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MARIO DELPINI

«Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?»

Lo stile sinodale per la missione di irradiare la gioia cristiana - Proposta pastorale 2026-2027

19 Giugno 2026

© ITL libri – riproduzione riservata

 

 

PRELUDIO

 

INTENZIONE

Una voce profetica per il nostro tempo, la nostra terra, la nostra comunità

Un cammino di Chiesa affascinante, fragile, problematico

 

PARTE PRIMA

1 – LE VIE DELLA MISSIONE

L’irradiarsi della gioia e della carità: il “volto” della Chiesa

La testimonianza di Pietro

Le comunità cristiane: porte aperte

Assumere lo sguardo di Gesù

Dappertutto testimoni

 

2 – LA SINODALITÀ, PROFEZIA SOCIALE

Osare nuovi passi

Dal “fare per” al “fare con”

 

3 – LO STILE SINODALE DELLA MISSIONE

Improvvisazione o conversione?

 

4 – PROPOSTE E RESPONSABILITÀ PER LA FORMAZIONE

 

5 – I DISCEPOLI MISSIONARI: MOLTI DONI, TUTTI PER L’UTILITÀ COMUNE

Le forme del ministero ordinato

I ministeri istituiti

L’accompagnamento educativo e vocazionale dei giovani

Occasioni per pregare e riflettere

 

6 – ABITARE, APPREZZARE, CONDIVIDERE IL SOFFRIRE DEL MONDO

 

7 – L’ASCOLTO, IL DISCERNIMENTO, L’ANNUNCIO

 

8 – GLI ORGANISMI DI PARTECIPAZIONE

Un cammino che ancora non incide

Le Assemblee sinodali, osare insieme

 

PARTE SECONDA

1 – ESORTAZIONE

Apprendere la sinodalità vivendola

Metterci il tempo che serve

 

2 – INDICAZIONI, ADEMPIMENTI, SUSSIDI

Il Consiglio pastorale e le Commissioni

La diaconia

Il Consiglio per gli affari economici

L’ambito zonale e decanale

Gli organismi diocesani e la Curia

 

CONCLUSIONE

Frutti e resistenze

Come un invito a condividere la festa

 

PREGHIERA

 

 

 

PRELUDIO

Nella notte disperata di un brigante spietato si annuncia un suono festoso, sorprendente: c’è gente che si prepara per la festa. Nella notte cupa di una umanità infelice c’è un lieto annuncio che fa intravedere una luce.

L’Innominato, protagonista dei capitoli XXI-XXIII dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, è tormentato dal ricordo del male compiuto. Il tormento diventa insopportabile. L’incontro con Lucia, rapita per fare un favore a don Rodrigo, sconvolge l’Innominato per la mitezza, la fede, lo strazio della ragazza.

Nella notte, l’animo è agitato, l’angoscia diventa opprimente e induce a pensare al gesto estremo, come se non valesse più la pena di vivere e neppure di morire. Ma lo raggiunge uno scampanio festoso:

… e il tormentato esaminator di sé stesso si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all’animo consapevole e nuovo, separata da’ sentimenti che l’avevano fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che que’ sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: l’orrore di questo pensiero, rinascente ad ognuna di quell’immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione […].

Ed ecco, appunto sull’albeggiare, pochi momenti dopo che Lucia s’era addormentata, ecco che, stando così immoto a sedere, sentì arrivarsi all’orecchio come un’onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non so che d’allegro. Si pose in ascolto, e riconobbe uno scampanare a festa lontano; e più stando, intese pur l’eco del monte, che ad ora ad ora ripeteva languidamente il concento, e si confondeva con esso. Di lì a poco, ode un altro scampanìo più vicino, pure a festa; poi un altro.

– Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro? Che buon tempo hanno?

Balzò da quel covile di spini; e vestitosi in fretta a mezzo, andò ad aprire le imposte d’una finestra, e guardò. Le montagne erano mezzo velate di nebbia; il cielo piuttosto che nuvoloso, era tutto una nuvola cenerognola; ma, al chiarore, che pure andava a poco a poco crescendo, si discerneva nella via in fondo alla valle gente che passava sollecitamente, altra che usciva delle porte e s’avviava, tutti dalla stessa banda, verso lo sbocco, a destra del castello; e si poteva pur distinguere l’abito e il contegno festivo dei viandanti.

– Che diavolo hanno costoro? Che c’è d’allegro in questo maladetto paese? Dove va tutta questa canaglia?

(I Promessi Sposi, XXI)

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INTENZIONE

L’episodio manzoniano traduce in immagine suggestiva la proposta pastorale che offro alla Chiesa ambrosiana in questo anno 2026/2027.

La proposta pastorale dell’anno precedente, Tra voi, però, non sia così,[1] e il contributo emerso dall’incontro unitario che il 28 febbraio 2026 a Rho ha convocato il Consiglio pastorale diocesano, il Consiglio presbiterale diocesano, l’Assemblea dei decani, l’Équipe sinodale diocesana, hanno reso evidente la necessità di dare concretezza all’accoglienza di tutto il cammino compiuto sul tema sinodo e sinodalità, attivando pratiche che coinvolgano direttamente le nostre comunità parrocchiali e pastorali.

I processi sono stati avviati o intuiti nelle Assemblee sinodali decanali e nelle giunte dei Consigli pastorali delle comunità, e ricevono conferma, incoraggiamento, orientamenti dai percorsi della Chiesa italiana e dalla XVI Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi. È questo il momento di recepire e praticare come stile ordinario quanto lo Spirito ha detto alle Chiese.

[1]    M. Delpini, Tra voi, però, non sia così. Per la ricezione diocesana del cammino sinodale, Centro Ambrosiano, Milano 2025.

 

Una voce profetica per il nostro tempo, la nostra terra, la nostra comunità

La pratica della sinodalità, finalmente sottratta alla ripetizione ossessiva del concetto e della teoria, è la possibilità e la responsabilità di elaborare una “profezia critica”, come è stato scritto nel Documento finale della XVI Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi:[2]

Viviamo in un’epoca segnata da disuguaglianze sempre più marcate, da una crescente disillusione nei confronti dei modelli tradizionali di governo, dal disincanto per il funzionamento della democrazia, da crescenti tendenze autocratiche e dittatoriali, dal predominio del modello di mercato senza riguardo per la vulnerabilità delle persone e della creazione, e dalla tentazione di risolvere i conflitti con la forza piuttosto che con il dialogo. Pratiche autentiche di sinodalità permettono ai Cristiani di elaborare una cultura capace di profezia critica nei confronti del pensiero dominante e offrire così un contributo peculiare alla ricerca di risposte a molte delle sfide che le società contemporanee devono affrontare e alla costruzione del bene comune.

Il modo sinodale di vivere le relazioni è una forma di testimonianza nei confronti della società. […] È una sfida al crescente isolamento delle persone e all’individualismo culturale, che anche la Chiesa ha spesso assorbito, e ci richiama alla cura reciproca, all’interdipendenza e alla corresponsabilità per il bene comune. […] La disponibilità all’ascolto di tutti, specialmente dei poveri, si pone in netto contrasto con un mondo in cui la concentrazione del potere taglia fuori i poveri, gli emarginati, le minoranze e la terra, nostra casa comune.

[2]    Cfr. Arcidiocesi di Milano, Il Sinodo e noi, Centro Ambrosiano, Milano 2025, nn. 47-48, pp. 113-119.

 

Un cammino di Chiesa affascinante, fragile, problematico

Con l’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana e l’approvazione del documento Radicati e costruiti in Cristo si è definita la recezione del cammino sinodale della Chiesa italiana.

Questo cammino è stato in parte contemporaneo alla XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che ha offerto a papa Francesco il documento Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione, che lo stesso Pontefice ha fatto proprio stabilendo che partecipasse del suo magistero ordinario.

La terza Assemblea sinodale della Chiesa italiana, nell’ottobre 2025, ha raccolto l’esito del lavoro nel documento di sintesi Lievito di pace e di speranza che l’assemblea Cei consegna alle comunità perché sia recepito e messo in pratica.

Papa Leone XIV, concludendo l’Assemblea generale della Cei il 28 maggio 2026, ha autorevolmente confermato le acquisizioni di tutto il lavoro compiuto, ha indicato alle nostre comunità la priorità del Vangelo e ha incoraggiato a osare la pratica di uno stile sinodale:

È questo il senso del Cammino sinodale che avete portato a compimento e che, come avete sottolineato, ora deve diventare stile permanente. Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato che a Dio è piaciuto santificare e salvare gli uomini non separatamente e senza alcun legame fra loro, ma costituendoli in un popolo che lo riconoscesse nella verità e lo servisse nella santità (cfr. Lumen gentium, 9). Chiesa sinodale è quella in cui ciascuno, secondo la propria vocazione, può offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione comune. La partecipazione, dunque, non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo. Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia richiama il valore degli organismi di partecipazione, come luoghi nei quali il discernimento delle comunità può prendere corpo. Non basta, però, che questi strumenti esistano, occorre verificare che funzionino davvero.

Devo riconoscere che tutto il percorso avviato per impulso determinante di papa Francesco e accolto con entusiasmo in molte parti del popolo cristiano è stato anche segnato da fatica e da evidenti problematiche. La produzione di una pluralità di documenti corposi che si devono tener presenti contemporaneamente, la ripetizione di insistenze che la prassi spesso mortifica, atteggiamenti di scetticismo in alcune parti del clero hanno contribuito a creare un clima di stanchezza.

Questo è il momento per ringraziare tutti coloro che con convinzione e dedizione hanno contribuito all’immenso lavoro compiuto.

Questo è il tempo di applicare con quotidiana disciplina, convinzione e attenzione lo stile sinodale. Lo esige, mi pare, l’urgenza della missione, la priorità del Vangelo, come dice papa Leone.

 

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PARTE PRIMA

 

1 – LE VIE DELLA MISSIONE

 

L’irradiarsi della gioia e della carità: il “volto” della Chiesa

È necessario correggere l’ingenuità di un immaginario pigro. La missione, infatti, è la docilità al Signore Gesù che vuole i suoi discepoli luce del mondo, sale della terra, lievito che fermenta la pasta. Le immagini di Gesù indicano un modo, uno stile di presenza, piuttosto che un calendario di iniziative. La missione è essere, prima che fare; un essere conformi a Gesù per operare secondo Gesù.

La missione è frutto della comunione con Gesù, è frutto della docilità allo Spirito Santo.

È ingenuo pensare che la missione sia uno spontaneo condividere l’esperienza spirituale. Si deve constatare che i discepoli di Gesù sono spesso inclini alla reticenza piuttosto che alla franchezza nel dare testimonianza delle loro persuasioni.

La missione, la docilità al comando di Gesù sono opera dello Spirito. E la celebrazione eucaristica che offre la comunione con Gesù è la grazia per dare forma alla Chiesa, comunione dei molti, e ardore della missione.

In sintesi, «questo è il cuore della missione della Chiesa: non amministrare un potere sugli altri, ma comunicare la gioia di chi è stato amato proprio quando non lo meritava. È la forza che ha fatto nascere e crescere la comunità cristiana: uomini e donne che hanno scoperto la bellezza di tornare alla vita per poterla donare agli altri» (Leone XIV, Udienza generale, 1° ottobre 2025).

Le nostre comunità in molti modi irradiano la gioia e con operosa carità agiscono secondo i sentimenti di Gesù. Gesù è sempre con noi, anche se i rapporti con il contesto in cui i cristiani vivono non sono sempre favorevoli e accoglienti.

Ma proprio questa è l’opera di Dio: la letizia, la perfetta letizia, come direbbe san Francesco, nelle persecuzioni. 

 

La testimonianza di Pietro

Diversi testi del Nuovo Testamento ci aiutano a pensare e a lasciarci condurre dallo Spirito. La Prima lettera di Pietro è il testo che raccomando per la lectio e gli approfondimenti durante questo anno pastorale. Infatti, Pietro attesta che le comunità cristiane disperse nelle province d’Asia vivono di una gioia sorprendente:

Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo.

Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime. (1Pt 1,3-9)

Le comunità presenti in un contesto ostile ricevono l’incoraggiamento a essere “edificio spirituale” di tutti coloro che, come pietre unite a «Cristo pietra viva, diventano anch’esse pietre vive, stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui» (cfr. 1Pt 2,4.9).

 

Le comunità cristiane: porte aperte

Le comunità cristiane presenti in modo capillare nel territorio diocesano, in una prossimità al quotidiano della gente, sono porte aperte perché molti possano entrare.

Le relazioni che si stabiliscono sono vie della missione. Tutti i fedeli sono chiamati a praticare una cura per le relazioni, tutti hanno una mano da stringere, un volto per sorridere, una parola da condividere. Le relazioni offrono l’occasione non solo per rispondere a un bisogno, a una richiesta, ma per rivelare la promessa di Dio che supera ogni attesa.

La celebrazione delle esequie, la richiesta del battesimo per i bambini, l’iscrizione al percorso di iniziazione cristiana, la decisione di celebrare il matrimonio cristiano rendono possibili incontri che diventano amicizie, fraternità di persone che camminano insieme verso il Signore. Nessuno deve disprezzare questi piccoli del Regno, nessuno può misurare la fede degli altri. Per tutti ci deve essere un sorriso accogliente e un invito a conversione.

La proposta pastorale dell’iniziazione cristiana è diffusa dappertutto e dappertutto risulta promettente e insieme problematica. Papa Leone XIV lo ha ribadito concludendo l’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, lo scorso 28 maggio:

Ecco, dunque, la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il “grembo” in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale. Si tratta di riscoprire il battesimo come realtà viva ed esistenziale; e «non è possibile comprendere pienamente il battesimo se non all’interno dell’iniziazione cristiana, ossia dell’itinerario attraverso cui il Signore, mediante il ministero della Chiesa e il dono dello Spirito, ci introduce nella fede pasquale e ci inserisce nella comunione trinitaria ed ecclesiale» (Documento finale della XVI Assemblea del Sinodo dei Vescovi, 24). […] La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura.

 

Assumere lo sguardo di Gesù

La constatazione degli aspetti problematici non può restare un argomento di conversazione o di rammarico. Credo che sia necessario rinnovare la nostra fede nell’opera di Dio e imparare lo sguardo di Gesù, come ha raccomandato papa Leone all’Assemblea della Cei:

 Gesù, guardando le folle, non vede un problema da risolvere, vede una messe, vede il campo di Dio: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (Lc 10,2). Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara.

Lo Spirito di Dio infonde nella sua Chiesa una rinnovata fiducia per cammini che si rinnovano, per una interpretazione critica e propositiva sull’iniziazione cristiana.

I destinatari di questo impegno capillare e sostenuto da molti con entusiasmo sono tutti: le famiglie, i bambini, i catecumeni adolescenti e adulti, i “ricomincianti” e coloro che sono in ricerca.

Ogni occasione deve essere valorizzata per trovare una comunità accogliente e sollecita. Sarà promettente, se condiviso e coordinato con il Servizio diocesano per la Catechesi, l’avvio di sperimentazioni che recepiscano la tradizione, la lettura dell’oggi, i contributi della Cei, in particolare a proposito dei padrini e delle madrine, le proposte formative diocesane.

Il rischio di sperimentazioni frutto di intuizioni e iniziative elaborate in modo soggettivo è di creare prassi precarie, provvisorie, dipendenti da poche persone che diventano motivo di confusione e di disagio e inducono la gente a cercare l’offerta più congeniale invece di riconoscere la grazia di una comunità che accoglie.

Il rischio della ripetizione di una prassi per inerzia è di non interpretare le esigenze del nostro tempo e le vie per l’evangelizzazione che chiedono sapienza, prudenza, coraggio.

Molte persone si avvicinano alla comunità cristiana per chiedere un aiuto materiale, per praticare uno sport, per affidare i ragazzi alle attività dell’oratorio feriale, per esperienze estive.

Il desiderio di condividere la speranza, la fede, la gioia trova linguaggi e occasioni perché anche questi incontri possano essere percorsi di missione, secondo lo stile raccomandato da Pietro:

… ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia, questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. (1Pt 3,15-16)

 

Dappertutto testimoni

I cristiani sono dappertutto e dappertutto sono testimoni di fede, di speranza, di carità.

Negli ambienti di lavoro, di studio, di cura, di riposo, sempre è possibile essere un pizzico di sale, una scintilla di luce, un po’ di lievito. Le proposte di pastorale scolastica, universitaria, sanitaria, carceraria, non intendono solo assicurare la richiesta di assistenza religiosa a carico dei cappellani o dei loro collaboratori; piuttosto sono la responsabilità di tutti i cristiani, presenti in tutti gli ambienti, di irradiare la gioia del Vangelo.

Anche in politica i cristiani sono chiamati a testimoniare una originalità. Praticano uno stile di rispetto e stima vicendevole. Condividono la missione di essere testimoni della fede che li convince a essere a servizio del bene comune. Vivono la differenza dei progetti politici e delle appartenenze partitiche come il campo di un confronto, di una dialettica, che non deve mai degenerare in scontro aggressivo, nel disprezzo, negli insulti, nella diffamazione, nella presunzione di essere cristiani più cristiani degli altri.

Papa Leone XIV, nell’enciclica Magnifica humanitas, ha richiamato il fatto che dentro questa pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo.[3]

[3]    Leone XIV, Magnifica humanitas. Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Centro Ambrosiano, Milano 2026, n. 10.

 

2 – LA SINODALITÀ, PROFEZIA SOCIALE

Stiamo vivendo un cambiamento d’epoca che ci tocca anche come Chiesa. Si riconosce una trasformazione molto forte del corpo ecclesiale: cambia il modo di essere cristiani, faticano le forme tradizionali di impegno, le vocazioni, fatichiamo a vedere nuove risorse ed energie per la fede nei cattolici venuti da altri Paesi e culture, nel dialogo ecumenico e nella collaborazione con altre religioni e istituzioni.

Rischiamo, come tante altre realtà sociali e culturali, di irrigidirci nelle forme che abbiamo ereditato. Ci sentiamo più stanchi, e anche un po’ invecchiati.

 

Osare nuovi passi

Sinodalità come profezia sociale significa riuscire a mostrare che siamo capaci di accettare la sfida del cambiamento, dialogando, modificando la nostra identità, quindi accendendo luoghi di confronto, di ascolto e collaborazione, per osare nuovi passi e azioni per stare nel mondo, vivere e annunciare la fede cristiana.

La responsabilità di abitare il tempo e le trasformazioni che caratterizzano il contesto in cui viviamo ha indotto a coordinare l’impegno di servizio che caratterizza la nostra pastorale diocesana e la vita di tutte le comunità.

La Caritas Ambrosiana, la pastorale sociale, la pastorale sanitaria sono chiamate a forme inedite di riflessione comune, di proposte formative e di operosità condivisa.

Il contesto multiculturale e multireligioso richiede una più lucida consapevolezza di ciò che altre confessioni cristiane e altre tradizioni religiose possono offrire per operare insieme al servizio del bene comune, nelle forme che risultano possibili e sagge.

Anche l’opera educativa e il servizio reso dalla Fondazione Oratori Milanesi si confronta con le trasformazioni in atto e avvia riflessioni e proposte per condividere progetti educativi. Nella complessità delle situazioni che si creano con la presenza di ragazzi e ragazze provenienti da altre tradizioni, culture, religioni è importante quel dibattito serio e franco che orienti scelte opportune e lungimiranti.

 

Dal “fare per” al “fare con”

Nel solco della tradizione la Chiesa ambrosiana è chiamata ad assumere una forma adeguata per ascoltare e abitare le tante, e sempre più urgenti, fragilità alle quali la nostra società fatica a rispondere.

Ereditiamo un passato di pionieri e testimoni che in solitudine costruivano istituzioni e luoghi di accudimento e cura. Oggi questo modo di procedere non trova più energie e risorse. Anche in questo caso occorre la pazienza di ascoltare, cercare e tessere alleanze e reti di relazioni (anche con realtà non direttamente legate ai mondi ecclesiali) e dare forma a corpi in grado di dare voce ai tanti emarginati della nostra storia.

L’evento diocesano “Chiesa dalle genti” già ci aveva indirizzato in questo cammino, insegnandoci che l’essenziale non è “fare per” o “al posto di”, ma “fare con”. Essere oggi la Chiesa di sant’Ambrogio, essere ambrosiani in questo terzo millennio, significa proprio vivere la profezia sociale, perché molto cristiana e teologale, di essere un popolo che costruisce la propria identità non tanto tracciando confini, non creando isole artificiali di normalità, utili per etichettare in modo difensivo e offensivo tutto ciò che è diverso come patologico, quanto piuttosto costruendo piazze, luoghi di incontro, di confronto e di dialogo, dove crescere insieme, spazi che trasformano i tanti individui, singoli e soli, in una comunità guidata dallo Spirito nel nome di Gesù Cristo.

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3 – LO STILE SINODALE DELLA MISSIONE

In questo nostro tempo, la Chiesa ha compreso se stessa con l’evidenza di alcuni tratti che devono essere recepiti e praticati.

In particolare, sono irrinunciabili, come frutto dello Spirito che dà vita alle nostre comunità: la chiamata di tutti i battezzati alla corresponsabilità per la missione; la pratica dello stile sinodale; la pluriformità della “Chiesa dalle genti”.

La definizione di “Chiesa dalle genti, missionaria e sinodale” non può restare una teoria, ma chiede di diventare “volto di Chiesa”, cioè espressione riconoscibile.

Raccogliendo i frutti della Sessione unitaria dei Consigli pastorale e presbiterale, dell’Assemblea dei decani, dell’Équipe sinodale diocesana, svoltasi a Rho il 28 febbraio 2026, desidero proporre alcune sottolineature.

 

Improvvisazione o conversione?

La pratica di uno stile sinodale non è l’improvvisazione dei buoni propositi: richiede infatti una conversione a dinamiche relazionali che fanno bene alle nostre comunità.

Occorre dare alle nostre relazioni un modo di essere e una pratica ordinaria che siano facilmente riconoscibili come segnati dal carisma evangelico. Uno “stile” è qualcosa che si vede, qualcosa di inconfondibile, qualcosa di bello, che ha una sua eleganza, che è attraente, che è originale senza essere stravagante: i cristiani sono persone “originali”. Per essere capaci di vivere e rendere visibile questo stile si deve imparare, fare esercizi. Si deve provare e riprovare, sbagliando infinite volte e infinite volte ricominciando.

Le proposte di formazione permanente per il clero e per gli operatori pastorali contribuiscono alla formazione necessaria e, per quanto possibile, condivisa con tutto il popolo cristiano: laici, consacrati, diaconi permanenti, preti e vescovi.

Ogni anno è pubblicato un sussidio a cura del Vicariato per la Formazione permanente del clero che offre testi da meditare, incontri e proposte. Non deve andare sciupato.

Nella proposta pastorale Tra voi, però, non sia così, al punto 3.5 (Formarsi a uno stile) ho scritto: «Nelle nostre comunità non c’è bisogno solo di un’accortezza organizzativa: c’è bisogno di insistere per un cammino virtuoso perché lo Spirito di Dio possa rendere disponibili alla costruzione dell’unità».[4] Ecco, per esempio: la tensione all’unità potrebbe essere un sigillo caratteristico delle nostre comunità in prospettiva sinodale, così come l’accoglienza.

Le comunità cristiane sono chiamate a essere originali: offrono una convincente testimonianza a chi le guarda e le accosta “da fuori”, testimonianza di operosità nel bene, di libertà interiore, di rispetto per tutti, compreso il rapporto leale e rispettoso con l’autorità pubblica e, ancora, capacità di rendere ragione della propria speranza, secondo la raccomandazione di Pietro nella sua prima lettera: senza arroganza, ma con dolcezza e rispetto, accettando anche la derisione, le false accuse, la persecuzione, senza reagire con la violenza, neppure verbale, vivendo anzi la gioia nelle prove.

Nella comunità cristiana ci si mette a servizio di tutti e con tutti, come amministratori di una grazia che è stata data per il bene del corpo che è la Chiesa, sapendo che ciò che edifica non sono i nostri sforzi ma la grazia stessa, l’“energia ricevuta da Dio”.

Vivendo secondo i doni ricevuti da ciascuno e condivisi per l’edificazione vicendevole sarà forse possibile addirittura la gioia. Quel suono di festa che fa intuire all’Innominato la possibilità di un’alternativa alla solitudine disperata. Quella letizia semplice che annuncia una consolazione possibile all’infelicità del mondo.

[4]    M. Delpini, Tra voi, però, non sia così, cit., pp. 49-50.

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4 – PROPOSTE E RESPONSABILITÀ PER LA FORMAZIONE

L’affermazione di principio e la docilità allo Spirito di Dio devono convincere a percorsi di formazione. Non si tratta di imparare una lezione da mettere in pratica, ma di una pratica guidata da facilitatori che consente di imparare facendo.

La Diocesi offre percorsi di formazione condivisa per accompagnare preti, diaconi, uomini e donne del popolo di Dio, consacrati e consacrate nel servizio della Chiesa.

In particolare, sono già in atto proposte formative per le giunte dei Consigli pastorali e per gli Artigiani di sinodalità, e altre proposte devono essere elaborate e offerte anche con una maggiore prossimità territoriale (zone pastorali e decanati). In questo percorso si è constatato che la presenza di una giunta nel Consiglio pastorale è una condizione necessaria per un fruttuoso operare del Consiglio stesso.

Queste esigenze chiedono che anche le Diaconie delle Comunità pastorali chiariscano il rapporto con il Consiglio e siano arricchite dalla presenza di qualche laico disponibile e preparato a collaborare per una cura della comunione e della missione.

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5 – I DISCEPOLI MISSIONARI: MOLTI DONI, TUTTI PER L’UTILITÀ COMUNE

Coloro che sono chiamati al ministero della presidenza, il Vescovo e i presbiteri suoi collaboratori, offrono il servizio dell’autorità che deve essere praticato con lo stile di Gesù, che è venuto non per essere servito, ma per servire.

 

Le forme del ministero ordinato

La presenza e il ministero dei diaconi permanenti è un dono che la nostra Chiesa riceve ed è una responsabilità degli stessi diaconi e di tutta la comunità di custodire il servire come forma irrinunciabile della sequela di Gesù.

I diaconi servono in molti modi, secondo la destinazione che hanno ricevuto, ma tutti sono a servizio della comunione nell’ambito del clero, manifestando che le diverse forme del ministero ordinato – l’episcopato, il presbiterato, il diaconato – costituiscono una comunione invece che una complicazione.

Capita infatti che talora i rapporti, specie tra preti e diaconi, conoscano tensioni e difficoltà e che la definizione del ruolo e della specificità di ciascuno sia invocata più come puntiglio di rivendicazione che come condizione condivisa per servire. La risposta al Signore che manda in missione è la conversione a compiere l’opera di Dio che allarga gli orizzonti e libera da pensieri meschini.

In questi anni è capitato che, utilizzando il luogo comune del “clericalismo”, si sia sbrigativamente squalificato il ministero che preti della nostra Diocesi offrono in modo ammirevole fino al sacrificio.

L’autorità nella comunità cristiana ha la responsabilità di presiedere la coerenza delle attività con la missione di evangelizzare: c’è dunque il compito di incoraggiare e orientare la missione di tutte le componenti della comunità per la missione e c’è anche il compito di far presente il principio critico, per discernere quello che è conforme alla missione della Chiesa e quello che deve essere corretto o riorientato, creato o lasciato perdere.

Tutti i battezzati sono chiamati alla santità e la comunità nel suo insieme, ma in particolare coloro che esercitano il ministero della presidenza, hanno la responsabilità di promuovere la riflessione e la decisione che concretizza in una scelta di vita questa vocazione di ciascuno alla santità.

 

I ministeri istituiti

L’istituzione di ministeri laicali si è avviata nella nostra Diocesi, come in altre della Regione Ecclesiastica Lombardia, per accoliti, lettori, catechisti.

Alcuni battezzati, uomini e donne, hanno accolto la proposta e la chiamata a mettersi a disposizione per responsabilità di coordinamento, di promozione, di formazione, perché sia assicurato nelle comunità un esercizio edificante del servizio della proclamazione della Parola di Dio, del servizio all’Eucaristia e alla comunione per gli ammalati, del servizio della catechesi.

Il contributo edificante che i ministri istituiti potranno offrire richiede un sincero desiderio e una pratica coerente della comunione ecclesiale, dello stile sinodale, della finalità missionaria.

 

L’accompagnamento educativo e vocazionale dei giovani

Il servizio educativo nelle comunità è accompagnamento vocazionale. Coloro che si prestano per l’opera educativa della comunità educante, in tutti i suoi aspetti, meritano la gratitudine di tutti, anche della società civile, anche delle famiglie estranee alla comunità: la comunità cristiana è disponibile ad accogliere e ad aiutare tutti! Il Signore sia il premio e la consolazione di tutti i preti, gli educatori, i catechisti, gli animatori, i direttori di coro, i promotori culturali, i dirigenti sportivi: è un’opera immensa e meravigliosa.

L’opera educativa per i giovani non ha lo scopo impossibile di trattenerli nella giovinezza, ma di accompagnarli a diventare adulti nella fede, corresponsabili della missione in una Chiesa sinodale. Perciò un criterio per valutare l’impegno educativo e per decidere proposte e iniziative deve essere il servizio che si rende a ciascuno perché traduca la sua vocazione battesimale in una scelta di vita.

In particolare, i preti e in genere gli educatori sanno che a questo scopo è necessario conoscere e accompagnare personalmente ciascuno. Il ridursi del numero dei sacerdoti impone un impegno di tutta la comunità per consentire ai preti di fare il prete, e di garantire alla comunità i servizi di cui ha bisogno con la partecipazione corresponsabile di adulti disponibili.

La dimensione vocazionale di tutta la pastorale diocesana è come svanita nel generico e anche la preghiera per le vocazioni diventa un puntiglio di pochi, invece che una invocazione di tutti.

Ritengo necessario che non si perda occasione per proporre scelte di vita coerenti con il Vangelo e con la missione della Chiesa, accompagnando nel discernimento con lo stile rispettoso e incoraggiante che, per quello che può, imita il Signore: «Ecco: sto alla porta e busso…» (Ap 3,20).

La stagione di incertezza a livello globale e di cambiamento a livello culturale ci provoca a un attento discernimento ecclesiale nella pastorale giovanile.

Avverto una esigenza diffusa di condividere una prospettiva di Chiesa che, alla manutenzione o alla semplice conservazione pastorale, anteponga il primato della condivisione della fede tra adulti (da qui la testimonianza) e con i giovani, dell’annuncio missionario e vocazionale.

La sinodalità missionaria è il modo in cui intendiamo vivere per edificare la Chiesa. La pastorale giovanile non può presupporre una vita di fede e una adesione personale alla proposta ecclesiale. Perciò si deve definire anzitutto come kerygmatica e vocazionale.

È kerygmatica: annuncia l’amore di Dio in Gesù crocifisso e risorto. È vocazionale: la giovinezza ha come scopo il diventare adulti, accogliendo la vocazione ad amare. È personale: il cammino di ogni giovane necessita un accompagnamento personale. È ecclesiale e comunitaria: l’inserimento, l’appartenenza, la partecipazione attiva alla vita della comunità, la fraternità, l’amicizia sono aspetti irrinunciabili perché l’incontro con Gesù diventi vita, preghiera, carità vissuta.

Il Servizio per i giovani e l’università della nostra Diocesi ha dunque raccolto alcuni orientamenti che prospettano una visione di Chiesa sulla scia dell’esortazione apostolica Christus vivit e sostengono il discernimento comunitario di ogni realtà locale. Ogni decanato, accompagnato dal Servizio giovani, quest’anno potrà riconoscere come camminare insieme in tale prospettiva per la cura pastorale dei giovani (18-30 anni).

 

Occasioni per pregare e riflettere

L’anno pastorale inserisce nell’anno liturgico frequenti occasioni per proporre con riflessioni e preghiere il tema delle diverse scelte di vita in cui la vocazione di ciascuno si può compiere.

Meritano di essere celebrate con una sottolineatura della dimensione vocazionale le ricorrenze che offrono occasione per pregare e riflettere sulla vocazione alla famiglia (festa della famiglia). Per pregare e proporre la vocazione al presbiterato si devono valorizzare alcune importanti celebrazioni, come la Messa crismale e la Giornata del seminario. La memoria liturgica di sant’Arialdo del 27 giugno invita alla preghiera per il diaconato permanente.

Durante l’anno liturgico ricorrono poi giornate che invitano alla proposta e alla preghiera per la vita consacrata (istituti religiosi, ordini monastici, ausiliarie diocesane). In particolare, si devono valorizzare la domenica del Buon Pastore, quarta di Pasqua, la festa della Presentazione il 2 febbraio, la festa della Presentazione della B. V. Maria, il 21 novembre, la memoria liturgica dei santi fondatori. La Giornata missionaria, inserita nel “mese missionario” di ottobre, deve essere occasione per promuovere scelte per la missione ad gentes e per quel servizio di comunione tra le Chiese che si chiama fidei donum. Ritengo che siano momenti di grazia che chiedono di essere celebrati per risvegliare attenzioni e domande, preghiera e gratitudine.

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6 – ABITARE, APPREZZARE, CONDIVIDERE IL SOFFRIRE DEL MONDO

I discepoli di Gesù sono mandati a farsi carico della vocazione della gente alla gioia.

Si prendono cura delle ferite e dell’infelicità del mondo. Non perché non portino ferite, non perché non attraversino momenti di buio e di infelicità. Si fanno carico dell’infelicità della gente perché partecipano dei sentimenti di Cristo Gesù (cfr. Fil 2,5).

C’è gente che non ha bisogno delle parole del Vangelo e percorre vie proprie per conquistare la felicità, gente che trova insopportabile la pretesa di Dio di offrire salvezza, gente che trova antipatica la Chiesa cattolica, gente che impegna risorse, vite umane, ingegno e organizzazione per eliminare la Chiesa. E, infatti, Gesù ha raccomandato di ricordarsi della sua parola: «Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20).

Ma i discepoli non possono ritirarsi dentro le mura rassicuranti di una comunità insignificante, che si inventa un mondo a parte per evitare di dare fastidio, di affrontare l’impopolarità. Sono nel mondo perché sono mandati e non possono non obbedire al Signore. L’amore cristiano, infatti, «supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili, entra nelle pieghe più nascoste della società. Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile» (papa Leone).[5]

Il soffrire del mondo è segnato nei nostri tempi da impressionanti forme di violenza, da situazioni di miseria insopportabili, da diseguaglianze spaventose tra le persone e le società. Non ci basterà la compassione, non basterà la denuncia. Avremo la forza, la tenacia, l’intelligenza per contribuire a costruire la giustizia e la pace?

I discepoli, che obbediscono al Signore, sanno che lui li ha preceduti in mezzo alla gente, sanno che lo Spirito opera nel cuore delle persone, sanno di dover molto imparare, sanno di dover vigilare per custodire la verità del Vangelo e di dover molto ascoltare per rallegrarsi della sua fecondità imprevedibile.

[5]    Leone XIV, Dilexi te. Esortazione apostolica sull’amore verso i poveri, Centro Ambrosiano, Milano 2025, n. 120.

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7 – L’ASCOLTO, IL DISCERNIMENTO, L’ANNUNCIO

La comunità dei discepoli è comunità che ascolta la parola del Signore e scruta le Scritture perché sa che Gesù è il Verbo di Dio e ha parole di vita eterna.

«Alla tua luce vediamo la luce» (Sal 36,10): istruita dalla Parola, guidata dallo Spirito di Dio, la comunità dei discepoli ascolta i fratelli e le sorelle e riconosce che tutti hanno qualche cosa di prezioso da offrire.

Gli uomini e le donne sono fatti a immagine di Dio e perciò chi sa ascoltare raccoglie frammenti di luce da tutti; storie di popoli e patrimoni di cultura sono stati scritti da uomini e donne che hanno condiviso la loro ricerca del bene, del vero, del bello. Nell’incontro e nell’ascolto c’è motivo di stupore, c’è affollarsi di domande, c’è responsabilità del discernimento. Insieme con lo Spirito di Dio, infatti, opera il principe di questo mondo e solo il riferimento a colui che è venuto per dare testimonianza alla verità (cfr. Gv 18,37), costituito giudice dei vivi e dei morti, offre il criterio per riconoscere la gloria di Dio che riempie il cielo e la terra.

La comunità cristiana assume la responsabilità della missione per obbedienza al Signore. Perciò non può sottrarsi a quel discernimento comunitario che ascolta le voci della gente e del tempo, riconosce il bene di cui essere grati, si lascia toccare dall’infelicità che chiede consolazione e speranza e decide le vie dell’annuncio.

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8 – GLI ORGANISMI DI PARTECIPAZIONE

Gli organismi di partecipazione della nostra Chiesa sono stati istituiti in tempi diversi ma hanno un unico scopo.

L’Assemblea sinodale decanale, i Consigli pastorali, i Consigli diocesani presbiterale e pastorale, l’Assemblea dei decani sono il luogo proprio in cui i membri, rappresentando tutto il popolo cristiano, sotto la presidenza del Vescovo e dei presbiteri suoi collaboratori, traducono il principio generale “la Chiesa è missione” in proposte, scelte concrete, iniziative e messaggi, testimonianza e annuncio.

Questi organismi sono espressione della comunità cristiana e a servizio della comunità e della sua missione.

 

Un cammino che ancora non incide

È pertanto decisivo che i Consigli e le Assemblee si curino di far conoscere alle comunità i processi avviati, di coinvolgere le comunità nella pluralità dei doni e dei ruoli di ciascuno, di condividere le decisioni maturate e incoraggiare l’adesione. Si ha infatti l’impressione che molta parte del cammino sinodale e delle attività dei Consigli pastorali e delle Assemblee sinodali decanali siano rimaste nozioni vaghe e astratte che non hanno inciso nella vita delle comunità.

Gli organismi di partecipazione sono chiamati in modo specifico ad avviare processi sinodali, nella persuasione che si tratta di uno stile e di un modo di procedere che non è “già saputo”. Richiede invece formazione, tempi di assimilazione, pratica e apprendistato, criteri di verifica. Infatti, «la partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità nella missione passano attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali» (papa Leone).[6]

[6]    Leone XIV, Magnifica humanitas, cit., n. 87.

 

Le Assemblee sinodali, osare insieme

In particolare, le Assemblee sinodali decanali hanno il compito di esplorare il territorio del decanato, riconoscere i segni del Regno, osare l’annuncio che offre speranza e chiama a conversione.

Si sono avviate in modo diversificato nei decanati della Diocesi: hanno conosciuto spesso un avvio stentato, una incertezza sul compito, un senso di isolamento rispetto alle comunità parrocchiali e alle comunità pastorali.

Dove si sono avviate con vivacità e creatività hanno individuato vie da percorrere e attuato iniziative promettenti. Le realizzazioni esemplari devono essere un incoraggiamento per tutti.

Lo stile delle Assemblee sinodali decanali è caratterizzato dall’audacia. Si tratta infatti di osare: osare la visita alle realtà del territorio, osare il confronto interno con lo stile di una fraternità franca e disponibile, osare l’immaginario su come i cristiani possono essere presenti nella vita di tutti, condividere l’abitare, il lavoro, lo studio, la solidarietà, la malattia, insomma tutte le occasioni di incontro secondo il mandato di Gesù: devono infatti vigilare perché se il sale perde il sapore a null’altro serve che a essere gettato via e calpestato dalla gente (cfr. Mt 5,13).

Si tratta di osare, di osare insieme: è pertanto necessario che quanto le Assemblee sinodali decanali fanno sia conosciuto, condiviso, assunto come stile di vita, linguaggio per l’annuncio, iniziative da portare a buon fine da tutta la comunità. Perciò si devono pensare forme di comunicazione con tutta la comunità, a cominciare dai Consigli pastorali.

È evidente che la testimonianza e l’annuncio nella vita familiare, professionale, sociale è primaria responsabilità dei laici: sempre si deve attingere luce e forza dalla Parola di Dio e dalla celebrazione dei santi misteri, sempre il magistero della Chiesa deve essere riconosciuto come punto di riferimento, ma è necessario osare, “uscire di chiesa” e abitare il mondo, secondo il comando di Gesù.

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PARTE SECONDA

 

1 – ESORTAZIONE

Dall’esperienza fatta con i cammini di ricezione avviati sono emerse alcune prospettive, suggerimenti, orientamenti; diverse sono le cose comprese e apprese.

Anzitutto che, se la missione è obbedienza al Signore che invia a condividere la gioia del Vangelo, lo stile sinodale è da apprendere.

 

Apprendere la sinodalità vivendola

La postura sinodale è fatta di ascolto, di condivisione autentica, di discernimento, scelte, verifica e, perciò, deve correggere l’indole individualista, abitudinaria, talvolta autoritaria.

La sinodalità si apprende vivendola e “facendola” insieme, perché la missione è qualcosa a cui siamo chiamati insieme.

Condizione irrinunciabile per la missione è la cura delle relazioni: con il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che invia lo Spirito perché siamo resi partecipi della comunione trinitaria; con i fratelli e le sorelle, da ascoltare e riconoscere come portatori di quel pezzetto che ci avvicina sempre più all’intero. «I discepoli di Gesù […] si sentono responsabili dell’annuncio del Vangelo, ma non presumono di averlo compreso fino in fondo e scoprono nella differenza dell’altro che incontrano una parola che fa comprendere quel Vangelo più in profondità.»[1]

[1]    M. Delpini, Tra voi, però, non sia così, cit., pp. 5-6.

 

Metterci il tempo che serve

Se dunque la sinodalità non è una teoria da imparare, ma un processo spirituale da vivere, sembra particolarmente opportuno compiere alcune scelte che consentano di immergersi in una dinamica di sinodalità, in continuità coerente alle proposte fatte e alle esperienze avviate.

Sostenuti dal discernimento nello Spirito, si tratta anche di osare alcuni passi e l’avvio di processi nuovi, con il cuore grato per i passi compiuti in passato, che ci hanno portati fin qui, ma volendo discernere che cosa è necessario e opportuno oggi, liberando energie e provando a essere “docili allo Spirito”.

In questo osare passi e processi sarà importante sentirsi autorizzati (e autorizzare) a “metterci il tempo che serve”, a costruire cammini difformi che rispettino le condizioni specifiche di un territorio e il tipo di relazioni che in esso si generano, a verificare il cammino, accettando la possibilità di sbagliare sentiero, di doverlo cambiare o addirittura interrompere.

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2 – INDICAZIONI, ADEMPIMENTI, SUSSIDI

La conversione alla quale siamo chiamati è opera dello Spirito. È necessario che una preghiera fiduciosa, perseverante, concorde invochi lo Spirito come nel cenacolo all’inizio della missione. Alcune giornate durante l’anno pastorale saranno occasioni propizie perché tutta la comunità sia invitata a pregare e ad accogliere i doni dello Spirito affinché si vedano nella comunità i suoi frutti: amore, gioia, pace…

 

Il Consiglio pastorale e le Commissioni

Per accompagnare il cammino di una Chiesa sinodale e missionaria a livello parrocchiale, i Consigli pastorali, fedeli al mandato, non possono ridursi a riunioni organizzative, ma devono essere luoghi di riflessione per l’elaborazione di decisioni e proposte per tutta la comunità. Per rendere significativo il loro servizio nei Consigli pastorali devono essere favoriti l’apprendimento e la pratica dell’ascolto comunitario della Parola e della conversazione nello Spirito.

In ogni comunità devono essere promossi, custoditi, valorizzati, verificati gli organismi di partecipazione per la pratica della corresponsabilità. È più facile la delega, è diffusa la tentazione di centralizzare, si insinua la tendenza a “evitare fastidi” e quindi a deresponsabilizzarsi. Ma non sono atteggiamenti giustificabili e non promettono niente di buono per le nostre comunità.

Il Consiglio pastorale, in collaborazione con l’Assemblea sinodale decanale e con l’eventuale aiuto di facilitatori (che possano offrire qualche strumento metodologico), potrebbero poi immaginare e favorire la realizzazione di assemblee parrocchiali o di comunità pastorale, con l’obiettivo di interrogarsi e discernere quale conversione (delle relazioni e delle strutture) potrebbe riguardare la propria comunità.

È bene richiamare, in questo senso, quanto già aveva stabilito il Sinodo diocesano 47°: «Il Consiglio pastorale si preoccupi di coinvolgere, ascoltare e informare tutta la comunità cristiana a proposito delle principali questioni pastorali inerenti alla vita della parrocchia, ricercando gli strumenti più opportuni ed efficaci, compresa l’assemblea generale parrocchiale che può essere particolarmente utile in sede sia di progettazione sia di verifica» (cost. 147 § 6).

Inoltre, la costituzione della giunta del Consiglio pastorale si è rivelata una decisione che rende più sciolta e condivisa l’organizzazione dei lavori e il coordinamento sovraparrocchiale del Consiglio pastorale delle Comunità pastorali e delle parrocchie. È necessario che le giunte siano costituite ovunque secondo il disposto del n. 35 del Direttorio per i consigli di Comunità pastorale e parrocchiali Per dare un nuovo volto alla Chiesa in missione.[7]

Le Commissioni pastorali, parrocchiali e decanali sono in molti casi gli organismi più efficienti per una continuità di attenzione ad alcuni ambiti pastorali, come la pastorale familiare, quella giovanile o quella caritativa. Sono e devono essere organismi di corresponsabilità praticata con stile sinodale.

[7]    Arcidiocesi di Milano, Per dare un nuovo volto alla Chiesa in missione. Direttorio per i consigli di Comunità pastorale e parrocchiali, Centro Ambrosiano, Milano 2024, pp. 47-50.

 

La diaconia

La diaconia è l’organismo di fraterna condivisione e di operosa dedizione per tradurre in atto gli orientamenti emersi nel Consiglio pastorale. La diaconia può migliorare il suo operare anche grazie all’inserimento – tramite nomina dell’Ordinario diocesano – di fedeli, consacrati o laici, competenti nel funzionamento degli organismi collegiali, secondo la lettera e lo spirito del Direttorio Comunità pastorali per la missione.[8]

[8]    Arcidiocesi di Milano, Comunità pastorali per la missione. Un nuovo Direttorio per avviare e sostenere il cammino, Centro Ambrosiano, Milano 2023, pp. 23-27.

 

Il Consiglio per gli affari economici

I Consigli per gli affari economici delle parrocchie e delle Comunità pastorali devono essere uno strumento costruttivo per le scelte economiche e gestionali che spesso le parrocchie devono affrontare con lungimiranza, competenza, rispetto della legalità, attenzione ai temi dell’ecologia integrale.

Deve continuare la revisione dell’utilizzo e della destinazione degli immobili delle parrocchie condotta dalla Commissione per il territorio.

 

L’ambito zonale e decanale

L’esperienza consiglia alcuni passi da compiere in ambito decanale e di zona pastorale, a partire da un discernimento condiviso con i Vicari di zona e i Decani.

L’opportunità di costituire un Coordinamento zonale dell’Équipe sinodale può favorire alcune buone prassi:

–    proporre esperienze di narrazione reciproca tra Comunità pastorali, per fare emergere le scelte missionarie in atto o da avviare (cfr. Sessione unitaria, a livello zonale);

–    avviare la sperimentazione di forme nuove di conduzione delle comunità, studiate con alcuni territori, monitorate e verificate, così da apprendere possibilità nuove per il futuro;

–    osare nuove forme di evangelizzazione a partire da Comunità pastorali disponibili a iniziare un percorso accompagnato di sperimentazione;

–    valorizzare il Consiglio per gli affari economici perché le risorse e le strutture siano amministrate saggiamente, con competenza, con stile evangelico e in una logica di comunione;

–    presentare le esperienze in atto della figura dell’economo (o segretario amministrativo) di Comunità pastorale o parrocchiale, richiamando il n. 40 del Direttorio per i Consigli di comunità pastorale e parrocchiali.[9]

Il Coordinamento zonale dell’Équipe sinodale raccoglie e co-progetta eventuali richieste di percorsi formativi sinodali nei territori, condivisi tra le diverse vocazioni.

A partire dalla revisione della Nota pastorale con la quale sono state istituite le Assemblee sinodali decanali, deve essere tenuto in evidenza il compito missionario nel territorio e nei contesti vitali di questo “organismo di Chiesa in uscita” e curare le relazioni intra-ecclesiali (nel decanato e con le parrocchie/Comunità pastorali).

[9]    Arcidiocesi di Milano, Per dare un nuovo volto alla Chiesa in missione. Direttorio per i Consigli di comunità pastorale e parrocchiali, cit., pp. 57-58.

 

Gli organismi diocesani e la Curia

Gli organismi diocesani e i servizi della Curia sono disponibili per offrire occasioni di formazione e strumenti di lavoro.

Per custodire lo stile e acquisire il metodo risulta promettente chiamare e formare dei facilitatori. Inviati “a due a due”, sono figure pastorali preziose in alcuni frangenti del cammino di quelle comunità che vogliono mettersi in gioco in senso sinodale.

Aiutano a vivere un metodo di lavoro – del quale mostrano anzitutto il senso – che permette di sperimentare la bellezza di realtà, comunità, gruppi che assumono uno stile sinodale. Per questo il loro servizio non può che prendere le mosse dall’ascolto delle comunità che accompagnano.

Gli organismi diocesani devono presentare proposte di formazione condivisa tra formazione del clero, religiosi e laici su qualche tema specifico (Formazione permanente del clero, vita consacrata, Équipe sinodale, Azione cattolica, associazioni e movimenti).

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CONCLUSIONE

Il Signore risorto affida la missione ai suoi discepoli «in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato» (Mt 28,16).

Il gruppo dei discepoli si presenta certo come inadeguato. Si tratta di undici e di per sé Gesù ne aveva scelti dodici. Gesù chiama a prendersi cura delle miserie umane: «Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità» (Mt 10,1).

Si tratta di undici uomini in cui convivono la fede e il dubbio, la gioia e l’esitazione: «Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono» (Mt 28,17).

Ma proprio a questi undici uomini mediocri Gesù, in nome del potere che gli è stato dato in cielo e in terra, comanda: «Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,18).

E li accompagna con la promessa di non abbandonarli mai: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

La missione della Chiesa, la missione per cui esiste il gruppo dei discepoli, comincia così, con un senso di sproporzione e di inadeguatezza.

I discepoli però hanno obbedito. Non possiamo evitare la domanda: siamo anche noi tra questi discepoli inadeguati, determinati a obbedire al Signore, fiduciosi nella sua presenza?

Il cammino della Chiesa cattolica, della Chiesa italiana, della nostra Diocesi ha approfondito lo stile sinodale e ha insegnato che il tratto della sinodalità è una nota irrinunciabile della Chiesa che vive per la missione.

Ci sono molti segnali che confermano l’inadeguatezza della Chiesa e l’esitazione che rallenta o paralizza di fronte alla missione.

 

Frutti e resistenze

Per essere sinceri di fronte al Signore è doveroso interrogarsi sui frutti che ha portato e sulle resistenze che il cammino sinodale ha incontrato anche nelle nostre comunità, anche nel clero. È opportuno verificare la recezione della Proposta pastorale dell’anno 2025/2026.

Per onestà intellettuale dobbiamo riconoscere che la questione è importante e proprio per questo sollecita ciascuno di noi a prendere una posizione. Quasi provoca ognuno di noi a domandarsi: come considero la proposta di un cammino sinodale nella Chiesa e per la Chiesa? Si tratta di una complicazione della vita, di una confusione di rapporti e di responsabilità, di un appello alla partecipazione per una Chiesa che non c’è più e per una impresa fallimentare?

Oppure, si tratta di una riforma della Chiesa che rinnova la missione, la partecipazione di tutti i battezzati, l’assunzione di uno stile di relazioni (comunione), di corresponsabilità (partecipazione), di missione per un volto di Chiesa secondo lo Spirito di Dio, che ci fa assaporare «il gusto spirituale di essere popolo di Dio»?[10]

Non possiamo censurare le domande scomode, ma non possiamo far mancare il nostro impegno e le nostre competenze, la nostra preghiera e la nostra riflessione per interpretare questo tempo e le vie e lo stile che lo Spirito insegna alla Chiesa.

Papa Leone XIV, parlando ai vescovi nell’Assemblea generale della Cei, ha esortato a non desistere dall’impresa di quella riforma senza clamore, di quella insistenza sull’essenziale di cui abbiamo bisogno.

Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia. Un popolo viene generato da madri e padri nella fede, da comunità che sanno dire, con la vita prima ancora che con le parole: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41). L’Italia ha bisogno di questa testimonianza.

[10]    Cfr. Documento finale, in Arcidiocesi di Milano, Il Sinodo e noi, cit., n. 17, p. 31.

 

Come un invito a condividere la festa

Il festoso suono delle campane di Chiuso che si diffonde fino al tetro castello dell’Innominato potrebbe essere un’immagine suggestiva per parlare della missione della Chiesa nel nostro tempo e nel nostro territorio.

La Chiesa è un popolo che si raduna, è convocato da una promessa di gioia, di benedizione, di sapienza.

La gioia, la festa del popolo diventa suono festoso che raggiunge tutte le case, tutte le storie e tutte le inquietudini e le angosce.

Così vorremmo essere: un invito alla gioia di Dio.

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PREGHIERA

Padre, Figlio, Spirito Santo,

Dio del mistero e della luce,

hai guardato alla pochezza della tua Chiesa,

hai convocato uomini e donne imperfetti e inadeguati

e hai effuso il tuo Santo Spirito

per accendere in loro l’ardore per la missione.

 

Avvolgi con la perfetta letizia

le nostre sconfitte e le nostre delusioni

perché siamo testimoni credibili

della tua volontà di rendere tutti partecipi

della tua gloria, della tua gioia, della tua vita.

 

Fa’ di noi strumenti della tua pace,

con lo stile della amabilità, della pazienza,

della tenacia.

Accompagna i nostri giorni

con la tua presenza amica,

con la sapienza che confonde i superbi,

con la mitezza che disarma i prepotenti.

 

La tua parola ci indichi la via da seguire

per restaurare la tua casa

perché sia comunità di fratelli e sorelle,

e tutte le genti avvertano di essere nella loro casa,

e tutte le libertà siano disponibili

a farsi carico dei pesi gli uni degli altri.

 

Purifica con la tua potenza le nostre comunità

perché siano finalmente liberate dalla meschinità,

dalla presunzione, dal ripiegamento su di sé,

da complessi di inferiorità,

perché il tuo Vangelo sia predicato a tutte le genti.

 

E donaci, Signore, di essere canto, di essere lode,

per la tua Chiesa e per tutte le tue creature.

 

+ Mario Delpini

Arcivescovo di Milano

 

Nell’anno del Giubileo Francescano

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