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Dialoghi sulla felicità – V. L’amaro buon senso di Betania

Quinta domenica di Quaresima, detta “di Lazzaro”, Visita Pastorale (Decanato di Vimercate), Comunità Pastorale “Regina degli Apostoli” Villanova – Aicurzio – Sulbiate – Bernareggio, 21-22 marzo 2026

21 Marzo 2026

1. La Visita Pastorale

La Visita Pastorale è l’occasione per dirvi che voi mi siete cari, che io sento responsabilità per il vostro cammino di fede e di comunità.

La Visita Pastorale è l’occasione per raccomandare una sensibilità ecclesiale. L’appartenenza alla Chiesa diocesana si esprime nella condivisione delle proposte pastorali sul territorio di cui la Parrocchia deve farsi carico, nella pastorale d’insieme che condivide le risorse, le forze, i progetti e le problematiche. Nella Relazione del Consiglio Pastorale della Comunità è esplicitata questa coscienza di appartenenza alla Chiesa diocesana: «La celebrazione dell’Eucaristia è ben curata, con pieno collegamento con le indicazioni diocesane» (p. 1) e confido che altrettanto si possa dire di tutti gli ambiti della vita della comunità (formazione, AC, convocazioni, sussidi, ecc.).

La sinodalità può essere aiutata dalla formazione di coloro che sono chiamati ad assumere responsabilità nella Comunità, formazione che è offerta dalla Diocesi e che è curata dall’Azione Cattolica e dall’Équipe Sinodale; così come sono di aiuto le proposte di pastorale giovanile e familiare a livello decanale e diocesano.

La Visita Pastorale è l’occasione per dire: siate consapevoli, siate fieri, siate grati di essere parte della Chiesa di Milano: accogliete le indicazioni diocesane, partecipate alle convocazioni, valorizzate le proposte formative proposte dalla Diocesi per i diversi ambiti della vita pastorale (oratorio, liturgia, catechesi, pastorale dei malati, della terza età, carità, ecc.).

La Visita Pastorale è per ascoltare insieme la parola del Signore ed accogliere quello che il Signore vuole dirci in questa quinta domenica di Quaresima

 

2. Può essere felice chi evita i fastidi?

Non so se si può essere felici – dice Tommaso – ma almeno stiamo tranquilli: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu vai di nuovo in Giudea?», domandano saggiamente i discepoli. Ecco il criterio per vivere felici e contenti: evitare i fastidi. Se gli altri hanno bisogno di aiuto, tu tirati indietro. Se c’è un problema nella comunità, se ci sono problemi in paese, tu stai alla larga dai problemi. Se ci sono responsabilità da assumere a servizio della carità, del bene comune, nella vita della tua comunità, tu resta in disparte: le responsabilità sono solo fastidi, preoccupazioni ed esposizione alle critiche ed alle pretese degli altri. Si è diffusa un’astuzia meschina: sembra che sia saggio l’egoismo e si presenta come intelligente l’indifferenza.

Gesù invece ritorna in Giudea a motivo dell’amico Lazzaro: ritiene più importante prendersi cura della felicità degli altri, anche se deve mettere in pericolo la sua stessa vita. Questa è la gioia di Gesù: quella di donarsi. Questa è la via della felicità sulla quale possiamo camminare anche noi seguendo Gesù, quella di fare della vita un dono.

 

3. Può essere felice questa vita precaria?

 «Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! […] Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Rimproverano Gesù: questa vita poca e tribolata è l’unica vita che abbiamo. Così ragionano coloro che hanno cancellato la speranza. Finché c’è vita, c’è speranza; e dopo? Dopo, di speranza non ce n’è più. Perciò, se davvero Gesù amasse Lazzaro, avrebbe dovuto essere là mentre era malato e fare il possibile per prolungargli la vita. La casa vuota è insopportabile, protestano le sorelle, amiche di Gesù. Se Lazzaro è morto, moriamo anche noi. Quando c’è un lutto in una casa, l’unica consolazione è condividere il pianto. Questo è quello che sanno fare i Giudei che erano in casa con Maria a consolarla.

Gesù non si fa vicino per piangere con le sorelle in lutto, ma per indicare a loro e a tutti la via della gioia. La felicità non può abitare in una vita destinata alla morte. I discepoli di Gesù non possono essere di quelli che vogliono vivere il più a lungo possibile, vogliono vivere una vita che è sopravvivere, un tirare avanti, un accanirsi a vivere, un protestare contro Dio o contro il destino quando la vita finisce. Gesù si dichiara non il medico dell’accanimento terapeutico, ma colui che è la risurrezione e la vita: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?».

Per vivere nella felicità non basta una vita qualsiasi, non basta una ricetta dell’eterna giovinezza. Perciò Gesù offre la sua vita, la vita eterna. La speranza non dura finché dura questa vita meravigliosa e tragica, una vita a scadenza. La speranza è la grazia di fidarsi di una promessa. E Gesù è la presenza di Dio che rende partecipi della sua vita, la vita eterna. Ecco come si deve intendere la vita eterna: non la vita che viene dopo, ma la vita di Dio, cioè la vita in comunione con Gesù che viene donata a chi crede e si compie in una comunione che nulla può spezzare.

 

4. L’insulto della morte e la sua arroganza

La morte si presenta come una nera signora spietata e arrogante ed insulta Gesù e lo fa piangere. Lo irride: sei arrivato troppo tardi, figlio dell’uomo. Il tuo amico è morto e sepolto, si è arreso al mio potere e si è immerso nel mio abisso che lo divora e lo annienta. Il suo corpo si decompone e la pietra tombale è l’ultima parola sulla vita di Lazzaro e di tutti i figli degli uomini. La morte spaccia per realismo la teoria dell’ “ormai”: ormai tutto è inutile, ormai quello che doveva essere è stato, ormai sono quello che sono, ormai l’amico è morto e sepolto. La morte spaccia per sapienza la rassegnazione e per rimedio l’oblio.

Gesù di fronte all’insulto e alla derisione della morte, l’ultimo nemico, grida forte, come griderà forte di fronte alla sua morte. Il suo grido sconvolge la terra, spezza le pietre, apre i sepolcri. È il grido che dichiara sconfitta la morte e chiama alla vita felice tutti i figli di Dio: «Tutto è compiuto!», «Dov’è o morte la tua vittoria?» (1 Cor 15,55).