1. Lo spavento
La gente che pensa, il cui sguardo va oltre la banalità, che ha attenzione alla realtà è – spesso – incline allo spavento: “Che cosa sta succedendo? Dove andremo a finire?”.
L’analisi, la riflessione, l’approfondimento dei diversi aspetti della vita consacrata ha – talora – il tono dello spavento; i numeri, l’età, i difetti, delle persone consacrate inducono all’allarme: “Che cosa sta succedendo? Dove andremo a finire?”.
La costatazione di un contesto incline a squalificare le scelte di consacrazione, la diffusione di una sensibilità, di una mentalità, di abitudini di vita che rendono incomprensibile, improponibile, insignificante la vita consacrata spaventano: “Che cosa sta succedendo? Dove andremo a finire?”.
C’è una specie di tranquillo spavento e di sommerso allarme che abita come una nebbia di malumore, che penetra nelle case e nei cuori dei consacrati.
2. Lo stupore: «Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui»
Le parole di Simeone sono motivo di stupore per Maria e Giuseppe: presentano il loro bambino e ascoltano la profezia che parla di una missione impensata, di orizzonti così ampi da incutere timore e meraviglia: «Luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele». La parola ispirata apre ad un “oltre”, invita a vedere oltre, più lontano, più in profondità. Insegna a guardare oltre e a restare incantati per lo stupore. Siamo fatti per l’oltre, per l’altro.
La presenza del bambino non è il ripetersi di un rito scontato, ma la rivelazione del compimento della promessa di Dio, dell’attesa dell’umanità: «In lui tutte le genti spereranno». Lo sguardo ispirato dallo Spirito Santo riconosce il mistero che si rende presente là dove non pensi, di una gloria che risplende senza fare rumore, senza accecare, nel compimento del rito consueto, praticato secondo la legge.
C’è uno stupore, la meraviglia dell’incontro al principio di una vita che si consacra, al principio di ogni giorno vissuto nella consacrazione al Signore. Oltre la ripetizione dei gesti e dei riti, la presenza; oltre le fatiche quotidiane, l’invito affettuoso, amoroso, esaltante a riposare nel mistero; oltre le abitudini noiose, lo sguardo che riconosce la salvezza: «I miei occhi hanno visto la salvezza»; oltre i rapporti logorati dal tempo, oltre la frustrazione di una giovinezza sfiorita, l’esultanza della vecchia profetessa: «Si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme».
3. La vita cristiana, vocazione cristiana all’oltre
Ogni vita cristiana è vocazione all’oltre: oltre sé stessi, oltre le proprie abitudini, oltre i confini della propria cerchia di amici, oltre, oltre. Oltre la banalità della ripetizione, oltre lo sguardo miope dei propri interessi. Verso la carità, verso la pace, verso la santità: «Qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore».
La comunità cristiana, vocazione all’oltre della fraternità universale. La vita consacrata ospita le genti: «Luce per illuminare le genti». Lo sguardo ispirato guarda oltre il proprio Istituto, oltre le proprie abitudini, oltre le differenze, oltre la complessità delle lingue e delle culture. Oltre non per un’ingenua semplificazione, ma per una superiore convocazione. Oltre la superficialità, il Regno. Oltre il presente, il compimento, quando Dio sarà tutto in tutti
In ogni giorno, in ogni situazione è iscritta una vocazione all’ “oltre”: guarda meglio, oltre le apparenze c’è l’occasione per il bene possibile, per la risposta stupita alla vocazione. In ogni pensiero sul futuro lo Spirito Santo semina la speranza dell’oltre, oltre il presente, oltre il calcolabile e il prevedibile, oltre la morte. La speranza!

