1. Un prete, dunque, ha a che fare con i peccati
Lo Spirito è dono del Risorto per la missione della Chiesa e la comunione nella Chiesa: tutto è vivo perché animato dallo Spirito. Nel Vangelo proclamato nella celebrazione del funerale di un prete, la parola di Gesù accompagna il dono dello Spirito e chiama i discepoli a partecipare alla sua missione, in particolare nel giudizio sul peccato.
Un prete ha a che fare con il peccato. Entra nell’enigma di una libertà che sceglie il male invece del bene. Raccoglie la confidenza sull’infelicità di chi ha scelto di ascoltare il serpente piuttosto che il Padre. Il prete ha a che fare con il peccato e dice, in nome di Dio, le parole della verità e della misericordia. La parola che lo Spirito ispira intende condurre il pentimento a non essere solo dolore e vergogna, ma piuttosto principio di una nuova libertà, più umile, più sapiente, più disposta ad accogliere la gioia di essere amati dal Padre misericordioso.
Un prete ha a che fare con il peccato per dire al peccatore la parola che libera.
2. Un prete ha a che fare con le ferite provocate dal male
Un prete ha a che fare con il male e con le ferite di cui soffrono i figli degli uomini.
Raccoglie le confidenze, gli sfoghi, la desolazione, la mortificazione della stima negata, dell’amore spezzato, dell’umiliazione immeritata. Di fronte al male che fa soffrire, al male compiuto e al male subito, il prete, in nome di Dio, risponde alle confidenze confidando lo sguardo di Dio, invocando il Consolatore. L’incontro con la misericordia incoraggia ad essere misericordiosi, la rivelazione di essere stimati ed attesi da Dio dispone ad avere stima e pazienza anche verso chi non ti stima e non ha pazienza.
Un prete ha a che fare con il peccato per offrire al peccatore la grazia della vita in Cristo.
3. Un prete ha a che fare con l’intimità malata
Il prete ha a che fare con quell’ombra che si sottrae alla luce, con quella parte torbida della vita e del cuore, del pensiero e del desiderio. Il prete ha a che fare con quel fango torbido che inquina la «sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14), che lo Spirito ha posto nell’intimo dei figli e delle figlie di Dio. Il prete è talvolta chiamato a rendersi conto di quel groviglio confuso di passioni, di volgarità, di meschinità, che avvelena la vita del peccatore.
Il prete che raccoglie le confidenze dei penitenti deve vigilare per non essere contagiato dal fango torbido che la parola del perdono e della verità possono purificare.
L’angolo oscuro del cuore umano, quella parte di sé di cui si vergognano gli uomini e le donne, si apre al prete perché invoca la luce per dissipare le tenebre, la forza per resistere all’attrattiva delle passioni disordinate, la pace per riconciliarsi con la propria storia e presentarsi come peccatori perdonati alla famiglia dei figli di Dio.
Un prete ha a che fare con il peccato, il suo peccato e il peccato dei penitenti, per sperimentare la gioia semplice e sincera della guarigione del male.
Che cosa possiamo dire per parlare di mons. Gianfranco Meana? È stato prete dal 27 giugno 1964, Vicario parrocchiale in Pogliano dal 1964, Vicario parrocchiale presso la Parrocchia S. Andrea in Milano dal 1979, Parroco in Calco dal 1990, Parroco presso la Parrocchia S. Gerardo al Corpo in Monza dal 1990, dal 2008 Canonico maggiore effettivo e Penitenziere del Capitolo Maggiore della Basilica Metropolitana, Penitenziere maggiore della Veneranda Penitenzieria, dal 2015 Penitenziere emerito. Possiamo dire che ha avuto a che fare con il peccato e per grazia dello Spirito Santo ha pronunciato la parola che libera, ha confermato la grazia della vita in Cristo, ha offerto la gioia semplice e sincera.
Ecco che cosa possiamo dire: è stato un prete.

