1. Vivere nella verità, come una resistenza
Di fronte alla menzogna, dire la verità, essere nella verità, fare la verità…
Di fronte alle dichiarazioni solenni e retoriche che professano una fedeltà senza ombre, dire la verità. La presunzione di Pietro di essere ineccepibile nella fedeltà: la verità è riconoscere la propria fragilità, vigilare per non essere vittima della tentazione.
Di fronte alla strumentalizzazione della religione e della legge divina per commettere violenza, dire la verità. Dio è padre e vuole che tutti gli uomini siano salvati. Gesù testimone della verità è accusato di bestemmia e condannato a morte violenta perché vuole costruire la pace, la nuova alleanza che raduna i figli dispersi.
Nei momenti della paura per un’appartenenza che può essere pericolosa, dire la verità. Pietro riconosce il dovere della verità e il prezzo dell’essere discepolo di Gesù nel pianto amaro del suo pentimento.
Quando l’abitudine, il capriccio, la superficialità, il desiderio di primeggiare inducono ad una vita di comunità in cui si radica il virus dell’individualismo, dire la verità: «Il vostro non è più un mangiare la cena del Signore».
La verità non è quindi quella visione saggia e pacifica di chi interpreta il mondo e giudica la gente standosene comodo e distaccato nella sua sicurezza. Dire la verità, fare la verità è una resistenza, perché la menzogna e colui che è «menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44) abitano il mondo e cercano di mistificare ogni cosa, anche i momenti più santi della vita della comunità, come la Celebrazione Eucaristica.
2. «Io sono […] la verità»
La parola solenne e sospetta, cioè “la verità”, è diventata impopolare, perché anch’essa mistificata. Viene, infatti, interpretata come un dogma da accogliere, un comandamento al quale obbedire, un pensiero arrogante che pretende di giudicare gli altri pensieri. Ma per i discepoli di Gesù è irrinunciabile confrontarsi con la verità, perché Gesù così si definisce: «Io sono […] la verità» (Gv 14,6), cioè la vera vita, la parola di vita eterna.
Gesù è la verità del Verbo fatto carne. Una carne fragile: gli amici dei Sommi Sacerdoti «gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: “Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?”». La parola della verità è una parola che i violenti mettono a tacere e gli indifferenti escludono dalla vita. La parola della verità è una presenza irritante che il sistema non può sopportare: «Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: “Ha bestemmiato!”».
Così Gesù è la verità: resiste e la violenza non lo convince al compromesso.
3. I discepoli dimorano in Gesù, dimorano nella verità
Nei racconti della Passione i discepoli imparano la verità della loro vita di uomini: la verità dell’uomo e della donna è la fragilità. I buoni propositi e le dichiarazioni solenni non hanno forza per resistere nella prova. Il contesto ostile induce a confondersi con la massa, a rinunciare all’originalità cristiana. In molte circostanze della vita può essere che con intento di scherno e di accusa e d’insulto dicano ad un uomo, ad una donna: «Anche tu sei uno di loro!», uno di quelli che stanno con Gesù! Che cosa risponderemo a quest’insinuazione che esprime disprezzo e antipatia? Siamo fragili. Chi ci darà la forza di resistere dicendo la verità?
Nella celebrazione delle comunità si insinuano abitudini che ne fanno smarrire il significato e forse rendono inutile la celebrazione. Nel celebrare la comunione edificata dal Signore per opera di Spirito Santo si insinuano divisioni, egoismi, contrapposizioni. Nella celebrazione del mistero che dà gioia, la comunità si raduna come triste e rassegnata a un adempimento. Dalla celebrazione del mistero che accende l’ardore per la missione escono persone rassegnate, confuse, impaurite.
Chi dirà la parola vera che libera dalla confusione? Chi darà la forza divina che permette di resistere nell’ambiente ostile? Chi leggerà i pensieri nascosti per dire la verità che rende liberi, per rendere possibile la sincerità che può esporre a pericoli? Non conosciamo altra via che l’opera di Gesù: ecco il pane, il mio corpo per voi; ecco il calice per l’alleanza nel mio sangue. Se la nostra vita è unita da quella di Gesù con la nuova alleanza, con una profonda intimità, con un’umile docilità, allora forse riusciremo ad essere sinceri, a dire le parole vere, a rivelare la verità della storia umana, che è vocazione alla fraternità, a rendere coraggioso l’uscire di chiesa per essere testimoni e missionari.

