1. Erano brava gente; gente, come tutti, infelice
«Gesù vedendo le folle…». Gesù vede la gente, vede i discepoli, vede ciascuno. Chi sono queste folle? Chi sono questi discepoli? Era brava gente, gente di ogni dove, di ogni età, di ogni mestiere, gente sposata, gente senza moglie e senza mariti. Era gente onesta e gente disonesta, ma in fondo brava gente, non potevano essere rimproverati di grandi delitti. Era brava gente, gente qualsiasi ma, come tutta la brava gente, era gente infelice. Gente infelice di quella infelicità qualsiasi, ordinaria, un po’ scontata.
Si dicevano l’un l’altro: io non faccio niente di male: perché gli altri fanno del male a me? Io ho sete e fame di giustizia: ma dov’è la giustizia? Non puoi fidarti di nessuno; della politica poi non parliamone neppure! Si dicevano l’un l’altro: sì, Dio ha detto che non è bene che l’uomo sia solo, ma quanta solitudine c’è in giro! Vorrà dire che non puoi fidarti neppure di Dio! Che fare? Questa è la vita!
2. Gesù vedendo le folle prese la parola e si mise a insegnare
Gesù vide la gente infelice e si mise ad insegnare. Non vi sembra un po’ inutile? Questa gente ha bisogno che le solitudini trovino un affetto, che le ingiustizie siano riparate, che i malvagi siano puniti. Altro che prediche, altro che pensieri devoti!
3. «Beati!»
Ma il discorso di Gesù non è una lezione, la proposta di una dottrina che spiega ed interpreta la situazione e l’infelicità ordinaria della gente qualsiasi. Non propone una sapienza mondana che insegna a stare al mondo e ad accontentarsi dell’infelicità ordinaria.
Il discorso di Gesù è l’annuncio di una promessa; è l’invito a stare con lui, a vivere come lui. Gesù, ripetendo le parole del Padre suo, dice: non è bene che gli uomini e le donne siano infelici, io mi prenderò cura della loro gioia. Gesù vede ciascuno e riconosce in ciascuno la sua infelicità, una infelicità qualsiasi, ordinaria, quella che accompagna i giorni come quel volto serio, triste, che è capace di grandi risate, come di una recita, ma che non è capace di sorridere. Gesù riconosce la tua infelicità, forse la solitudine per un affetto incompiuto, forse la frustrazione per una situazione ingiusta, forse l’umiliazione di una sconfitta, forse la malinconia senza motivo.
E Gesù promette: non è bene che tu sia infelice, io voglio essere la tua gioia. La gioia che Gesù promette non è come un pacco dono consegnato a domicilio, non come una specie di anestesia dello spirito che fa dimenticare l’infelicità. Piuttosto Gesù promette di renderti partecipe della sua gioia e perciò di partecipare alla sua vita. La promessa è l’invito a stare con Gesù.
Come le folle sul monte delle beatitudini, anche oggi si deve decidere se correre il rischio della sequela o se essere più prudenti e ritornare nell’infelicità ordinaria. A quanto sembra, noi siamo qui per dichiarare: io mi fido di Gesù, desidero convertirmi e credere al Vangelo.
Formulare una specie di programma di Quaresima per esplicitare i propositi di un impegno personale di conversione è una cosa saggia. Se posso permettermi un consiglio, suggerisco di concentrarsi su Gesù, sulla sua promessa, sull’amicizia che ci offre. Perciò scegli un’immagine del volto di Gesù (Rublev, ecc.), alzati cinque minuti prima ogni giorno e guardando a questa immagine prova a leggere qualche pagina del Vangelo ed a rinnovare il tuo desiderio di accogliere la sua promessa di gioia, beatitudine, felicità e di desiderare di andare verso la Pasqua. Un volto, un tempo, una pagina di Vangelo.

