Un’esperienza unica e indimenticabile: all'ospedale di Chirundu ho visto nascere una bimba con parto cesareo. L’emozione in sala operatoria e la soddisfazione dei chirurghi

di Luisa BOVE
Inviata in Zambia

Non dimenticherò mai il 2 novembre in Africa. Nel giorno in cui la Chiesa commemora i defunti ho assistito a un piccolo miracolo della vita: ho visto nascere un neonato. Anzi una bimba. Non era un parto naturale, ma un cesareo, addirittura il quinto che una giovane donna del villaggio vicino a Chirundu doveva affrontare. E questo non prometteva nulla di buono. Alle 16.30 sono iniziati i preparativi dei due chirurgi, suor Erminia Ferrario (direttore sanitario del Mtendere mission hospital, che ogni anno esegue 300 parti cesarei su 600 interventi in sala operatoria) e il dottor Valentino Arcuri (volontario in pensione che si ferma due mesi a dare una mano). Entrambi iniziano a lavarsi mani e braccia fino ai gomiti e a concentrarsi prima di entrare in sala operatoria. Io sono già pronta: mi hanno fatto indossare una divisa da infermiera con e pantaloni e azzurri, cuffia arancione in testa, scarpe gialle di gomma e l’immancabile mascherina. Intanto l’infermiere di turno esegue l’anestesia epidurale, ma la donna è un po’ grassa e l’iniezione richiede tempo per individuare il punto esatto. Anche il ferrista è pronto ad assistere all’intervento, forse l’ultimo della giornata se non ci sono altre urgenze.

I chirurghi infilano i camici verdi e un doppio paio di guanti, per proteggersi maggiormente da eventuali punture con gli aghi visto che la donna è sieropositiva e rischierebbero il contagio da virus Hiv.

Suor Erminia procede con mano ferma a eseguire il lungo taglio orizzontale sul ventre adiposo e ormai fibroso per i troppi cesarei subiti negli anni. Arcuri assiste la chirurga e con i ferri le facilita ogni procedura. Ogni tanto si parlano e si confrontano nei vari passaggi. Il feto è quasi raggiunto, le ultime manovre vengono eseguite a mani libere, mi avvicino al letto operatorio per assistere da vicino al miracolo della vita che nasce. Di tanto in tanto suor Erminia si rivolge alla donna: «Mamy, it’s ok?». Ancora pochi istanti, il feto viene bucato, esce il liquido amniotico e compare subito la testina scura, suor Erminia con gesto rapido e premuroso la prende tra le mani e sfila la neonata che viene letteralmente alla luce. Sono le 17.20, come si scriverà sulla cartella clinica. Pochi secondi e si sente un pianto acuto. «È il pianto più bello e liberatorio che esista!», commenterà suor Erminia fuori dalla sala operatoria.

Con un tubicino la chirurga aspira dalla bocca della bimba il liquido amniotico, poi la consegna a suor Navya, l’ostetrica che si prende cura di lei nel locale attiguo alla sala operatoria. La seguo emozionata per continuare a gustare questo magico momento, certa che un’esperienza così non mi capiterà più nella vita. In Italia sarebbe impensabile e mi ritengo fortunata. Suor Navya avvolge la piccina in un lenzuolo verde e continua ad aspirarla. Piange ancora un po’ e poi si tranquillizza, è ancora rannicchiata in posizione fetale, con le gambine piegate. Fa davvero tenerezza. «Benvenuta nel mondo!», mi viene da dire, augurandomi per lei un futuro sereno. La religiosa la asciuga e poi la prende in braccio avvolgendola ancora nel lenzuolo pulito, quindi rientra in sala per mostrare alla madre la sua creatura.

I chirurghi tirano un sospiro di sollievo. È andato tutto bene e ora possono rilassarsi. La pressione della donna inizia a calare, ma è tutto sotto controllo e si procede a ricucire.

Alle 18 in punto è tutto finito. E senza complicazioni. I chirurghi si sorridono e lasciano la sala operatoria, li seguo e scambiamo subito qualche battuta. Sono ancora emozionata. L’Africa è anche questo. Un inno alla vita, a dispetto di ogni povertà.

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