1. «Addio, monti»
Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana!
[Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso.
Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a’ suoi monti. Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa!
Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore.
Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa].
Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.
Si deve credere a una promessa di gioia «più certa e più grande» per lasciare i monti e le case e la vita e la gente di Lecco. Così promette Dio, che chiama Abramo e stabilisce con lui l’alleanza: «La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il loro Dio» (Gn 17,8). Così il beato Giovanni Mazzucconi vive una fede così radicata nella sua famiglia
Nasce a Rancio, una frazione di Lecco, nel 1826, in una famiglia che vive respirando il Vangelo e praticando la carità, ed i frutti si vedono: dei dodici figli, tre diventeranno sacerdoti e quattro saranno suore. Giovanni entra nel seminario diocesano, ma viene contagiato quasi subito dall’ideale missionario. Il direttore spirituale gli dà del matto e gli dice che le sue “Indie” sono qui, ma lui, con l’entusiasmo proprio dei giovani, sogna ad occhi aperti le missioni ed intanto prega e spera che anche in Italia venga fondato un “seminario missionario”, un istituto cioè in grado di preparare i sacerdoti per le missioni. Il sogno si traduce in realtà quando Angelo Ramazzotti, un avvocato che si è fatto prete tra gli Oblati di Rho e che poi sarà Vescovo, riesce a dare vita ad un istituto missionario (l’attuale PIME). La fede cristiana che si vive e si respira a Lecco è una ragione per partire, affidandosi alla promessa.
2. Il Dio della promessa
Quello che convince alla missione non è una sorta di eroismo audace che sfida i pericoli. È piuttosto una sorta di indifferenza: quello che conta è l’amore che chiama, non l’impresa da compiere e l’aspettativa di risultati. E infatti Mazzucconi scrive:
«Non so che cosa Egli mi prepari di nuovo nel viaggio che incomincia domani. So una cosa sola: se egli è buono e mi ama immensamente, tutto il resto, cioè la calma e la tempesta, il pericolo e la sicurezza, la vita e la morte, non sono che espressioni mutevoli e momentanee del caro Amore immutabile, eterno» (Lettera 61 – 16.08.1855, Al Superiore, SUIGO 270);
«Sì, miei cari, abbiamo un altro paese, un’altra patria, un regno dove ci dobbiamo ritrovare tutti, dove non vi saranno più separazioni né partenze, dove i dolori e i pericoli passati non serviranno che ad aumentare la consolazione e la gloria» (Lettera 63 – 16.08.1855, Ai familiari, SUIGO 275).
3. Un amore esagerato e irragionevole?
«Beato quel giorno in cui mi sarà dato di soffrire molto per una causa così santa e umana, ma più beato quello in cui fossi trovato degno di spargere il mio sangue e di incontrare tra tormenti la morte» (preghiera usata dai membri del PIME, ricavata dagli scritti del beato Giovanni Muzzucconi, 1852).
«Vi verrà in mente che non abbiamo fatto nulla per la missione, ma io vi potrei dire che abbiamo fatto molto perché abbiamo patito» (Lettera 52 – 20.10.1853, Ai familiari, SUIGO 236).
La missione è partecipazione ai sentimenti di Gesù: conta di più la condivisione della passione di Gesù che i risultati conseguiti.
In conclusione, raccogliamo la testimonianza del beato Giovanni Mazzucconi, un uomo di Lecco e un uomo del rischio, del sacrificio, un uomo dell’eccesso. L’esagerazione ci aiuti a vivere l’essenziale della vita cristiana.
- Essere così radicati nella fede e nella vita di Lecco da essere capaci di partire.
- La relazione con il Dio dell’alleanza come criterio per vivere, per avere fiducia, per affrontare la vita e le sue sfide; l’affidabilità della promessa di Dio.
- La speranza di un compimento della gioia nell’abbandono nell’amore che attende l’incontro in un regno dove ci dobbiamo ritrovare tutti.

