Forse un insopportabile fastidio della banalità può convincere a contemplare la gloria dell’Unigenito. La banalità, infatti, è come una nebbia che avvolge e scolorisce la vita.
La banalità è fatta di parole vecchie, stanche, grigie che invadono i discorsi con luoghi comuni, con ripetizioni fastidiose.
Quando si trovano insopportabili i discorsi della banalità, forse si può imparare il silenzio. E nel silenzio la Parola si fa carne, la verità si rivela come luce, la vita risplende come vocazione a diventare figli di Dio.
La banalità è fatta di desideri piccoli, capricci infantili che sopravvivono, spesso anche negli adulti, per tutta la vita. I desideri piccoli, i capricci infantili inseguono soddisfazioni immediate, piaceri a disposizione, prodotti venduti dappertutto e da consumare obbligatoriamente prima della scadenza, perché i desideri piccoli scadono, ma poi sono ancora in vendita i prodotti desiderati dai desideri piccoli.
Quando si trovano insopportabili i desideri piccoli, allora forse si può imparare la preghiera. E nella preghiera prendono voce i desideri grandi, quelli che non trovano soddisfazione nei prodotti a disposizione. La preghiera, infatti, non è una ripetizione di parole, ma è piuttosto quell’accogliere la gloria di essere figli di Dio.
La banalità ha il volto serio della presunzione ridicola. La presunzione ridicola è il volto scettico di chi non crede a niente, perché non ha bisogno di niente; la presunzione ridicola è la maschera gentile di chi partecipa alle conversazioni serie ma non ascolta nessuno perché sa già tutto. La presunzione ridicola è il discorso serio di chi pensa di avere qualche cosa da dire perché disprezza gli altri e si mette a insegnare.
Quando si trova insopportabile la presunzione ridicola, allora forse si può imparare la gratitudine. E nella gratitudine è possibile inoltrarsi nel mistero della grazia di diventare figli di Dio. Nella gratitudine abita lo stupore per lo splendore della gloria di Dio che si è manifestata nell’uomo Gesù.
La banalità ha gli occhi bassi della timidezza. La timidezza ha lo sguardo basso di chi si sottovaluta, di chi ha paura a guardare negli occhi le persone, di chi è convinto di non valere niente, di chi è incline a dare ragione a tutti. La timidezza tiene gli occhi bassi, forse ha paura di essere guardata.
Quando si trovano insopportabili gli occhi bassi della timidezza, allora, forse, si può imparare la contemplazione. La contemplazione è lo sguardo rivolto alla luce vera, la luce di cui sono fatte tutte le cose e nella contemplazione si riceve la rivelazione della grazia della vocazione ad essere familiari ed amici di Gesù e, in lui, della dignità di essere figlio, figlia di Dio.
La banalità ha i nervi tesi della suscettibilità. La suscettibilità è l’inclinazione a reagire secondo la carne e il sangue. Le persone suscettibili sono quelle che si offendono per niente, che reagiscono a uno sgarbo diventando sgarbate e di fronte alla violenza diventano violente. La suscettibilità è l’attitudine al risentimento e ad un desiderio di rivincita e di vendetta che diventa come una ossessione.
Quando si trova insopportabile la suscettibilità, allora, forse, si può imparare la mitezza. La mitezza è quell’intima fortezza che si consegna come fragile carne, come il Verbo fatto carne per consegnarsi nelle mani degli uomini e vincere il male con il bene, e addirittura apprendere la magnanimità del perdono.
La banalità ha il calendario noioso della ripetizione. La ripetizione è quell’omologazione che impone di fare quello che fanno tutti. È l’obbligo sociale di andare dove vanno tutti e quindi a comprare quando ci sono i mercatini, a sciare quando viene Natale, ad abbuffarsi quando si deve partecipare al cenone.
Quando si trova insopportabile il calendario noioso della ripetizione, allora, forse, si può imparare a fare Natale. Fare Natale è l’occasione di grazia per entrare in comunione con Gesù e vivere da figli di Dio, proprio qui, proprio oggi, nella pratica della carità, nell’esperienza della gioia, nella serenità della fiducia, nell’avventura sorprendente di vivere la vita come vocazione.
Quando si trova insopportabile la banalità allora, forse, si dissolve la nebbia che rende tutto grigio e risplende la luce che illumina ogni uomo e si entra e si vive nella contemplazione della gloria del Verbo fatto carne.
Così è Natale! Buon Natale!

