persona come vicedirettore del Centro. E così mi fece assumere». Naturalmente tra i due ci fu un incontro durante il quale Pisoni chiese al giovane Silvio se si sentiva «motivato a lavorare in Fondazione». Quell’offerta di lavoro per Colagrande significava molto, «rappresentava la possibilità di continuare un legame stabilito dalla volontà precisa di don Carlo, anche se non mi aveva mai parlato». Quella scelta divenne per lui motivo per approfondire e testimoniare il significato del dono ricevuto da don Carlo collegandolo al lavoro per la Fondazione nel tentativo di «restituire qualcosa continuando nello stesso spirito di servizio che avevo appreso allora». E ancora oggi Silvio Colagrande è direttore del Centro di riabilitazione “S. Maria alla Rotonda”.
In tanti anni ha svolto diversi compiti e ha ricoperto vari ruoli, ma ha sempre cercato di tenere vivo lo spirito e lo stile che don Gnocchi aveva dato alle sue case. «Ricordo per esempio che, al di là della scuola, la giornata era sempre scandita da momenti sia di gioco, sia di attività serie. Ognuno poi aveva il compito di occuparsi di qualcun altro, io per esempio per 5 anni ho aiutato un ragazzo focomelico alle braccia e allo stesso tempo ero l’accompagnatore di chi doveva andare dal medico o dal dentista. A Inverigo facevo anche il postino: tutti i giorni all’intervallo della scuola scendevo in paese all’ufficio postale per ritirare la posta destinata al Centro. Allora eravamo circa 130 ospiti, mentre a Roma ce n’erano 300; qui ho fatto anche l’aiuto segretario, perché dopo la scuola non si doveva restare senza occupazioni. Tutto questo ha dato significato al mio modo di lavorare per la Fondazione». Oltre a prendersi cura di qualcuno e di qualcosa, «la sera in particolare avevamo sempre una mezz’ora di silenzio e raccoglimento per riflettere a livello individuale, qualche volta invece questi momenti erano collettivi. La domenica a messa facevamo a turno le letture delle preghiere che scriveva don Carlo e quasi sempre riguardavano l’offerta della nostra sofferenza quotidiana».
Ancora oggi nella casa di Inverigo sono presenti «molti segni» materiali che testimoniano la presenza viva di don Gnocchi ed esprimono i fondamenti del suo pensiero. Non a caso alla Rotonda è stato posto il suo logo dedicato appunto al dolore innocente.
«Sono ormai trascorsi 53 anni dal giorno del trapianto», dice Colagrande, «i miei occhi non hanno avuto più bisogno di nulla e anche oggi ho superato senza difficoltà gli inevitabili problemi di vista dovuti all’età. Ho sempre considerato questo un segno dell’accompagnamento che don Carlo mi ha riservato e sono certo che questo sentimento continuerà a manifestarsi positivamente anche per il futuro. Ora la beatificazione è per me il riconoscimento ufficiale ai suoi immensi meriti di sacerdote e “restauratore della persona umana” in tutte le sue sfaccettature».

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