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Andate, guarite

Giovedì Santo – Messa Crismale, Milano, Duomo - 2 aprile 2026

2 Aprile 2026

1. Mandati a guarire l’infelicità del mondo

Ecco chi ci chiama, ecco chi ci aspetta, ecco perché dobbiamo andare. Ci chiama l’infelicità del mondo: «Chi è malato chiami presso di sé i presbiteri».

Non ci vogliono molte parole per dire dell’infelicità del mondo. In modo particolare i preti e i diaconi, che vivono ogni giorno tra la gente e per la gente, secondo la tradizione più edificante del clero lombardo, sanno dell’infelicità del mondo. Sanno delle pene della gente comune, sanno dello strazio che tormenta le famiglie, sanno di quella rassegnata disperazione in cui vivono uomini e donne, giovani e vecchi, sposati e singles. Sanno dell’angoscia di coloro che sono malati, di coloro che non sanno del “dopo di noi”, di coloro che vengono da Paesi lontani e sperimentano la tragedia di sentirsi dire: per voi non c’è posto neppure qui!

I preti e i diaconi sanno dell’infelicità del mondo non come spettatori che osservano da fuori, ma come uomini che riconoscono anche in sé stessi tracce di infelicità e ferite che la vita non risparmia, a nessuno.

 

2. «Se in qualche luogo non vi accogliessero»

L’umanità infelice non chiama i presbiteri. Del resto, ci sono anche uomini e donne che si dichiarano felici, soddisfatti della vita, stanno bene, non mancano di nulla. Non hanno bisogno di Dio e non si aspettano nulla dai discepoli mandati da Gesù. Anzi, li trovano un po’ fastidiosi, un po’ patetici e spesso antipatici. Ma l’umanità infelice, anche quando soffre della sua infelicità, non chiama i presbiteri.Cerca altre soluzioni. Dappertutto si vede l’affannosa ricerca di un rimedio che impegna la gente infelice e la trascina in percorsi destinati alla delusione: cercano rimedio nella frenesia che insegue le promesse illusorie dei risultati professionali, finanziari, nell’eccitazioni di affetti disordinati, nell’evasione propiziata dalle sostanze, dai giochi, dagli anestetici.

L’infelicità del mondo è un mercato milionario per chi vende prodotti che fanno miracoli: che si tratti di un trucco per essere sempre giovani e belli, che si tratti di un cagnolino che ti fa festa quando rientri la sera, che si tratti di una compagnia che si diverte nella baldoria. Un mercato milionario che promette con l’inganno di vincere l’infelicità e ad ogni momento si rivela mercante di illusioni.

 

3. «Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due»

Dio non si stanca di venire in soccorso dei suoi figli infelici, fino a mandare il suo unico Figlio. E il Figlio non si stanca di percorrere la terra insieme ai suoi discepoli. Infatti, Gesù ha costituito i Dodici, «perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14). Gesù avvia la missione dei Dodici dopo il fallimento della sua missione a Nazaret: «Ed era per loro motivo di scandalo» (Mc 6,3). E, rifiutato da quelli del suo paese, continua a prendersi cura dell’infelicità del mondo.

Dunque, i discepoli sono mandati per una missione di liberazione, di consolazione, di guarigione. Non possono attardarsi a risolvere i loro problemi interni: hanno un Vangelo da annunciare, un olio di guarigione per guarire. Non possono fermarsi a discutere di chi sia il più importante: c’è gente infelice alla quale non interessa niente delle gerarchie interne e della distribuzione dei compiti. E i discepoli sono mandati per questa gente.

L’essere mandati, la missione è la ragione per cui Gesù ha chiamato i suoi discepoli. La forma che la Chiesa assume è in funzione della missione: questo è il senso dell’organizzazione territoriale della Chiesa, perché ci sia dappertutto un prendersi a cuore l’infelicità del mondo; questo è il senso del camminare insieme con lo stile della sinodalità, perché in tutti gli ambienti della vita i discepoli portino la parola che invita a conversione, la potenza che scaccia i demoni, l’olio che guarisce le ferite della vita.

Gesù non sembra preoccuparsi troppo delle capacità e delle virtù dei Dodici. Sa che sono uomini fragili, peccatori, alcuni un po’ ottusi, meschini. Ma Gesù li manda. Devono andare, ecco quello che devono fare. Gesù non sembra preoccuparsi delle risorse disponibili, di quanto denaro serva, di quale guardaroba si debba riempire: hanno la parola e la potenza di Dio che libera, guarisce, perdona. Ecco quello che serve.

 

4. «A due a due»

La fraternità, l’amicizia, il presbiterio, il clero si possono riconoscere come le forme storiche di questa missione “a due a due”. Nelle intenzioni di Gesù non si tratta del nido in cui trovarsi bene, ma della condizione per la missione. Nel clero lo Spirito di Dio rende possibile una dinamica di comunione tra Vescovo, preti, diaconi che deve rendere evidente una grazia di appartenenza. Così si comprendono il Vescovo, i preti, i diaconi: come un ministero articolato che definisce ciascuna figura in rapporto con le altre

A due a due, perché si sostengano a vicenda. Talora i discepoli saranno stanchi: si aiuteranno a considerare con realismo l’infelicità del mondo e la stanchezza della gente e si aiuteranno a continuare a consolare e a guarire. La città è stanca, la gente è stanca. Forse si pratica troppo l’arte di stancarsi, quell’irrequietezza per cui si corre anche quando si potrebbe stare fermi, stare in pace e pregare e godere degli affetti della vita e far compagnia a chi è infelice. Non fa meraviglia che anche i discepoli avvertano la stanchezza come un contagio. Ma i discepoli devono continuare a percorrere le strade degli uomini per indicare la via per entrare nel riposo di Dio: portare i pesi gli uni degli altri, tenere vivo l’intenso desiderio dell’incontro con il Signore, continuare il pellegrinaggio verso la casa di Dio in modo che il vigore cresca lungo il cammino. I discepoli, infatti, conoscono il fondamento sicuro della loro gioia, perché credono nella promessa di Gesù: chi crede in me ha la vita eterna, cioè la vita di Dio, la vita felice.

A due a due, perché la comunione nel clero sia un segno di quell’unità convincente che Gesù chiede al Padre: «Perché tutti siano una cosa sola; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). Gesù invoca l’unità per tutti i discepoli, non solo per Vescovi, preti, diaconi. Anche noi siamo chiamati a continuare a pregare, ad operare, a convertici, perché nella missione tutti siano convocati, secondo il proprio stato di vita, tutti siano inviati, tutti siano benedetti e chiamati a mettere a frutto i talenti di ciascuno, consacrati, consacrate, laici di ogni condizione.

Tutti! Forse non siamo ancora preparati a questo tempo di missione, a questi momenti di aridità, a questa percezione d’indifferenza, di ostilità, di persecuzione dei cristiani nel mondo. Ma siamo convocati per essere un cuor solo ed un’anima sola e non rinunciare ad accogliere e praticare il comando di Gesù.

 

5. «Ungevano con olio molti infermi e li guarivano»

I discepoli sono mandati a prendersi cura dell’infelicità del mondo, ma in realtà sono impotenti: non hanno risorse, non hanno medicine, non hanno ricette per la guarigione. Hanno solo la parola che Gesù ha insegnato, hanno solo il potere che Gesù ha consegnato, hanno solo l’olio come il balsamo che opera per potenza di Spirito Santo. Di fronte all’infelicità del mondo i discepoli sono umili. Sono uomini di fede. Perciò con il dono della propria vita si fanno servi del dono della vita di Dio.

L’olio non guarisce l’infelicità e non perdona i peccati perché è olio, ma perché è sacramento, cioè potenza di Dio che salva in Cristo, così come il pane diventa pane di vita eterna e il vino sangue dell’alleanza e la parola luce che illumina il cammino e il convenire dei molti il corpo di Cristo.

La missione dei discepoli è opera di Dio e la dimensione sacramentale della missione è il segno efficace dell’opera di Dio. Uomini di fede, i Vescovi, i preti, i diaconi sanno di poter contare sull’opera del Padre e del Figlio, i quali mandano lo Spirito che vivifica e rinnova la terra. Perciò hanno fiducia. Perciò sanno dare la giusta misura alle proprie iniziative, al proprio ruolo, alle proprie responsabilità, alle priorità che ispira l’agire della Chiesa.

Prendersi a cuore l’infelicità del mondo: noi non siamo fuori dal mondo. Anche il cuore del prete, del diacono, del Vescovo può entrare nella tristezza: s’insinua, infatti, la perdita della gioia, l’esperienza dell’affanno sterile, la noia della routine. L’esperienza di essere, come tutti, tentati di una resa al male non significa che siamo inadatti alla missione. Proprio mentre siamo mandati a portare consolazione, siamo anche chiamati a lasciarci convertire dal Vangelo che annunciamo. Il ministero si rivela così opera di Dio che salva anche noi: mentre ungiamo le ferite degli altri sperimentiamo che lo Spirito continua a prendersi cura delle nostre; mentre invitiamo alla speranza, impariamo di nuovo a sperare.

Per essere guariti e per guarire, è per questa missione che siamo mandati, imperfetti, impotenti, e insieme fiduciosi e lieti.

 

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