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L’originalità cristiana nell’esercizio del ministero ordinato. Docilità e audacia

Incontro dei Consigli Presbiterali delle Diocesi lombarde, Caravaggio, Centro di Spiritualità - 19 marzo 2026

19 Marzo 2026

1. Premessa o questione decisiva

Analisi e descrizione o ascolto e interpretazione? Come descrivono le vicende e le situazioni i discepoli di Gesù? Come s’interpretano nelle condizioni di vita in cui si trovano?

Nelle riflessioni e negli studi diffusi ricorrono analisi della situazione, raccolte di dati, descrizioni di vicende e di problematiche; le discipline utilizzate fanno riferimento alla sociologia ed alla psicologia, alle esperienze raccolte dalle persone coinvolte e dagli studiosi, qualche volta anche ad impressioni emotivamente trasformate in argomentazioni.

Ma i discepoli di Gesù, coloro che sono ispirati dallo Spirito si possono limitare a “recensire” la realtà? Piuttosto, i discepoli di Gesù si mettono in ascolto di quello che lo Spirito dice alle Chiese. I dati sono da interpretare come segni che significano una vicenda spirituale, invocando che lo Spirito come una brezza leggera spinga il precario veliero del popolo di Dio sulle vie di Dio, o piuttosto sulla Via che è Gesù.

 

2. Lo Spirito ispira la riforma della Chiesa e, in essa, del ministero ordinato?

2.1 La conversione dei discepoli alla sequela di Gesù

I discepoli si rivelano ottusi, meschini, impermeabili all’insegnamento del Maestro. Fino alla fine si comportano secondo stili mondani: «Nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande» (Lc 22,24; cfr. Lc 9,46). Gesù richiama un altro criterio: «Voi però non fate così: ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. […] Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,26-27).

Che cosa è successo perché questi discepoli mediocri siano diventati poi apostoli zelanti, imperfetti e santi? L’evento che li ha convertiti è stata Pentecoste. Cioè la missione. L’originalità cristiana si manifesta come frutto dello Spirito.

 

2.2 L’interpretazione del tempo presente come tempo di missione

Un tratto caratteristico dell’evento di Pentecoste è il passaggio da un gruppo di uomini meschini preoccupati della loro organizzazione e gerarchia interna ad un gruppo di uomini ispirati, che si fanno carico dell’infelicità del mondo e vi annunciano il principio della speranza: la risurrezione di Gesù.

La concentrazione del gruppo dei discepoli su di sé sembra scarsamente coerente con l’originalità cristiana. E che sarà dell’infelicità del mondo e della sua disperazione se non c’è chi annunci la parola di salvezza?

 

2.3 Un metodo cristiano per prendere decisioni cristiane

La decisione cristiana determinante è a proposito della missione: quale parola deve essere annunciata? Quali interlocutori devono essere raggiunti? Quali segni devono essere riconoscibili? Quali risorse sono necessarie?

Fin dai primi passi la missione della Chiesa ha richiesto un discernimento. Fin dai primi passi il metodo del discernimento è stato originale. Cioè, non esito di un processo democratico, non esito della decisione di un’autorità, ma esito di un Concilio. Un metodo sinodale. (cfr. At 15,1-32).

 

2.4 La configurazione dell’autorità-leadership nelle decisioni per la missione

Il ministero ordinato, nella sua triplice e un po’ confusa articolazione (vescovi – presbiteri – diaconi), abilita tutti a servire, ed il Vescovo ed i suoi collaboratori a presiedere la Celebrazione Eucaristica, da cui prende vita la Chiesa e la missione, ed a presiedere l’assemblea che prende le decisioni.

Il diacono custodisce l’essere a servizio di tutti i ministri ordinati.

Il Vescovo presiede come colui che serve, cioè promuove i percorsi decisionali di tutti coloro che per il Battesimo sono pietre vive nella Chiesa ed ha la responsabilità di vigilare perché le scelte e la prassi che ne deriva siano conformi al mandato di Gesù.

I presbiteri, come coloro che servono, sono collaboratori del Vescovo e ne condividono la responsabilità.

 

2.5 La fraternità nel presbiterio

Una prassi secolare ha conferito al prete, specie al parroco, un ruolo, un potere, che ne hanno messo in evidenza la responsabilità personale, in un certo senso “solitaria”. Il riferimento al Vescovo è stato vissuto in forma episodica e confusa. L’appartenenza al presbiterio con il Vescovo è stata praticata come l’opera virtuosa di buona volontà e buoni sentimenti.

Nei decenni recenti, in particolare con il Concilio Vaticano II, è risultato evidente che è richiesta una conversione dal presbitero al presbiterio, dalla delega delle responsabilità alla condivisione delle decisioni per la missione. L’individualismo contemporaneo, l’inerzia delle abitudini consolidate, l’articolazione territoriale della missione nel territorio non favoriscono la consapevolezza, la pratica, la spiritualità dell’appartenenza al presbiterio.

L’appartenenza al presbiterio non può essere solo un dato “dogmatico”, sacramentale. Richiede di essere un’evidenza nelle relazioni, nella frequentazione, nella condivisione delle responsabilità. Per una pratica non affidata solo alla buona volontà dei virtuosi o alla coincidenza di simpatie, è necessario imparare un metodo, praticare una prassi, compiere un cammino spirituale.

 

2.6 La corresponsabilità nelle decisioni e nella gestione della missione nelle comunità

La complicazione dei due sacerdozi, battesimale e ministeriale, rischia di complicare la vita e confondere le idee. Forse è più comprensibile e realistico dichiarare che tutti sono figli di Dio e che questa relazione con Dio rende tutti fratelli e richiede a tutti di portare i pesi gli uni degli altri.

L’articolazione delle responsabilità richiede di riconoscere il servizio del ministero ordinato come servo dell’unità, garante della fedeltà, promotore della vocazione di ciascuno. Ciascuno, pertanto, ha ricevuto «una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune» (1Cor 12,7). “Mettere a servizio dell’utilità” comune il proprio dono spirituale comporta anche prendere parte ai processi decisionali per riconoscere le strade della missione. Il metodo e la spiritualità di questo “mettere a disposizione” si può chiamare sinodalità.

Si deve constatare che la delega è meno impegnativa della condivisione e che non sono diffuse la coscienza e la disponibilità per questo servizio. Si deve costatare anche che ci sono preti che stentano ad apprezzare la condivisione delle responsabilità, per paura o per inerzia o per scarsa stima verso gli altri fratelli e sorelle, laici o consacrati.

Dovremo rinunciare e ricondurre al prete tutto quello che gli altri non vogliono assumere? Abbiamo proposte formative per abilitare a questo tipo di presenza?

 

Guardando al mistero della comunione ecclesiale, generata e custodita dallo Spirito Santo, possiamo comprendere anche il significato delle équipe sinodali e degli organi di partecipazione; essi esprimono quanto accade nella Chiesa, dove le relazioni non rispondono alle logiche del potere ma a quelle dell’amore. […]  mentre nella Comunità cristiana il primato riguarda la vita spirituale, che ci fa scoprire di essere tutti figli di Dio, fratelli tra di noi, chiamati a servirci gli uni gli altri. Regola suprema, nella Chiesa, è l’amore: nessuno è chiamato a comandare, tutti sono chiamati a servire; nessuno deve imporre le proprie idee, tutti dobbiamo reciprocamente ascoltarci; nessuno è escluso, tutti siamo chiamati a partecipare; nessuno possiede la verità tutta intera, tutti dobbiamo umilmente cercarla, e cercarla insieme.

 

(Papa Leone XIV, Omelia nel Giubileo delle équipe sinodali e degli organismi di partecipazione, 26 ottobre 2025)