Allo stadio “Meazza” si è svolto il tradizionale incontro con l’Arcivescovo. 50.000 i presenti per una festa vissuta nella gioia condivisa e nella preghiera. «Costruiamo insieme la città felice dove si vede la luce di Gesù si sente e si risponde alla sua Parola»

di Annamaria Braccini

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“Con voi che bello”. La frase a caratteri cubitali creata dai figuranti sul campo di “San Siro”, a conclusione dell’incontro diocesano dell’Arcivescovo con i ragazzi della Cresima provenienti da tutta la Diocesi, è come la sintesi e, insieme, il simbolo del grande momento tradizionale, ma ogni anno nuovo, che vede la “carica dei 50.000” occupare gli spalti del “Meazza”.
Tutti insieme ̶ ragazzi, genitori, educatori, madrine, padrini, catechisti sacerdoti e interi oratori ̶ per vivere con l’Arcivescovo e i Vicari episcopali, la festa di preghiera, riflessione e animazione, quest’anno intitolata “Vedrai che bello” con il tema dell’anno oratoriano.
E il vescovo Mario – per lui è la prima volta da quando è alla guida della Chiesa ambrosiana – non li delude, arrivando con ampio anticipo sull’ingresso previsto, salutando i tantissimi che si fermano per un selfies, una stretta di mano, un abbraccio festoso. Come quello che gli rivolgono i figuranti riuniti per l’ultima messa a punto delle coreografie, con cui Delpini si ferma, prima di salutare, a uno a uno, i ragazzi disabili.
Che sia un’occasione di gioia condivisa e che sia bello vederla ed “esserci”, come scandiscono in coro un gruppo di adolescenti, è d’altra parte evidente tra le casacche di diversi colori che identificano la Zona pastorale di provenienza, gli striscioni, i cori. Nonostante i numeri, è come un sentirsi a casa: forse anche per il gesto del reach out, l’abbraccio, compiuto da papa Francesco il 27 settembre 2017 che si ripete anche sulle gradinate, o per le figurazioni disegnate sul campo, davvero suggestive con quel passaggio dalla Torre di Babele alla “Città felice” (“Verso la Città felice” è il titolo della Lettera inviata dall’Arcivescovo ai Cresimandi e Cresimati 2018) simboleggiata da un Duomo fatto di cartone, ma che raccoglie ammirazione come quello vero.
«I nostri padri sono stati saggi perché hanno costruito questa città intorno al Duomo, così che il nostro vivere insieme sia benedetto da Dio», dice il Vescovo a commento di questo primo momento. E, poi, l’immagine-guida di “Vedrai che Bello!” e il volto del Signore da cui si irradia lo Spirito con i suoi 7 doni.
Insomma, un evento ecclesiale – certo –, ma anche un bel segno per la città e per i giovani, non solo per le molte migliaia che allo stadio ci sono. A tutti i ragazzi sembra, infatti, rivolgersi monsignor Delpini, richiamando ̶ anche con la gestualità – il vedere, sentire, rispondere.
«Provate a mettere le vostre mani sugli occhi, non si riesce a vedere i volti delle persone, degli amici che abbiamo vicino, non possiamo leggere libri o guardare le stelle. È un buio che non finisce mai. La vita infelice è piena di buio o è come quando si è accecati dai fari su un palco».
«Ma tu», scandisce l’Arcivescovo, «puoi vedere Gesù che è luce, “lampada per i miei passi”. Imparate a guardare con lo sguardo di Gesù. Prima delle parole e dei canti, iniziate con il chiudere gli occhi e chiedere a Gesù di essere la vostra luce, pensando ai ragazzi che non possono mai vedere perché sono ciechi. Ricordate di tendere la mano a chi è cieco per permettergli di camminare».
E se così è per gli occhi, lo è anche per la bocca. «Se la chiudete non potete parlare, chiedere quello di cui avete bisogno, che avete pensato, che vi serve per vivere. La città infelice è la discarica delle parole inutili, volgari, cattive, velenose. Noi che vogliamo abitare nella città felice, impariamo a dire parole buone. La parola non è ripetere quello che ci suggeriscono altri, non è per ferire: la parola è per rispondere all’amore che ci ha insegnato a parlare. Pensate ai coetanei che non possono parlare e cercate di comunicare anche con loro».
E, ancora, «un terzo esercizio di preghiera», propone il Vescovo. «Mettete le mani alle orecchie, non si sente niente. Non sentite chi vi chiama, chi vi vuole bene, vi parla, chi vi fa catechismo. Tu puoi ascoltare, ma nella città infelice c’è un baccano talmente confuso, una musica così assordante, che per parlare con un amico vicino devi gridare».
Chiara la parafrasi del presente e della società dalle tante violenze anche verbali: quella dove «non si riesce a comunicare».
Invece, «noi che vogliamo abitare nella città felice vogliamo essere come coloro che sentono il bene, imparano a parlare rispondendo alle parole di Gesù, ad abitare il silenzio per entrare nella città felice, perché lo Spirito di Dio è la luce amica che insegna a guardarle la vita con lo sguardo di Gesù».
A conclusione, arriva la consegna complessiva. «Gli occhi chiusi, le orecchie tappate, la bocca sigillata. Ascolta, prega, rivolgi uno sguardo buono anche a quelli che non vogliono sentire. Così costruiremo la città felice». Come quella che, con le offerte raccolte durante l’incontro, i ragazzi contribuiranno a edificare, realizzando un oratorio e una Sala di comunità nella parrocchia di St. Jean-Marie Vianney della Diocesi di Garoua in Camerun.
Infine, prima del consueto giro del campo, ancora tante foto e anche un ultimo reach out dell’Arcivescovo, mentre i palloncini, sulle note dell’Inno alla gioia di Beethoven, salgono in cielo tra gli applausi.
L’ultima parola è del «famoso poeta contemporaneo Delpini» (così si autodefinisce) che recita una sua composizione a completamento del noto detto popolare: “Casa mia, casa mia \Con lo Spirito per via\ Se anche adesso vado via\ tutto il mondo è casa mia”.
Inutile dire che “San Siro esplode” come a un gol nel Derby: ma questa volta la squadra per cui tifare è di tutti.

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