Assemblea degli oratori
Seveso 18 novembre 2017

  1. È il vento che fa volare gli aquiloni.

Il ragazzo timido esita a tentare la corsa per lanciare nel cielo il suo aquilone. Si domanda se saprà correre abbastanza veloce, si domanda se l’aquilone resisterà all’impatto con la libertà di volare, si domanda se il suo eventuale fallimento susciterà uno scherno rovinoso per la sua buona fama.

Il fratello più grande e più saggio incoraggia il ragazzo timido e gli insegna: perché un aquilone voli deve solo affidarsi al vento.

I figli degli uomini vivono solo se si affidano al vento, cioè se si lasciano portare da quella potenza misteriosa e affascinante che è lo Spirito di Dio.

 

  1. La particina da recitare o la poesia da scrivere?

C’è una fantasia che è senza fondamento, ma che resiste nei pregiudizi devoti. I devoti, quelli che vogliono essere buoni cristiani, fantasticano che la storia umana sia la recita di un copione già scritto e che scoprire la vocazione e vivere la vocazione sia una specie di indagine per trovare il copione già scritto da cui imparare le parole da ripetere per recitare bene la propria parte.

Forse anche i devoti possono convincersi che questa fantasticherie fa torto alla magnanimità di Dio e al rispetto che Dio ha per la dignità dei suoi figli.

Che cosa vuole Dio?  Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati (1Tm 2,4); In Cristo ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi, mediante Gesù Cristo, secondo il disegno damore della sua volontà (Ef  1,4-5).

Insomma quello che Dio vuole è che noi siamo felici e la nostra vocazione è la vocazione ad essere figli suoi, partecipi della sua vita, eterna e felice. La vita diventa quindi non una parte da recitare imparando le parole da dire da un copione già scritto, ma una poesia tutta da scrivere, una impresa tutta da inventare. La vita diventa vocazione perché l’impresa è compiuta in dialogo con il Padre, tramite lo Spirito Santo, rimanendo nel Figlio. La vita è la catena delle scelte e diventa vocazione se le scelte sono compiute alla presenza di Dio curando la qualità evangelica delle motivazioni e dei contenuti delle scelte.

 

  1. Su quale terreno cade il seme?

Il seme, come è noto, è una immagine della parola di Gesù che annuncia il Regno di Dio. Il Regno di Dio è la manifestazione della sua gloria: Dio ama i suoi figli e li salva, cioè li introduce alla sua vita e li rende capaci di amare.

Questo annuncio è rivelazione, promessa, invito. È quindi di fronte a questo annuncio che si può parlare di vocazione. La parabola evangelica del seminatore e del seme induce a domandarsi quale terreno predisponga l’oratorio perché la parola seminata porti frutto.

Non c’è nessuna garanzia che automaticamente l’oratorio, come tutto il resto, sia un contesto propizio per consegnare ai ragazzi in età evolutiva il senso cristiano della vita. L’oratorio, come tutte le cose umane, può essere un contesto che addirittura contrasta con le finalità per cui è stato a suo tempo inventato.

A quali condizioni l’oratorio può vivere la sua vocazione originaria a predisporre il buon terreno perché produca un raccolto abbondante?

 

a) L’esperienza di essere amato, accolto, atteso, rispettato, in nome di Dio.
L’aspetto organizzativo, la gestione della struttura, il ritmo delle scadenze, l’incombere degli adempimenti sono un aspetto inevitabile della vita oratoriana. Si deve però verificare a quali condizioni consentano di perseguire la finalità propria della proposta oratoriana: vieni e vedi, ti propongo un incontro personale con il Signore. Il riferimento alle intenzioni di Dio è il cuore del cuore degli educatori, animatori, gestori dell’oratorio: quindi la fiducia nell’opera educativa, in nome di Dio; quindi la “destinazione universale” dell’intenzione di Dio; quindi la gratuità della dedizione; quindi l’attenzione a ciascuno/a; quindi la difesa dei più deboli; …

 

b) L’introduzione alla confidenza nel Padre che è nei cieli.
L’ascolto della parola che chiama e che confida la volontà di Dio richiede tutte quelle condizioni che si possono riassumere nella dizione “scuola di preghiera”. L’organizzazione architettonica, l’impostazione dell’orario, l’esemplarità dei “più grandi” possono essere forme eloquenti di invito a percorrere il sentiero impervio e consolante, spontaneo e troppo disatteso, obbligatorio e libero che si può chiamare “preghiera” o anche “silenzio”

 

c) L’assunzione di servizi come esperienza di “essere capace”: verso la stima di sé.
L’altezza della vocazione si rivela una possibilità affascinante e una promessa realistica entro un progressivo conoscersi come meritevoli di stima, come adatti alla vita, alla santità, alla gioia. Resi capaci di amare per il fatto di essere amati.

Il percorso dell’autostima si compie più “attraverso le mani” che attraverso esercizi di autoconvincimento o di rassicurazione da parte di altri: la chiamata a prestare servizi, a condividere responsabilità, proporzionate alle età e alle competenze, l’affidamento di compiti personali per il bene comune possono far sperimentare sia di “essere capace” sia di “provarci gusto”. Le scelte che determinano la vita diventano una “risposta alla vocazione” se sono compiute in comunione con Dio, ma sono un compimento dell’umano se purificano e porta

 

d) l’esperienza della “normalità del bene”.
Il cucciolo si azzarda all’esplorazione del mondo e alla gioia di vivere se si sente rassicurato dalla presenza dell’adulto su cui sa di poter contare. Lo sviluppo armonico di personalità promettenti è favorito da ambienti in cui è abituale trovarsi bene, sperimentare che chi può aiuta gli altri, che le attenzioni sono disinteressate e limpide, che le persone sono affidabili, che chi sbaglia è corretto più che punito, che le reazioni sono proporzionate alle azioni: insomma che il bene è normale! L’impegno a dimostrare che è normale il male, la cattiveria, l’insidia, l’imbroglio, la volgarità sembra la missione di molte forme della comunicazione e sembra il contenuto dell’inclinazione al lamento e alla rassegnazione che circolano in ogni tempo.

Non meraviglia che questo impegno a corrodere la fiducia nella vita abbia cancellato l’idea stessa di vocazione dalla mentalità di questo tempo.

L’oratorio, con il suo impegno a propiziare l’esperienza della normalità del bene, è terreno favorevole perché il buon seme porti molto frutto.

 

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